INNOVAZIONE SOCIALE DIGITALE

Sviluppo sostenibile: per una nuova etica della crescita digitale

Non può esistere un intervento di crescita digitale che non si inquadri in una visione organica di sviluppo sostenibile. La responsabilità delle amministrazioni, nazionali e locali, è di rendere questa visione e l’approccio all’etica digitale elementi imprescindibili della strategia digitale

Pubblicato il 09 Feb 2017

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Sviluppo sostenibile: per una nuova etica della crescita digitale

Credo che la recente Digital Social Innovation Fair, che ha visto la presenza di esperti da più di trenta Paesi, abbia evidenziato un elemento tra gli altri: non può esistere un intervento di crescita digitale che non si inquadri in una visione organica di sviluppo sostenibile, dove la partecipazione attiva della rete sociale diventa un pilastro indispensabile dell’architettura complessiva. Partecipazione a rete che vede protagonisti, insieme, associazioni e amministrazioni, start-upper e università, fablab e aziende.

In questo senso il modello dello sviluppo sostenibile, così come definito dai 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDG- Sustainable Development Goals), inclusi nell’agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, programma d’azione sottoscritto da 193 Paesi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, è al momento il più chiaro e coerente quadro d’insieme che permette di indirizzare in una logica virtuosa e sociale la crescita digitale. E la proposta di Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, permette di coniugare gli sviluppi economici e sociali con l’attenzione fondamentale all’evoluzione degli ecosistemi, e un approccio organico che ha come obiettivo l’eliminazione degli “scarti”, intesi in senso generale come elementi (fisici, sociali) che il sistema complessivo non riesce a gestire e riutilizzare e quindi tende a mettere ai margini e ad escludere.

I 17 obiettivi costituiscono un quadro di orientamento globale utile per comprendere le profonde interazioni tra le diverse aree di intervento in ambito sociale, economico, naturale e per identificare obiettivi comuni che i Paesi e gli individui devono perseguire, a prescindere da ideologie e culture, per “portare il mondo sulla strada della sostenibilità” (Povertà zero, fame zero, salute e benessere, istruzione di qualità, uguaglianza di genere, acqua pulita e igiene, energia pulita e accessibile, lavoro dignitoso e crescita economica, industria, innovazione e infrastrutture, ridurre le disuguaglianze, città e comunità sostenibili, consumo e produzione responsabili, agire per il clima, la vita sott’acqua, la vita sulla terra, pace, giustizia e istituzioni forti, partnership per gli obiettivi).

È anche, questo, il quadro più adeguato dove si inserisce il tema che ho affrontato qualche mese fa rispetto alla necessità di porre attenzione “all’etica digitale”, intesa come attenzione sociale ai benefici del digitale, che non può che essere realizzata grazie, appunto, ad una governance capillare e articolata, capace di fronteggiare le complessità che sono proprie dei nostri sistemi socio-economici.

In pratica, si tratta di pensare a un sistema che consenta la rigenerazione delle energie e dei materiali consumati per la produzione di benessere, e che identifica il benessere comune come presupposto reale per lo sviluppo sostenibile.

E questo richiama la necessità dell’acquisizione dell’open government come caratteristica identitaria delle amministrazioni, e non come scelta, come opzione possibile. E questo perché unico paradigma in grado di progettare, valorizzare, sviluppare reti sociali e praticare il metodo della collaborazione e della co-progettazione.

Tutto si tiene, ed è anche il superamento dell’approccio settoriale, in grado di produrre una situazione di malessere e di esclusione sociale anche in presenza di una rilevante crescita tecnologica e digitale.

Per questa ragione, non è indifferente il modello di business e la strategia di guadagno di un’impresa rispetto al suo utilizzo del digitale e delle tecnologie in genere, dall’e-commerce all’automazione dei processi. Se la sostenibilità economica del suo approccio digitale passa attraverso una riduzione della qualità del lavoro del suo personale (non sempre formalmente dipendente), allora è necessario costringerla a ricondursi a un contesto di sostenibilità sociale. Come ho scritto qualche mese fa, partendo dal caso di uno stabilimento di logistica di stile tayloristico connesso a un sistema avanzato di vendite online, “non possono esistere trasformazioni digitali e smart city basate sulla riduzione della qualità del lavoro e quindi benessere della popolazione. E gli approcci che in quest’ottica possono essere definiti “non etici” devono essere sfavoriti, contrastati, combattuti, perché siano cambiati”.

La crescita digitale è frutto di un bilancio tra benefici e svantaggi, non solo economici ma anche sociali, che hanno forte impatto sulla sostenibilità dell’ecosistema, e la sua correlazione con il progresso sociale (misurato ad esempio con il Social Progress Index) non è automatica né deterministica: dipende dal tipo di scelte e di approcci che si intraprendono, dai modelli organizzativi e sociali che si mettono in campo, dall’attenzione al governo complessivo del sistema.

La responsabilità delle amministrazioni, nazionali e locali, è di rendere l’eticità dell’approccio una barriera invalicabile, e accanto a questa di costruire le condizioni perché tutti gli elementi del sistema siano congruentemente orientati alla sostenibilità, spostando gli sforzi sulla programmazione e sulla prevenzione, sulla costruzione di una resilienza che diventa capacità di governare l’orientamento al bene comune. Per comprendere se questo sforzo ha successo, bisogna definire indicatori adeguati, non settoriali ma di sistema, misurarsi sul benessere equo sostenibile (e qui richiamo esplicitamente l’iniziativa del BES di Istat che rappresenta un riferimento importante in questo percorso), acquisendo un approccio che guarda al medio-lungo termine puntando comunque a miglioramenti concreti nel breve. Declinare i SDG in obiettivi locali e definire, di conseguenza, un cruscotto di indicatori di territorio, diventa allora la chiave per orientare la programmazione e le politiche delle amministrazioni locali. Un passo importante verso la necessaria consapevolezza delle istituzioni e delle comunità.

Sull’intreccio necessario tra innovazione e sviluppo sostenibile sarà centrato, infatti, anche il prossimo Forumpa 2017.

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