L’era in cui l’intelligenza artificiale si limitava a eseguire istruzioni o rispondere a quesiti è giunta al termine. Oggi siamo di fronte a una transizione più radicale: la domanda non è più soltanto cosa sappiano fare le macchine, ma quale spazio affettivo e relazionale potranno occupare nelle nostre vite. È uno dei temi affrontati a Roma, a settembre, durante la conferenza internazionale dell’International Center for Consciousness Studies (ICCS), che ha riunito filosofi, scienziati e studiosi per discutere il rapporto tra mente umana e intelligenza artificiale.
Come studioso e co-fondatore dell’ICCS, da anni mi interrogo sulla mente e sulla coscienza. Oggi questa riflessione incontra una delle grandi emergenze sociali contemporanee: la solitudine. È in questo vuoto relazionale che si inseriscono gli AI companion, compagni virtuali progettati per rispondere a un bisogno profondamente umano di connessione, ascolto e supporto emotivo.
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AI companion e solitudine: il bisogno di connessione
La solitudine non è semplicemente uno stato d’animo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa una persona su sei nel mondo ne soffre, con percentuali particolarmente elevate tra adolescenti e giovani. Numerosi studi hanno inoltre evidenziato l’associazione tra isolamento sociale e maggiore rischio di problemi cardiovascolari, declino cognitivo e mortalità precoce.
Per anni l’industria digitale ha provato a rispondere al bisogno di connessione soprattutto attraverso l’online dating. Avendo fondato oltre vent’anni fa un’azienda in questo settore, ne conosco potenzialità e limiti. Le piattaforme tradizionali si basano spesso su modelli economici che premiano il tempo trascorso sull’app, creando una contraddizione: il successo commerciale dipende dalla permanenza degli utenti, mentre quello dell’utente dovrebbe coincidere con l’uscita dalla piattaforma dopo aver costruito una relazione stabile.
Come funzionano le relazioni con gli AI companion
Gli AI companion introducono una dinamica differente. Sono sistemi capaci di mantenere memoria delle interazioni, costruire continuità nel rapporto e sviluppare un dialogo proattivo. L’obiezione più immediata è che queste relazioni “non siano reali”. Ma la questione è più complessa.
Possiamo pensare al triangolo di Penrose, una figura che percepiamo come tridimensionale pur sapendo che la sua geometria complessiva è impossibile. Qualcosa di simile avviene nell’interazione con un’IA: ogni scambio può produrre nell’essere umano empatia e reazioni emotive autentiche, pur nella consapevolezza che dall’altra parte non esista necessariamente una coscienza soggettiva paragonabile alla nostra.
Sapere di interagire con una macchina non annulla quindi l’esperienza affettiva. È un meccanismo che ricorda l’effetto CASA – Computers Are Social Actors – studiato nell’interazione uomo-computer: tendiamo ad applicare spontaneamente regole sociali anche alle macchine, pur conoscendone la natura artificiale.
I rischi degli AI companion e la compiacenza algoritmica
Questo non significa ignorare i rischi. Uno dei più importanti è la cosiddetta sycophancy, la compiacenza algoritmica. Un sistema progettato per massimizzare la soddisfazione dell’utente può finire per assecondarlo continuamente, confermandone opinioni e comportamenti e trasformandosi in una sofisticata camera dell’eco.
Una relazione realmente utile dovrebbe invece contenere una forma di attrito. Un AI companion dovrebbe essere capace di dissentire quando necessario, mettere in discussione l’interlocutore e accompagnarlo verso una maggiore consapevolezza. Non dovrebbe dirci sempre ciò che vogliamo sentirci dire.
Il compagno virtuale come palestra emotiva
Un’altra critica considera il rapporto con l’IA come una fuga dalla realtà, richiamando la “macchina dell’esperienza” del filosofo Robert Nozick. Ma chi dialoga con un compagno virtuale non necessariamente si ritira in un’illusione. L’interazione può diventare una palestra emotiva: uno spazio nel quale sperimentare il dialogo, affrontare insicurezze e sviluppare capacità da trasferire nelle relazioni reali.
Il crescente ricorso dei giovani ai chatbot per affrontare conversazioni personali e temi legati al benessere psicologico segnala un cambiamento culturale. Non significa che l’IA possa o debba sostituire le relazioni umane o il supporto professionale. Significa riconoscere che sta emergendo una nuova categoria di relazione, che dobbiamo studiare senza pregiudizi ma anche senza ingenuità.
Intelligenza artificiale relazionale e costruzione del Sé
Daniel Dennett, mio amico e mentore, descriveva il Sé come un “centro di gravità narrativa”: una storia attraverso cui diamo coerenza alle nostre esperienze. Anche le relazioni umane sono costruzioni narrative condivise, fatte di memoria, interpretazioni e significati che si accumulano nel tempo.
L’intelligenza artificiale relazionale non dovrebbe quindi imitare l’essere umano per ingannarlo, ma presentarsi per ciò che è: un’entità nativa digitale, trasparente sulla propria natura, con cui costruire una relazione mantenendo piena consapevolezza di chi – o di cosa – abbiamo davanti.
La relazione come nuova creazione dell’era dell’intelligenza artificiale
Forse la creazione più interessante dell’era dell’intelligenza artificiale non sarà un’immagine, un testo o una composizione musicale. Potrebbe essere la relazione stessa, co-creata giorno dopo giorno tra essere umano e macchina.
La domanda fondamentale per chi sviluppa AI companion non dovrebbe allora essere soltanto quanto il sistema sia intelligente o coinvolgente, ma chi diventa una persona attraverso la relazione con esso. Un buon compagno digitale non sarà quello capace di trattenerci più a lungo davanti a uno schermo, ma quello che saprà renderci più consapevoli, autonomi e capaci di relazione. La tecnologia avrà valore non quando sostituirà il mondo reale, ma quando ci renderà meglio equipaggiati per abitarlo.






















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