Lo scenario

Mancano lavoratori ICT, ma è anche colpa delle aziende: gli studi

Da una parte la difficile ricerca di persone specializzate, d’altro canto i problemi dei bassi salari e delle imprese non sempre in grado di impiegare in modo adeguato il personale qualificato: approfondiamo questi nodi, valutando possibili soluzioni

30 Mar 2022
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

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I dati sull’occupazione confermano una grande ricerca di manager, operai specializzati, tecnici e professionisti con elevate competenze digitali e scientifiche. Si scopre che molte aziende però hanno difficoltà nel reperire le persone giuste, con le competenze giuste, tanto che molti imprenditori lamentano una mancanza di candidati per i profili ricercati o livelli di preparazione non adeguati. Figure che non si trovano, ed è una situazione sempre più frequente da 15 anni a questa parte.

Sembra che ad ogni accenno di crescita nei settori “di frontiera”, come un fenomeno carsico, affiorino problemi di “difficoltà di reperimento” di personale adeguato. E così il mismatch torna a essere il tema del mercato del lavoro italiano, che stenta a uscire dalla morsa della bassa produttività, basso tasso di occupazione, alta difficoltà di reperimento delle figure professionali. Troppe persone impreparate secondo le imprese, ma vediamo cosa si cela, oltre al nodo delle competenze, dietro questo disequilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro.

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Nel manifatturiero e ICT le maggiori opportunità di lavoro

Secondo i dati dell’indagine Excelsior realizzata da Unioncamere in accordo con l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro sono 359mila i lavoratori ricercati dalle imprese in questo mese di marzo, 41mila in più rispetto a febbraio e 67mila in più rispetto a un anno fa. Sul totale dei lavoratori richiesti dalle imprese, 101mila sono giovani fino a 29 anni di età. La domanda di lavoro sta tenendo quindi, anche quella giovanile, ed è il manifatturiero a offrire le maggiori opportunità.

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A guidare, le industrie della meccatronica, seguite dalle industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo e dalle industrie alimentari, bevande e tabacco. Si mantiene elevata anche la domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni. Anche il settore delle tecnologie digitali mostra un certo dinamismo. È online la pubblicazione “Analisi della domanda di competenze digitali nel 2021”che offre uno spaccato dei profili professionali dell’ICT (177mila le entrate programmate lo scorso anno). Dinamiche occupazionali che vedono in testa le professioni tecniche, in particolare i profili di tecnici programmatori, tecnici esperti in applicazioni e tecnici del marketing. Tra le professioni di elevata specializzazione, la maggiore domanda riguarda gli analisti e progettisti di software, gli ingegneri industriali e gestionali e gli ingegneri meccanici.

D’altronde nell’implementazione della transizione digitale assume un’importanza strategica l’acquisizione di candidati con competenze adeguate. Non è un caso che nel 2021 le imprese[1] abbiano domandato competenze digitali di base per la comunicazione visiva e multimediale a 2,8 milioni di profili professionali ricercati, abilità relative all’utilizzo di linguaggi e metodi matematici e informatici a 2,3 milioni di posizioni e capacità di gestione di soluzioni innovative 4.0 a 1,7 milioni di candidati.

La difficile ricerca dei profili richiesti

A fronte di questa potenziale capacità recettiva e di occupazione, parte della domanda di lavoro non viene tuttavia soddisfatta, il più delle volte per un’offerta ritenuta inadeguata o addirittura assente, per cui si riscontra un disequilibrio nel mercato del lavoro. Sempre secondo i dati di Unioncamere e Anpal, si attesta complessivamente al 41% la quota di assunzioni per cui le imprese dichiarano difficoltà di reperimento (8,8 punti percentuali in più rispetto allo scorso anno), che sale al 58% per gli operai specializzati, al 56% per i dirigenti, al 48% per le professioni tecniche e al 44% per le professioni intellettuali e scientifiche.

Le figure di più difficile reperimento sono i tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (67%), gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (67%), i fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori carpenteria metallica (65%), i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni (61%), i meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori di macchine fisse e mobili (61%). Ma appare elevato anche il dato relativo ai medici (64%) e ai professori di scuola primaria (63%), anche per effetto della pandemia.

Ovviamente, più corre l’innovazione tecnologica, più la forbice si allarga. Il gap è più marcato nel comparto digitale, dove le difficoltà di reperimento si intensificano al crescere del grado di importanza attribuito all’eskill richiesto per lo svolgimento della professione. Per le competenze digitali di base, le difficoltà di reperimento si attestano al 35%. Salgono al 38% quando si cercano competenze digitali più elevate; per le capacità matematico informatiche il gap è anche più ampio (40%), mentre per le competenze 4.0, con riferimento alle professioni tecniche, il mix di competenze digitali è difficilmente reperibile per i tecnici programmatori (68%), tecnici esperti in applicazioni (63%), tecnici meccanici (52%) e disegnatori industriali (48%).

Allineare apprendimento e lavoro, aumentando il numero di laureati

Quali sono i motivi alla base di questa mancato reperimento di personale? Secondo le imprese alla radice ci sarebbe la mancanza di candidati[2]. Segue la preparazione non adeguata dei candidati, che sconta la mancanza di connessione tra il mondo dell’istruzione, anche universitaria, e le necessità del mondo del lavoro.

Il mancato allineamento tra scuola/formazione e i trend del mercato del lavoro è un tema intrinseco nell’attuale sistema educativo[3]. Nella ISO 17024 Competenza [3.6] è la ‹‹capacità di applicare conoscenze e abilità al fine di conseguire i risultati›› e nel Quadro Europeo delle Qualificazioni (EQF) “competenza” è la ‹‹comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale››.

Quindi in Italia siamo bravi a creare le “conoscenze”, meno bravi in tutto il resto, poiché le abilità di creano con il saper fare, quindi con la pratica. Ed ecco arrivati al punto più debole del nostro sistema formativo. La quasi totalità dei ragazzi esce dalle scuole e dalle Università con tante conoscenze che non hanno mai applicato e messo in pratica. Le Università oggi sono fortemente orientate ad innovare l’offerta didattica, adeguandola alle reali necessità del mondo produttivo. Ma per attuare tali cambiamenti serve del tempo, e comunque di per sé ciò non è sufficiente a rimuovere il problema del mancato allineamento.

Molte imprese, infatti, sono sprovviste di competenze interne e non riescono a far fare pratica ai giovani laureati, tant’è che li vorrebbero già con comprovata esperienza e capaci di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e metodologiche. È un cane che si morde la coda.

Abbiamo anche il dovere di invertire la tendenza rispetto al basso numero di laureati. Entro il 2030, l’Italia dovrebbe riuscire a portare al 45% il numero di giovani donne e uomini laureati, obiettivo per ora lontano[4]. Si tratta di un percorso lento e progressivo da iniziare a fare nell’immediato. Ci sono due azioni che possono essere messe in campo subito. Le ha indicate la Ministra dell’Università e della Ricerca, “la prima è quella di ampliare il numero di studenti e l’offerta formativa degli atenei, aiutando le famiglie che non hanno mezzi sufficienti per far studiare i propri figli. La seconda azione è quella di legare di più l’aspetto formativo con il mondo del lavoro”.

Riuscire a creare un’offerta di corsi di studio e di percorsi di formazione per i giovani che risponda meglio a ciò che le imprese cercano rimane una missione importante. Sappiamo che esiste una correlazione positiva tra domanda di lavoratori altamente qualificati e produttività. Per l’Ocse, se l’Italia riuscisse ad avvicinare il mondo della formazione alle richieste delle aziende, la produttività del Paese aumenterebbe del 10%. Per questo occorre puntare a una politica industriale che aiuti il favorire dei “mismatch buoni”, nel senso che laddove si investe in innovazione che innalza la produttività si crea una “rincorsa” per la ricerca e la formazione di figure professionali adeguate.

Alta formazione e mondo del lavoro, un binomio da consolidare

Secondo uno studio del 2019 condotto dalla Fondazione CRUI “I dottorati industriali: esperienze a confronto”, l’implementazione dei dottorati industriali (uno strumento di altissima formazione istituito per favorire l’incontro tra Università e imprese) non avrebbe avuto un iter agevole, come testimoniato dalla scarsa consapevolezza all’interno delle imprese sul potenziale aumento delle proprie capacità di innovare e rendersi competitive tramite i dottori di ricerca. Circostanza da cui conseguirebbe ‹‹che l’impresa non investe nel dottore di ricerca, o quand’anche lo faccia non ne riconosce a pieno la professionalità in termini di accesso a posizione più qualificate o a retribuzioni più elevate››.

I dati che evidenziano una maggiore fortuna occupazionale per i laureati, non sono comunque così significativi da incentivare la scelta di intraprendere impegnativi percorsi formativi. In molti casi, anche tra coloro che conseguono un master o un dottorato di ricerca (il massimo titolo di studio in molti Paesi del mondo), gli stipendi non sono adeguati. Il confronto con le retribuzioni all’estero è disarmante. Non solo stipendi più alti. Molti Paesi offrono tante opportunità, il merito e la trasparenza regolano il mercato del lavoro. Questo spiega la voglia dei nostri ragazzi di cercare altrove sbocchi professionali. E sono proprio le area disciplinari più richieste (Scienze matematiche e informatiche, Scienze fisiche, Ingegneria industriale e dell’informazione e Scienze chimiche) i settori dove si registra la più elevata fuga verso l’estero, confermando ulteriormente quanto per questi giovani studiosi nelle STEM sia difficile trovare una adeguata qualificazione professionale in Italia. Dati che non sorprendono, perché sono di fatto allineati alla specializzazione tecnologica dell’Italia.

Il nodo delle competenze digitali

Visto come corre l’innovazione digitale, le competenze tecnologiche e scientifiche emergono con forza come il fattore più importante. Secondo la ricerca di Randstad “Posti vacanti e disoccupazione tra passato e futuro”, sono proprio le carenze tecnico-scientifiche le più rilevanti nella difficoltà di reperimento delle aziende. In un’epoca di trasformazioni radicali, per gestire le sfide tecnologiche e gestionali che le imprese devono affrontare, è strategico il possesso di eskill combinate tra loro. La domanda di eskill mix (ossia la padronanza di almeno due delle tre competenze digitali) è più alta tra i laureati – in particolare nelle materie STEM come ingegneria elettronica e dell’informazione e scienze matematiche e fisiche ed informatiche – rispetto ai diplomati. Per tali mix di competenze la difficoltà di reperimento raggiunge picchi elevati, che nell’ambito delle professioni specialistiche si concentrano nelle figure legate all’implementazione dei processi di digitalizzazione nell’organizzazione aziendale, quali ingegneri elettrotecnici, progettisti e amministratori di sistemi informatici e analisti e progettisti di software.

L’incremento delle competenze e delle prospettive occupazionali dei giovani è una delle tre priorità trasversali del PNRR. Un acuto osservatore come Mochi Sismondi ha messo in file i vari soggetti che hanno una responsabilità nell’attuare la trasformazione digitale del PNRR, osservando che proprio sulle competenze digitali ci sarebbe una eccessiva frammentazione e dispersione di obiettivi. Questo eccesso di attribuzioni sarebbe il peccato originale del PNRR “che è stato concepito tenendo conto più delle attribuzioni dei singoli Ministeri che non della visione sistemica degli obiettivi e delle alleanze necessarie per raggiungerli”. Le raccomandazioni che Sismondi ha suggerito, soprattutto quella di “ridurre drasticamente le sovrapposizioni” e di “definire con chiarezza una tassonomia delle competenze digitali”, rappresentano un’ottima piattaforma di partenza per riportare l’Italia in classifica rispetto alle competenze digitali[5].

Salari e dei contratti, i problemi

Gli squilibri presenti nel mercato del lavoro, secondo molti imprenditori sarebbe dovuto alla scarsa preparazione dei giovani. Le difficoltà di reperimento di figure professionali adeguate sarebbero imputabili perciò alla scarsa preparazione dei candidati. Ma è davvero così, solo troppe persone impreparate, o c’è altro? Siccome una medaglia ha sempre due facce, occorre guardare al fenomeno con gli occhi dei giovani che aspirano a occupare quei posti, soprattutto di quelli altamente formati e qualificati. Per molti di loro, la presenza di evidenti storture e pratiche, risulta mortificante. Ci sono gli stage non retribuiti, che favoriscono lo sfruttamento e che andrebbero eliminati. Restano troppo diffuse ed elevate le forme di lavoro precario, come il part-time involontario e i contratti a termine che si confermano la forma prevalente. Molte imprese, inoltre, hanno modelli organizzativi spesso obsoleti e basati sul controllo più che sul coinvolgimento e la continua crescita professionale dei dipendenti. Spesso non capiscono che i profili “giusti” si trovano attirando lavoratori con potenziale e “plasmandoli” per le proprie specifiche esigenze. Profili così vanno costantemente motivati, sennò vanno via e cercano altrove.

C’è poi il grande tema dei bassi salari. Deve essere umiliante scoprire che “gli studenti che conseguono il dottorato in Italia riescono a percepire un reddito medio assai superiore all’estero che in Italia, e ciò vale sia per gli uomini che per le donne” (Fonte CNR: Relazione sulla Ricerca e l’Innovazione in Italia 2021). Parliamo di un reddito mensile netto in Italia di 1.883 euro, a fronte di una retribuzione netta di 2.786 euro registrata all’estero. Sul tema dei salari dignitosi anche il settore pubblico ha incontrato difficoltà nel reperire personale specialistico. Il flop del concorso per il Sud, che doveva servire a reclutare tecnici qualificati per la gestione del PNRR, ha messo in luce che a scoraggiare i giovani tecnici sarebbero stati la prospettiva di un contratto a termine e il compenso di 1.400 euro lordi al mese. Circostanza che avrebbe portato il Ministro della Funzione Pubblica Brunetta a dichiarare che “forse abbiamo sbagliato qualcosa perché il contratto a termine non è così appetibile e un salario medio basso non è così appetibile per cercare delle skills specialistiche, perciò il gioco è complicato”.

Per trattare il tema del mismatch nel mercato del lavoro occorre avere a cuore sia il punto di vista di chi vuole assumere sia di chi vuole entrare nel mondo del lavoro in condizioni dignitose, avendo il coraggio di andare fino in fondo nell’affrontare tutti i difetti ancora sul tavolo. Una delle più semplici ed efficaci strategie per agevolare l’entrata nel mondo del lavoro di forza lavoro qualificata potrebbe essere quella di offrire ai giovani migliori condizioni contrattuali, sia in termini di stabilità che di retribuzioni.

Conclusioni

Gli imprenditori reclamano una forza lavoro giovane e adeguatamente preparata, ma molte imprese hanno scarsa consapevolezza su come impiegare al meglio il personale altamente qualificato. I giovani formati mostrano segnali di insoddisfazione per condizioni di lavoro ritenute inaccettabili e molti di loro decidono di non adattarsi e cambiano residenza. Il gesto è stato sintetizzato nella metafora “Votare con i piedi”, che si deve all’economista Charles Tiebout. L’immagina appare decisamente calzante con riferimento ai tanti giovani italiani che cercano all’estero opportunità di lavoro, studio e formazione per un ampio ventaglio di professioni e a tutti i livelli di qualificazione.

Il fenomeno pone un dilemma alle politiche pubbliche: occorre investire per aumentare il numero di laureati e di dottori di ricerca nelle materie scientifiche, sapendo che una percentuale compresa tra un quarto e un terzo è destinata a lasciare il Paese per lavorare all’estero? Oppure bisogna aumentare il numero delle persone qualificate e contestualmente operare per creare maggiori opportunità professionali?

In questo quadro sono necessarie risposte di sistema. Con la consapevolezza di essere un Paese di piccole e medie imprese, in una visione sistemica, risulta essenziale che le maggiori risorse da destinare allo studio, alla formazione e alla ricerca siano accompagnate da strumenti specifici di politica industriale volti a rafforzare la capacità produttiva del nostro Paese, attraendo imprese ad alta tecnologia e creandone di nuove. L’obiettivo di aumentare il numero di persone con elevate competenze è senz’altro condivisibile, ma rischia di non portare reali benefici economici e sociali al Paese se non è integrato in una più ampia visione di ricostruzione dell’economia italiana e del suo sistema scientifico, tecnologico e dell’innovazione.

_

Note

  1. Tecnologie digitali, nuove formule organizzative aziendali e nuovi modelli di business: quasi il 71% delle imprese ha investito in almeno uno di questi tre ambiti della trasformazione digitale nel 2021, in crescita rispetto al valore medio del quinquennio 2016-2020 (68%).
  2. A marzo 2022 la mancanza di candidati è stata espressa per il 24% dei profili ricercati a fronte del 17% riscontrato invece a marzo dello scorso anno (7 punti percentuali in più).
  3. Uno studio dell’OSCE rileva come tra i “nostri” adolescenti (NB. la ricerca non si riferisce solo all’Italia) non risiedano grandi e nuove idee sul cosa voler fare da grandi. In base allo studio, nella lista delle professioni più gettonate dai 15enni, le prime 10 posizioni sono occupate da quelle più consuete e tradizionali: medico, insegnante, avvocato, poliziotto, atleta, ecc. Nelle prime posizioni, non troviamo neanche una professione legata alla trasformazione digitale, che staranno sì vivendo le aziende, ma non i ragazzi.
  4. Nel 2021, infatti, secondo le statistiche Eurostat, in Italia si sono laureati solo il 29% dei giovani tra i 25 e i 34 anni. Questo porta il Paese a essere il penultimo in Europa nelle classifiche sull’istruzione accademica. Peggio dell’Italia ha fatto solo la Romania, con il 25% di laureati e laureate.
  5. Per capire meglio cosa siano le competenze digitali, il Digital Competence Framework for Citizen (DigComp) ha pubblicato un quadro aggiornato fornendo oltre 250 nuovi esempi di conoscenze, abilità e attitudini che aiutano i cittadini a impegnarsi con sicurezza, in modo critico e sicuro con le tecnologie digitali e quelle nuove ed emergenti come i sistemi guidati dall’intelligenza artificiale.
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