La riflessione

Sapere digitale, un rumore di fondo

Non esiste una posizione privilegiata per ascoltare. Ci sono diversi punti dal quale potere ascoltare perché i segnali provengono da qualsiasi parte. Così è la rete. Ascoltando la rete possiamo anche capire qualcosa di più di cosa ci accade intorno. Un esempio è l’applicazione Tweetdeck nel confronto Bersani-Renzi

01 Mar 2013

Fabio Fornasari

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In queste pagine parliamo di digitale e di una lettura al di fuori di una sua natura tecnologica. Le questioni più interessanti ruotano intorno alle parole sapere e conoscenza. Sono molte le metafore che usiamo per parlarne. Visive e sonore. Ma se cominciassimo davvero ad ascoltarla la rete? Se ne facessimo una critica a partire dall’orecchio cosa ne uscirebbe?

La cultura digitale, nella forma della rete, ha scombinato l’ordine interno alle parole conoscenza e sapere e le forme con le quali vengono prodotte e diffuse. Sono cambiati i nostri ruoli: produzione, consumo e autorevolezza sono tre parole sulle quali in molti stanno ragionando. Si scrive ancora tanto sulla dimensione concettuale della rete e sono state costruite molte immagini per offrire approcci semplici a chi non è ancora entrato. Segno che il processo è attivo, in corso.

Sono così cresciute delle caotiche ragnatele per collegare la nuova conoscenza e i suoi saperi alla società.

Queste ragnatele sono governate da un caos sensibile, regolato e ordinato, rappresentano il centro della questione. Allo stesso modo “la nostra vita non risiede nei neuroni, nelle ossa, nel sangue e nel midollo del nostro organismo ma nelle loro connessioni” (Weinberger 2012).

La sostanza che mantiene viva qualsiasi cultura non risiede nelle cose che compongono la conoscenza, le parole che contengono il sapere ma le relazioni tra le cose e parole. Sono le descrizione delle connessioni – delle ragnatela che disegnano – a rappresentare la figura più chiara e semplice da utilizzare per rispondere alla domanda “cos’è la cultura digitale”.

Una immagine semplice ma complessa. Non una semplice geometria, un grafo; piuttosto una intelligenza applicata che ha sue regole interne. Dopotutto la forma del contenitore consente e incoraggia la forma della scrittura.

Non a caso la cultura digitale nonostante abbia in sé un approccio fortemente aperto a tutti i nostri sensi e sensibilità e ricerchi nelle sinestesie le proprie “maniglie concettuali” è sul piano della scrittura breve che ha raggiunto la sua pervasività. E’ in quei testi di 140 caratteri che appaiono a video in cascata che i sensi si annullanno in una forma di puro pensiero, rischiando talvolta il verbalismo. Ma questo la riporta anche a una oralità di natura concettuale.

Ma vogliamo provare a pensarla in un modo completamente differente? Proviamo ad approcciare la cultura digitale con un altro organo di senso. Vogliamo ascoltare la rete?

Cosa ci può dire di differente? Cosa ci può suggerire? Vedremo che alcune cose potranno uscire anche da questa speculazione.

Da venticinque secoli la cultura che chiamiamo occidentale cerca di guardare il mondo, ne studia le morfologie, le figure. Di rado ha capito che il mondo non lo si deve solo guardare: lo si può anche ascoltare. Non solo leggere ma sentire.

La nostra scienza, per necessità, ha sempre dovuto controllare, contare, astrarre e castrare i sensi dimenticando che la vita è rumore e solo la morte è silenzio: rumori del lavoro, rumori degli uomini e rumori delle bestie. Rumori comprati venduti o proibiti. Nulla di essenziale accade dove non sia presente il rumore. Ogni parola che pronunciamo è una immagine sonora come ogni concetto. In questo la rete ha trovato un suo punto di forza: si scrive come se si stesse parlando, si legge come si stesse ascoltando.

Il nostro linguaggio è però pieno di metafore legate all’ascolto.

Un esempio per tutti la definizione “rumore semantico” che è spesso utilizzata per descrivere il tipo di diffusione del sapere e della conoscenza in rete. E’ una interpretazione sociale in quanto avviene all’interno di una cultura.

Dal punto di vista dell’orecchio la critica della rete è rumore per chi ne sta fuori, per chi non possiede gli strumenti per starvi all’interno. Contemporaneamente è un universo di possibilità per chi ci sta dentro. Ma la parola rumore nel corso di tutto il novecento ha assunto diversi significati non sempre negativi: la musica ne ha esemplificato le sue qualità incapsulandolo alla base del tema del paesaggio sonoro che partendo da Russolo, per arrivare a Cage diventa sostanza musicale. Poi la filosofia di Deleuze e Guattari o di Jaques Attali che ne danno una interpretazione politico-filosofica chiave del loro pensiero.

Dopotutto è vero: c’è come un rumore di fondo che si impone intorno a noi. Proprio a partire da questo abbiamo due primi suggerimenti che emergono tra altre fondamentali.

La prima questione è che la grande complessità osservata in una chiave di rumore richiede un processo generale di semplificazione dell’informazione.

Questa grande quantità d’informazione ci travolge quotidianamente con la sua potente massa critica richiamando in ciascuno di noi la necessità di costruire una strategia per potercisi orientare all’interno, una mappatura.

La seconda questione è l’imprendibilità. Sentiamo rumore in quanto l’insieme di cosa possiamo sapere e conoscere attraverso il digitale è imprendibile, sfuggevole, mutevole. In realtà questo rumore si mostra come un qualcosa che intende sottolineare una sua latente instabilità o imprendibilità semantica. In realtà intende sottolineare la sua pervasività che ha una natura sfumata in quanto in continuo movimento. La mappatura deve continuamente aggiornarsi.

La cultura digitale ha costruito intorno a una definizione di rumore buona parte della sua potenza: intesa come interferenza verso una cultura accademica ha prodotto buona parte dell’innovazione. La rete, dal punto di vista della metafora sonora, non è solo un continuo borborigmo che trasporta emozioni come i detrattori vogliono fare intendere a chi ci entra. Non è un brontolio continuo di persone che si lamentano.

E’ una lenta rivoluzione che è stata vissuta dalla società “tradizionale” come una interferenza. E non c’è nulla di sbagliato in questa lettura. Non è un caso una delle sue potenti radici affonda cultura degli hippy californiani.

Ogni nuovo concetto è una interferenza che suona o meglio stona nel paesaggio sonoro delle cose note.

Ha interferito nella produzione estetica e dei significati per alcuni versi ormai accettati. Ma è una “rivoluzione” in corso della quale alcune tappe se ne ascoltano già le loro storie.

E questo diventa ancora più evidente se dalle metafore passiamo alla dimensione fisica dell’ascolto. Come la prima interferenza videoludica. Il primo ingresso nella nostra vita dell’interferenza digitale è stato il Pong: il primo in Beep di un “satellite” domestico prodotto dalla Sega. Il primo videogioco che entra nelle nostre case inserendosi come una interferenza ludica nei canali delle nostre televisioni. Il gioco diventa multimediale e di colpo, l’immagine videoludica acquista quel valore assoluto aggiunto acusmatico rappresentato nel rapporto tra immagine e suono.

Come i suoni del cosmo che hanno una natura acusmatica: sono suoni dei quali non si vede l’origine, non si comprende la produzione. Ma sono suoni che connettono, mettono in contatto.

Il termine deriva da akusmatikoi: nella scuola pitagorica i discepoli udivano il maestro parlare dietro a un velo. Per creare la musica elettronica contemporanea riprende questa definizione di Pierre Schaeffer: il tipo di sorgente non rivela ciò che produce il suono ma solo il suo effetto uditivo e cioè il suono.

Non esiste una posizione privilegiata per ascoltare. Ci sono diversi punti dal quale potere ascoltare perché i segnali provengono da qualsiasi parte. Così è la rete.

Ascoltando la rete possiamo anche capire qualcosa di più di cosa ci accade intorno. Per capire l’importanza di alcuni eventi non occorre leggere ma è sufficiente ascoltare: l’applicazione Tweetdeck ad esempio. Qualsiasi messaggio viene visualizzato nelle colonne del nostro schermo oltre a essere una interferenza piena di senso che scombina l’ordine visivo dello schermo produce un segnale che è come la risposta di un sonar: pongo una domanda governata da un hashtag – qualsiasi ricerca è una query,una interrogazione – e questa mi rimanda indietro uno o più segnali non solo visivi.

Tweetdeck ricostruisce per noi non solo i contenuti del momento, non ci parla solo del sapere presente nella conversazione in merito a quel sapere ma ci suggerisce anche una morfologia del “fondo” della questione in corso: ce ne offre una impronta sonora.

Così è stato per la sera del confronto elettorale tra Bersani VS Renzi. In occasioni del confronto per le primarie interne al PD il ritmo dei tweet aumentavano e decelleravano a seconda dell’intensità delle cose dette (allego due filmati).

La query posta a Tweetdeck ha una risposta semplice automatica. Il rumore assume un aspetto analogico in fondo. Altra cosa è ascoltare le rete per fare emergere da questa conoscenza. Una prima risposta potrebbe essere questa: Internet ci mostra cosa c’è da sapere ma divergiamo su tutto. Ce lo dice il rumore prodotto.

Ma avere spostato l’attenzione sul piano del suono ci serve anche per dire il rumore è tale solo per chi è fuori dal contesto. Le interpretazioni avvengono sempre all’interno dei discorsi. Un suono lo riconosco come tale solo se lo ascolto all’interno del suo contesto. Le cose e i loro significati sono legate da regole e aspettative implicite. Altrimenti le viviamo come interferenze.

Questo discorso ci apre a una seconda questione: non possiamo pensare di occupare una posizione privilegiata. Ci sono cose che non si possono raccontare in un unico modo. Ci sono cose che per essere raccontate hanno bisogno di essere penetrate perché la superficie ne nasconde le molteplici visioni, aspetti ricchezze.

Occorre attraversarle. Fare le giuste domande, le giuste “query” per potere descrivere il nuovo paesaggio digitale e comprenderlo. E’ nella sovrapposizione, nella stratificazione dei risultati, nel loro procedere autonomo, quasi indifferente, sottolineato dalla disposizione spaziale, pensata tridimensionalmente: i segnali di tweetdeck spazializzano con la loro frequenza la geografia dell’attenzione. Per meglio dire interpreta il flusso dei segnali all’interno di una interpretazione spaziale che non è di natura privilegiata: il segnale non mi dice nulla sul peso di ciascuna opinione. Ne azzera l’autorevolezza. L’autorevolezza si sposta sulla qualità delle mie query.

Ogni segnale è una ipotesi di pensiero ed è una maniera di gestire il nostro modo di riferirci alla realtà che ci circonda: ci ascoltiamo negli altri. L’eco dei segnali prodotti è come un allenamento mentale.

L’eco: un oggetto simbolico utile al nostro pensare. Ma anche un limite e un rischio per la conoscenza: ascoltarsi negli altri e ripetere gli altri non produce alcun sapere se non si accompagna a una piena interpretazione.

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