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L'ANALISI

Politica e social, riscopriamo la lentezza per salvare la democrazia

Platone sarebbe d’accordo: la democrazia è anche questione di tweet. Ma la velocità non è sempre un vantaggio: uno strumento tecnologico è ottimo non quando va alla velocità maggiore possibile, ma alla migliore possibile. Per questo la politica dovrebbe svolgere nell’informatica un ruolo più intelligente e creativo

23 Mag 2019
Giovanni Salmeri

Università degli Studi di Roma Tor Vergata


Le tecnologie debbono servire non solo per far funzionare meglio l’economia, ma anche per far funzionare meglio la democrazia. Ma questo non avviene automaticamente: va pensato, sperimentato, messo in opera.

Un’inchiesta pubblicata qualche giorno fa sull’Espresso ha suscitato una curiosa impressione di déjà-vu nei lettori attenti. In sintesi: si trattava di un’indagine sull’uso dei social da parte dei politici che si apprestano ad affrontare le prossime elezioni europee, cruciali non solo per il crescente peso delle decisioni prese a Bruxelles sul destino degli Stati membri, ma anche per il motivo contrapposto delle crescenti spinte verso un ridimensionamento di questi poteri.

Ebbene, come si comportano le forze politiche italiane in questo decisivo agone? In breve la risposta è: bene o benissimo quelle di governo (la Lega in prima posizione con un brillante Salvini). Male, malissimo le opposizioni, in particolare disastroso il Partito Democratico. Cominciandolo a leggere mi sono detto: ma queste cose le ho già lette. In effetti, quasi esattamente due anni fa la stessa testata pubblicava un articolo dedicato alla novella app del Partito Democratico, con la medesima sconsolata conclusione: «Abbiamo provato Bob, la nuova app del Partito Democratico. Ed è un disastro totale».

Il tema è solo marginalmente diverso: in entrambi i casi si tratta del confronto con le nuove tecnologie, quelle che costituiscono un grande (forse il maggiore) terreno di cultura delle sensibilità delle nuove generazioni, in entrambi i casi una pessima figura (nel secondo con l’aggravante del tempo intercorso, che ha lasciato tutto l’agio per un ripensamento, e delle sconfitte avvenute, che avrebbero dovuto dar forma ad un sano desiderio di rivincita).

Il rapporto fra politica e tecnologie di comunicazione

La differenza di capacità comunicativa tra le varie parti politiche potrebbe ispirare alcune valutazioni, ma qui se ne ne impongono altre che riguardano il rapporto tra politica e tecnologie di comunicazione. La reazione spontanea di fronte al crescente peso dei social è di deplorazione. La politica non è questione di tweet e di like. Un ragionamento non si può far entrare in 280 caratteri. La simpatia o antipatia non ha nulla a che fare con il giudizio sulla bontà di una proposta politica. Avere cento o mille o un milione di pollici in alto non significa avere più o meno ragione.

Giusto? Giustissimo. Tanto giusto che queste osservazioni si possono già trovare, praticamente alla lettera, in Platone, che tratteggia il suo maestro Socrate come il campione di un dialogo individuale, serrato, che non si lascia mai intimidire dal giudizio istintivo della folla. «Non credi di essere già confutato, Socrate, quando dici cose tali che nessun uomo affermerebbe? Domanda infatti ad uno qualsiasi di questi!», viene obiettato a Socrate durante uno dei suoi più vivaci dialoghi.

La risposta è una rivendicazione del dialogo personale, in cui ognuno viene messo di fronte solo alla propria onestà intellettuale: «Non mi chiedere di far votare i presenti. Io delle cose che dico so produrre un solo testimone: proprio colui al quale di volta in volta è rivolto il discorso. I molti li lascio in pace, e so far votare una sola persona. Con i molti neanche dialogo».

Il piccolo problema è che le critiche di Socrate e di Platone cadono proprio per questo sulla democrazia tutta intera e sulla connessa idea di politica. Se per curarci andiamo da un medico competente, se per mangiar bene ci rivolgiamo ad un bravo cuoco, perché mai nelle vicende più importanti (la gestione dello Stato con le sue intricate questioni economiche, sociali, diplomatiche, educative) dovremmo invece affidarci all’opinione della folla?

Tweet e social ai tempi di Platone

O cambiando appena i termini del problema: perché mai dovremmo fidarci del fatto che la folla sia in grado di riconoscere la persona più competente anziché quella più abile a comunicare? Un esperimento celebre nelle scienze dell’educazione (la doctor Fox lecture) mostrò come un brillante attore che diceva cose intenzionalmente sbagliate e confuse può essere giudicato dagli studenti migliore rispetto ad un timido e preparatissimo insegnante. Che cosa ci assicura che un bravo comico non riesca a sbaragliare in una competizione politica i concorrenti? Oooops, è esattamente ciò che è avvenuto qualche giorno fa.

La politica non è questione di tweet e di like? Sì, Platone ne converrebbe: ma farebbe osservare che la democrazia è sempre stata questione di slogan e di voti: cioè il modo in cui tweet e like si chiamavano prima dell’avvento delle nuove tecnologie, e con cui ovviamente si continuano a chiamare nel campo politico un po’ per abitudine e un po’ per timore di affrontare i problemi. Si vuole insistere dicendo che il voto non è un banale «mi piace»?

Quando nei Concili e Sinodi della venerabile Chiesa cattolica si effettuano votazioni su una proposta, l’approvazione ancor oggi viene espressa scrivendo in una scheda placet: non c’è neppure bisogno di dire che vuol dire esattamente like. Nel giorno in cui il latino verrà abbandonato, la cosa più coerente sarebbe che i vescovi debbano scegliere nella loro scheda (o direttamente nel loro telefono) una manina con il pollice in alto.

Bisogna certo riconoscere che la democrazia è in crisi per vari motivi: solo così, per esempio, si può capire come è stato possibile già anni fa un primo ministro italiano dichiarasse senza suscitare troppo sdegno che per risolvere i problemi dell’Italia fosse necessario sospendere i processi democratici, perché il popolo sceglie le cose sbagliate. Ma le nuove tecnologie aggiungono un ulteriore, grande motivo di crisi: il fatto che i rischi già paventati da Socrate e Platone appaiano improvvisamente moltiplicati e difficili da controllare. Insomma: le odierne trasformazioni tecnologiche mettono solo sotto la lente d’ingrandimento problemi che ci sono sempre stati.

Una tecnologia al servizio della democrazia

I difensori della democrazia hanno un bel compito di fronte a sé. Uno dei più urgenti potrebbe essere formulato così: capire perché il sistema dei tweet e dei like (chiamati in altro modo) abbia potuto funzionare così miracolosamente bene per tanto tempo, malgrado il disgusto di Socrate e di Platone, e perché inversamente oggi questi rischiano di non funzionare così bene.

Forse i motivi su cui attirare l’attenzione sono almeno due. Il primo è che l’idea di democrazia è nata insieme a quella di educazione pubblica: i difensori della democrazia tanto disprezzati da Socrate e Platone erano anche coloro che in qualche modo propugnavano l’idea di una cultura diffusa, che conceda a tutti quel minimo di strumenti che permettono di farsi un’idea anche delle questioni complesse.

Il secondo è che i tradizionali processi democratici sono sempre stati lenti: per organizzare una votazione ci vogliono molto tempo e anche molte forze: ciò poteva apparire uno svantaggio, ma a posteriori bisogna riconoscere che ha effetti collaterali preziosi.

Da una parte viene concesso tempo sufficiente per riflettere allontanando il rischio di reazioni avventate, dall’altra dissuade da un ricorso troppo frequente alle urne che impedirebbe di programmare azioni di lungo respiro.

L’ingresso prepotente delle nuove tecnologie, si può ipotizzare, non mette in pericolo la democrazia solo se riesce a mantenere questi due contrappesi, anzi a migliorarli: il che significa da una parte valorizzare tutto ciò che Internet può concedere in termini di documentazione, informazione, controllo critico, confronto ragionato di idee, dall’altra non cedere all’illusione secondo cui la velocità sia sempre un vantaggio: uno strumento tecnologico è ottimo non quando va alla velocità maggiore possibile, ma alla velocità migliore possibile.

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