Governance

Scandinavia, Francia e UK vivono bene senza un ministro digitale

Alcuni hanno affidato l’eGovernment al ministero delle Finanze, altri hanno accentrato molte funzioni a livello di primo ministro. L’attuale assetto italiano può anche andar bene. A mancare è una strategia complessiva. La Danimarca può dare l’esempio

Pubblicato il 05 Mar 2014

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Scandinavia, Francia e UK vivono bene senza un ministro digitale

Confesso di non condividere la diffusa delusione per la mancata nomina di un ministro o di un sottosegretario all’agenda digitale che emerge tra gli altri dai puntuali e appassionati post di Massimo Mantellini, Alfonso Fuggetta e Guido Scorza. Voglio precisare che, pur osservando ciò che si fa e ciò che non si fa in Italia nel campo dell’eGovernment a partire dall’AIPA del 1997, occupandomi prevalentemente di rapporti europei mi capita di parlare con molti colleghi stranieri e so che le configurazioni politico-istituzionali escogitate nei loro paesi per promuovere lo sviluppo dell’innovazione digitale sono a dir poco variegate.

Ci sono paesi come la Danimarca e la Finlandia che venti anni fa hanno affidato l’eGovernment al ministero delle Finanze e non sembra che se ne siano ancora pentite. Ce ne sono altri come la Francia e la Gran Bretagna che hanno accentrato molte funzioni a livello di primo ministro. E altri ancora, come la Svezia, in cui gli enti locali hanno un’autonomia tale da non permettere pianificazioni centrali troppo spinte. Se la configurazione italiana resterà quella osservabile oggi, direi che rientriamo ancora nella normalità: c’è un presidente del consiglio dei ministri che trattiene a sé un tema che ritiene centrale per lo sviluppo del paese, particolarmente alla vigilia del nostro semestre di presidenza europea, e c’è un’agenzia da poco istituita che opera alle sue dipendenze. Parlando di organizzazione, un collega straniero potrebbe chiedermi: “Dov’è il problema? State anche meglio di noi”.

Insomma, non che manchino i motivi di preoccupazione, e molto seri, che vengono dagli scoreboard europei e dalla generale scarsa adozione del digitale in tutti i settori della nostra società. Ma scaricare la responsabilità dei ritardi sugli assetti istituzionali o sul mancato coinvolgimento di questa o quella personalità è un po’ come prendersela con il terreno di gioco pesante, il clima afoso o l’assenza di un certo giocatore dopo che la nazionale ha perso agli ottavi di finale. E del resto anche io finisco col spiegare al collega straniero che sì, la nuova configurazione istituzionale è snella e pulita ma non è ancora operativa per problemi di fondi, nomine, tempi e processi molto italiani. Detto questo, penso che l’attuale configurazione istituzionale permetta di giocare altrettanto bene, soprattutto se ci si ricorda di tenere d’occhio il contesto europeo e le esperienze degli altri paesi.

Prendiamo ad esempio la Danimarca, un paese che non ha un ministro dedicato all’agenda digitale ma possiede un’agenzia digitale che dipende dal ministero delle Finanze, nel cui organigramma non è presente un sottosegretario dedicato. Chiedo al lettore un piccolo sforzo. Visitiamo il sito dell’agenzia digitale danese e, aiutandoci con un traduttore, leggiamo la sua storia e la sua organizzazione interna. Poi sfogliamo la strategia di eGovernment 2011-2015 e la strategia per il welfare digitale 2013-2020 adottate dal governo danese. C’è qualcosa da imparare? Direi di sì.

Prima di tutto, i due documenti strategici raccontano con chiarezza una visione ed elencano nero su bianco progetti e scadenze. Non è poco: l’Italia ancora attende una strategia del genere. Mi piace anche che i due documenti riflettono una policy scaturita dal vertice del governo ma elaborata, condivisa, sviluppata e mantenuta dall’agenzia in stretto coordinamento con il governo centrale, le regioni e i comuni. Una delle suddivisioni organizzative dell’agenzia danese è anzi dedicata proprio alla formazione delle strategie in stretto contatto con l’Europa. Percorrere la stessa strada anche in Italia è necessario? Evidentemente no, ma non mi pare neanche sconsigliabile.

Un’altra cosa interessante è che le due strategie danesi sono allineate nei tempi e nei contenuti alle strategie europee, rispettivamente allo European eGovernment Action Plan 2011-2015 e alla Digital Agenda. Non si può dire che ciò sia accaduto in Italia. La strategia italiana eGov 2012, che si può ancora trovare sul web, non aveva molti punti di contatto con l’Action Plan europeo, che era stata messa a punto da esperti non soltanto della Commissione ma di gran parte dei governi europei. Del resto non è probabilmente un caso che nel novembre 2009 uno dei pochi ministri (o forse l’unico, non ricordo bene) che non partecipò alla Ministerial eGovernment Conference di Malmö, che approvò l’omonima dichiarazione e portò all’adozione dell’Action Plan da parte dell’intera Europa, fosse quello italiano. E l’Agenda digitale italiana, con tutti i suoi pregi e difetti, tutto può dirsi tranne che una implementazione nazionale della Digital Agenda.

Certo, le due strategie europee per vari motivi non possono presentare tutte le caratteristiche desiderabili in una strategia nazionale, e non possono affrontare tutti i problemi e i ritardi specifici di ciascun paese. Ma adottarne gli obiettivi è il minimo da fare per sfruttare le sinergie e le risorse UE. Con o senza sottosegretario dedicato, credo che il presidente del consiglio abbia tanti modi per mettere al lavoro le tante competenze esistenti, fuori e dentro l’agenzia digitale. E magari per rendere esplicita nella strategia digitale italiana l’adozione delle visioni e delle priorità contenute nei due documenti strategici europei. Affermando chiaramente, per fare un solo esempio, la volontà di partecipare alla costruzione delle piattaforme europee comuni per l’identità digitale, la fatturazione, il procurement eccetera finanziate dal Connecting Europe Facility.

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