Lo scenario

Strategia italiana sull’intelligenza artificiale, salviamola dall’oblio

La strategia italiana sull’intelligenza artificiale non è ancora pronta a un anno dal lancio dell’iniziativa e potrebbe non esserlo nel primo trimestre 2020: ecco quali sono i problemi e quali i fattori necessari per superarli

14 Gen 2020
Stefano da Empoli

presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com)

intelligenza artificiale e lavoro - transumano

Dopo un anno, non è ancora pronta la strategia italiana sull’intelligenza artificiale. Non è oltretutto scontato che si riesca a vararla entro il primo trimestre 2020, una circostanza che rappresenterebbe una grande occasione persa per il nostro Paese. Vediamo qual è la situazione e cosa fare per migliorarla.

La roadmap verso la strategia

Proprio un anno fa, alla fine di dicembre, per definire la strategia italiana sull’AI veniva costituito presso il ministero dello Sviluppo economico il Gruppo di esperti, tra i quali il sottoscritto, scelti dai più svariati ambiti disciplinari e professionali attraverso un bando pubblico. L’ambizioso obiettivo era di finire il lavoro tra marzo e aprile, per dare modo al Mise di elaborare un documento politico, possibilmente condiviso con gli altri ministeri competenti (a partire dal Miur), sottoporlo a una consultazione pubblica e infine inviarlo a Bruxelles entro lo scorso giugno: la deadline era stata stabilita a livello europeo a inizio dicembre 2018 per Paesi ritardatari come il nostro, tenendo conto che altri come Francia, Germania e Regno Unito avevano già prodotto la loro strategia, prima che glielo chiedesse la Commissione europea.

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Fatto sta, complice il cambio di Governo e la mancata attribuzione delle deleghe ai sottosegretari Mise (ma anche lo svuotamento della struttura amministrativa del ministero, al quale finora non si è fatto fronte in maniera adeguata), a un anno di distanza la Strategia italiana non ha ancora visto la luce. Con un po’ di sorpresa, il Gruppo di esperti, che pensava di aver esaurito il proprio compito già a maggio, è stato richiamato poche settimane fa al lavoro per tenere conto delle osservazioni pervenute nella consultazione semi-carbonara effettuata tra agosto e inizio settembre. Preoccupa tuttavia l’assenza di un punto di riferimento preciso all’interno del ministero e la sensazione è quella di un gruppo che prova ad autogestirsi, con tutte le difficoltà del caso, vista la mancanza di una struttura di supporto e la numerosità dei componenti, unita agli impegni di tutti e alla diversa dislocazione geografica. La mancata realizzazione della strategia sarebbe un’occasione persa per “l’ultima chiamata” alla quale fa non casualmente riferimento il titolo del mio libro, uscito nelle scorse settimana, “Intelligenza artificiale: ultima chiamata. Il Sistema Italia alla prova del futuro”, pubblicato da Bocconi editore. Le risposte necessarie dovrebbero essere a mio avviso almeno cinque, peraltro in gran parte contenute nel documento messo a punto dal Gruppo di esperti già prima della scorsa estate.

Le risposte necessarie

In primo luogo, in Italia come in Europa serve una maggiore massa critica sul fronte della ricerca. Non è vero che nel nostro Paese ci siano pochi ricercatori di eccellenza (secondo un recente studio cinese i top scientist italiani sono per numero superiori a quelli del gigante asiatico) ma le tante unità di ricerca presenti sono troppo piccole per fare la differenza da sole. Per questo è fondamentale pensare a un Istituto Italiano dell’Intelligenza Artificiale, sul modello dell’Istituto italiano di tecnologia, che in discipline affini come la robotica e le nanotecnologie ha saputo mettere insieme uno straordinario pool di talenti, ai primi posti a livello internazionale per pubblicazioni e brevetti, in grado di dialogare con il settore privato e di attrarre risorse estremamente qualificate dall’estero (italiani di ritorno o stranieri). Naturalmente, questo Istituto dovrebbe lavorare insieme alle università e agli enti di ricerca già presenti, senza sottrarre le risorse ma ottimizzandone la produttività grazie a un maggiore impatto e a un migliore coordinamento.

Non si può però concentrare lo sforzo solo sull’élite del sistema italiano. Occorre accelerare il processo di adeguamento alla rivoluzione in corso di tutte le organizzazioni e in particolare delle piccole e medie, che formano lo scheletro del sistema produttivo italiano. In questo caso, l’azione è diametralmente opposta alla precedente, perché non potendo realisticamente immaginarsi un percorso di rapida crescita dimensionale si deve provare a supportare sul territorio il più ampio numero di imprese possibile. Grazie allo sforzo di tutti, a partire beninteso dalle aziende direttamente interessate, ma con l’azione sinergica dello Stato, delle Regioni e degli enti locali, delle università e della ricerca, del mondo della rappresentanza d’impresa e delle corporation più strutturate, per tecnologia o dimensione. Con quegli spillover di informazione e conoscenza che sono alla fine l’ingrediente indispensabile alla base della rivoluzione AI.

Per realizzare le prime due azioni, c’è bisogno di una terza: investire molto più di quanto si faccia attualmente. Uno studio di McKinsey certificava che nel 2016 gli investimenti privati europei in AI si collocavano tra la metà e un terzo circa di quelli asiatici e un sesto circa di quelli statunitensi. Pesava su questa macroscopica differenza l’assenza in Europa di grandi player digitali. Vuoto ancora più evidente in Italia. È dunque essenziale per il nostro Paese che gli attori pubblici siano in grado di aprire il proprio portafoglio così come le grandi aziende tradizionali, molte delle quali a controllo pubblico. Un ruolo importante dovrà giocarlo il Fondo Innovazione, sperando possa partire quanto prima, per innescare un venture capital degno di questo nome (in base a logiche il più possibile di mercato).

Oltre agli incentivi e ai diversi strumenti in grado di mobilitare gli investimenti, che fatalmente si scontrano con limiti di budget più o meno stringenti, molto può la campagna di informazione che dovrà accompagnare la strategia nazionale. Il successo del Piano Impresa 4.0 fu molto aiutato dal battage di convegni ed eventi che riuscì a scatenare, con i roadshow organizzati da soggetti come Confindustria. È proprio questo uno degli obiettivi in sé di una strategia. L’importante è che il governo che la lancia sia il primo a crederci, dandole adeguata visibilità istituzionale. Come accadde con il Piano Impresa 4.0. E come è successo con la Strategia francese sull’intelligenza artificiale, sulla quale ci ha voluto mettere la faccia lo stesso Emmanuel Macron.

L’obiettivo

Ultimo fondamentale tassello, forse il più importante, è un soggetto attuatore che stimoli e allo stesso tempo monitori lo stato di avanzamento della strategia. Si può naturalmente immaginare, data l’importanza della mission, un’agenzia ad hoc ma a mio parere rischierebbe di essere l’ennesima casella di una governance già molto complessa e frammentata. Meglio individuare un’amministrazione esistente in grado di svolgere il compito e, data la trasversalità della tecnologia, non può che essere un dipartimento della Presidenza del Consiglio o un ufficio appositamente creato al suo interno. Data l’affinità dei temi, il nascente Dipartimento per la trasformazione digitale appare un luogo adatto, purché sia messo in condizione di dialogare con il settore privato (oltre che con quello pubblico) e con le altre amministrazioni pubbliche centrali e periferiche (oltre ad assicurare il coordinamento con l’Europa e gli altri Stati membri).

Se questi 5 tasselli saranno collocati nella giusta posizione, il 2020 potrebbe rappresentare l’anno di svolta per l’intelligenza artificiale in Italia. E forse della trasformazione digitale in generale. Sempre che le incertezze attuali siano rapidamente dissipate.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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