Web e minori, come educarli a una navigazione consapevole | Agenda Digitale

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Web e minori, come educarli a una navigazione consapevole

È innegabile che la tecnologia digitale e l’interattività presentano dei rischi significativi per la sicurezza, la privacy e il benessere dei bambini, ma il web non è da considerarsi solo una selva oscura nella quale cercare di non smarrirsi. Dalla navigazione derivano anche vantaggi. Ecco il ruolo di genitori e educatori

23 Gen 2020
Lorena Manco

Privacy e Data Protection Specialist


Nei Paesi con livelli di connettività elevati, l’età media dei bambini che iniziano ad usare il web si è notevolmente abbassata. Ma se è vero che imparando ad utilizzare internet, i ragazzi acquisiscono fin da piccoli quelle competenze digitali che consentiranno loro di sfruttare le potenzialità del web, è altresì vero che saranno esposti precocemente a tutti quei rischi che il mondo virtuale reca con sé e che possono generare pericoli per il loro sviluppo psico – cognitivo.

I pericoli del digitale

In Bulgaria, l’età in cui i bambini usano per la prima volta internet è passata da 10 anni nel 2010 a 7 anni nel 2016. In Cina, i bambini sotto i 10 anni costituivano nel 2016 il 2,9 per cento di tutti gli utenti di internet, rispetto al 2,7 per cento nel 2015. In Brasile, la percentuale di utenti di 9-10 anni che utilizzano Internet è aumentata dal 35 per cento nel 2012 al 37 per cento nel 2013. [1]

Secondo il rapporto annuale dell’Unicef del 2017, un utente del web su tre è minorenne e, nel report redatto nel 2015 da Net Children Go Mobile è emerso che l’età del primo utilizzo di internet è di circa 9 anni e mezzo. [2]

Secondo la strutturazione dello sviluppo cognitivo elaborato da Jean Piaget – da sempre considerato uno dei massimi esponenti dello studio dello sviluppo della cognizione o pensiero infantile – il minore, di età compresa tra i 9 e i 12 anni, si trova in un momento di passaggio dalla fase di sviluppo delle operazioni concrete, durante la quale aumenta la coordinazione tra le azioni compiute e il pensiero induttivo, e la fase di elaborazione delle operazioni formali, nella quale si sviluppano, tra le altre, la capacità di giudizio e la relatività dei punti di vista e che si conclude con l’inizio dell’età adolescenziale (dai 14 ai 18 anni).[3]

Stando ai dati, dunque, nell’età in cui il minore si approccia al web, la sua coscienza/capacità di comprensione del reale non sono completamente formate. Poiché «il processo di strutturazione della personalità è suscettibile di essere agevolato, arricchito, accelerato o, al contrario, a seconda che i condizionamenti socioculturali e ambientali operino positivamente o negativamente» [4], occorre garantire misure di cautela e protezione potenziate volte a tutelare il minore che si accinge ad approcciarsi al web.

Nel mondo digitale, come segnalava Giovanni Sirtori, con il passaggio da Homo Sapiens a Homo Videns, dove «la parola è spodestata dall’immagine», e tutto è visualizzato e visualizzabile, il sapere concettuale cede il passo «al sapere percettivo e immediato, diretto e senza interposizioni, fatto di immagini già pronte per essere consumate». L’apprendimento essenzialmente digitale che si sta affermando per le nuove generazioni è caratterizzato dall’immediatezza, intesa come assenza di mediazione, in quanto, a differenza dei concetti espressi a parole che possono essere conosciuti ed intesi solo se capiti, le immagini potendo queste essere viste, vengono subite prima ancora di essere capite.[5]

Un bambino di 9 anni che fa delle ricerche su Google, per mancanza di competenze informatiche o per la limitata capacità critica che caratterizza la sua fascia d’età, potrebbe non essere in grado di valutare e giudicare le fonti di informazione. È necessaria una preconoscenza che funga da filtro per individuare, tra i tantissimi e vari risultati ottenuti, i contenuti sicuri e credibili, e che consenta ai bambini di tutelarsi.

Nel libro “Demenza Digitale”, il neuropsichiatra Manfred Spitzer giunge a denunciare una sorta di rarefazione di alcune capacità cognitive a causa dell’abuso nell’utilizzo delle nuove tecnologie.

Secondo l’autore, la digitalizzazione della società ha alleviato il lavoro delle attività mentali ma, progressivamente, gli strumenti digitali si stanno sostituendo alla laboriosità dei neuroni. Questi ultimi, quando diventano inattivi, si autodistruggono. Le conseguenze sembrerebbero percepibili innanzitutto nell’infanzia e nella fase della fanciullezza, perché il cervello dei bambini e dei ragazzi non è ancora completamente formato.[6]

Inoltre, in assenza di limiti alla navigazione, il minore potrebbe accedere a contenuti non appropriati alla sua età e tale esposizione potrebbe compromettere l’equilibrio della sua crescita.

Nello spazio digitale sono molteplici le fattispecie altamente lesive per il minore, dal cyberbullismo, all’adescamento, alla pedopornografia online e tutta una serie di fattori latenti che minaccia il suo benessere.

Se a 9 anni il bambino potrebbe non essere pronto per affrontare il lato oscuro di internet e della tecnologia, cosa succederebbe se l’età di esposizione all’ambiente digitale fosse anticipata?

Recentemente circolava nel web la notizia di una bambina di due anni che giocando con il cellulare che le aveva dato la madre, aveva cliccato su “Compra ora con 1-Click”, un’opzione che il genitore aveva attivato per velocizzare gli acquisti online su Amazon, e aveva acquistato un divano.

Si immagini lo stupore della madre quando si è vista recapitare un divano che non aveva mai cercato di acquistare.

Tralasciandone il lato umoristico, la vicenda offre numerosi spunti di riflessione.

È diffusa l’abitudine di consentire ai piccoli di giocare con tablet e smartphone al solo scopo di farli stare buoni e tranquilli.

Le ricerche evidenziano che le esperienze e l’ambiente che i bambini vivono durante la prima infanzia hanno un determinato impatto sullo sviluppo del loro cervello. Alcuni psicologi sostengono che l’uso libero di tablet e smartphone da parte di un bambino piccolo, potrebbe portare ad acquisire condotte caratterizzate da minimo sforzo e massimo risultato. Il bambino impara che con il solo indice della mano può accedere ad immagini e tante altre cose fantastiche senza il minimo impegno e senza dunque apprendimento.

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Benché le ricerche dimostrino anche che è l’adolescenza il periodo di consolidamento delle connessioni neurali, è importante chiedersi se, in assenza di dati certi e inconfutabili, valga la pena rischiare che l’esposizione precoce alle tecnologie possa influenzare il corretto sviluppo del proprio bambino.

Infine, non sono da sottovalutare le problematiche relative al diritto all’oblio del minore.

Possono essere proprio i genitori a sovraesporre il minore nel web, che si trova spesso online, anche prima di nascere, attraverso la pubblicazione di contenuti (foto, video) che lo riguardano sui canali social. In questo modo, i genitori – nella maggior parte dei casi in maniera del tutto inconsapevole – danno origine all’identità digitale del figlio, che precede quella anagrafica. Tuttavia, è probabile che l’identità online, che la pubblicazione dei contenuti scelti dall’adulto ha contribuito a creare, non corrisponda alla proiezione del sé voluta dall’individuo una volta adulto, e che potrà essere difficile cancellare dal web. [7]

Le opportunità offerte dalla rete

L’ambiente digitale può essere un luogo pericoloso per il minore d’età ma può essere anche un mezzo di per favorire la condivisione, l’aggregazione e l’apprendimento.

Se utilizzate correttamente e rese universalmente accessibili, la tecnologia e l’innovazione digitale possono rappresentare una porta che si apre su un futuro migliore per i tanti bambini emarginati – a causa della povertà, della discriminazione etnica, razziale e di genere, delle disabilità, e per motivi geografici (sfollamento e isolamento) – collegandoli a un mondo di possibilità, offrendo loro infinite opportunità per imparare e socializzare, essere considerati e ascoltati e fornendo le competenze necessarie per avere successo nel mondo digitale.

Per di più, le nuove tecnologie possono accrescere la motivazione degli studenti, rendendo l’apprendimento più divertente e interattivo, e sono potenzialmente in grado di creare opportunità di studio personalizzato, aiutando gli studenti a imparare secondo i propri ritmi e gli educatori con risorse limitate a offrire opportunità di apprendimento di qualità superiore.[8]

Inoltre, insegnare ai bambini a diventare soggetti attivi della tecnologia, creando ad esempio un piccolo videogioco, consente loro di sviluppare il pensiero computazionale, un processo logico-creativo che consente di scomporre un problema complesso in diverse parti, per affrontarlo più semplicemente un pezzo alla volta, così da risolvere il problema generale, ragionando passo passo sulla strategia migliore per arrivare alla soluzione.

Nell’ambiente scolastico si sta diffondendo la convinzione che la programmazione informatica sia una materia fondamentale per le nuove generazioni di studenti digitali. Infatti, le scuole italiane stanno iniziando a sperimentare dei percorsi didattici per insegnare a bambini e ragazzi i principi del Coding: si insegna a “dialogare” con il computer, a impartire alla macchina comandi in modo semplice e intuitivo, per realizzare giochi ed esercizi interattivi – prevedendo la possibilità di far svolgere ai personaggi sullo schermo le azioni utili al raggiungimento di un obiettivo – utilizzando uno dei linguaggi di programmazione più diffuso al mondo, il codice JavaScript.

Steve Jobs affermava che «ognuno dovrebbe imparare a programmare perché insegna a pensare» e giocando a programmare, i ragazzi imparano ad utilizzare la logica e il pensiero computazionale per la risoluzione dei problemi anche complessi.

Lo spazio virtuale, inoltre, può diventare un luogo di affermazione delle capacità individuali del minore.

La convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (di seguito semplicemente “Convenzione”) all’ art. 12.1 riconosce al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo interessa e nell’art. 13.1 il diritto alla libertà di espressione che comprende «la libertà di ricercare, di ricevere e di divulgare informazioni e idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo».

La rete può rappresentare dunque un “mezzo” attraverso cui il minore può esercitare i summenzionati diritti purché sia capace di discernimento e sia guidato in tal senso dai genitori o, se del caso, dai suoi tutori legali, in maniera che tale esercizio «corrisponda allo sviluppo delle sue capacità» (art. 14.2 della Convenzione).[9]

Quando un minore può essere considerato capace di discernimento?

Per utilizzare le app, le piattaforme, i social network e la rete in generale, i minori utilizzano i propri dati personali, si espongono al tracciamento o alla profilazione, concedono autorizzazioni privacy.

Tali operazioni spesso richiedono un’autorizzazione preventiva da parte del genitore o, dall’esercente la responsabilità genitoriale, attraverso il conferimento di uno specifico consenso digitale al trattamento dei dati del minore.

Se il consenso genitoriale si rendesse necessario per ogni operazione online posta in essere dal figlio minore, ai ragazzi verrebbe preclusa la possibilità di accedere a tutta una serie di risorse ormai disponibili quasi esclusivamente in rete, e si finirebbe per equiparare la capacità critica e valutativa di un ragazzo di 17 anni con quella di un bambino di 9 – in quanto entrambi minori – benché i due non si trovino nella medesima fase di sviluppo cerebrale e cognitivo.

Inoltre, questo tipo di preclusione, incoraggerebbe i ragazzi dai 13 in su ad aggirare le regole e le policy che escludono i minori dai servizi online e questo li porterebbe a fare i conti con i pericoli della rete senza conoscerli.

Il GDPR ha fissato a 16 anni l’età minima per l’accesso ai servizi online e quindi al consenso digitale, tuttavia riconoscendo agli stati membri la facoltà di prevedere un’età d’accesso diversa e comunque non inferiore ai 13 anni.

Difatti, l’Italia, con il decreto di adeguamento al GDPR – il D.Lgs. 101/2018 – ha fissato a 14 anni l’età del consenso digitale autonomo nell’ambito dell’offerta diretta di servizi della società dell’informazione.

Una previsione che pare rispecchiare un orientamento già seguito dal legislatore italiano in altre questioni che riguardano il minore, in particolare, in merito all’imputabilità penale riconosciuta al soggetto di età inferiore ai 18 anni. Ai sensi dell’art. 98 c.p. «è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità d’intendere e di volere». L’imputabilità del minore autore di un reato, è subordinata a due fattori fondamentali: l’età di 14 anni e l’accertamento della capacità di intendere e volere.

Per poter dare una base razionale all’imputabilità, è necessario che la persona abbia raggiunto un’età nella quale sia in grado non solo di bene intendere ciò che fa ma anche di valutare adeguatamente i motivi della volontà, il carattere morale e le conseguenze del fatto compiuto. Poiché è dubbio che tale grado di sviluppo venga acquisito da tutti dopo i 14 anni – in quanto ci si trova in piena fase evolutiva dell’individuo – va obbligatoriamente accertato in ogni singolo caso, con riferimento allo specifico reato per cui si procede, dal momento che lo stesso minore, può essere ritenuto immaturo rispetto ad un comportamento delittuoso e maturo – e quindi imputabile – rispetto ad un altro fatto.[10]

Dunque, azzardando un ragionamento inferenziale, se un soggetto, in assenza di fattori che possano escluderne la capacità di intendere e volere (es. evidenti infermità mentali), è considerato capace di discernimento – e quindi imputabile penalmente – a 14 anni, tanto più potrà essere considerato “maturo” per conferire un consenso digitale autonomo per l’accesso a dei servizi online.

Ciò non toglie che gli adulti, ed in particolare i genitori, hanno la responsabilità di guidare il minore all’utilizzo consapevole della rete come mezzo per lo sviluppo delle sue capacità.

Il ruolo di genitori e scuola

È innegabile che la tecnologia digitale e l’interattività presentano dei rischi significativi per la sicurezza, la privacy e il benessere dei bambini – ingigantendo minacce e pericoli che molti di loro affrontano anche offline e rendendo quelli a rischio ancora più vulnerabili. Ma il web non è da considerarsi solo una selva oscura nella quale cercare di non smarrirsi. L’incremento della connettività online ha aperto nuove strade all’impegno civico, all’inclusione sociale e a molte altre opportunità, offrendo la possibilità di rompere il circolo vizioso della povertà e dello svantaggio sociale[11], di migliorare l’apprendimento e sviluppare nuovi talenti e competenze.

In questo quadro, giocano un ruolo fondamentale i genitori e gli educatori: i genitori riconoscendo i pericoli e le potenzialità della rete e fungendo da mediatori tecnologici ed incoraggiando i figli ad usare saggiamente la tecnologia digitale e gli educatori assumendosi il ruolo di guida, di creatori di contesti e controllori della qualità.[12]

Purtroppo quello che si evince è che sempre più spesso gli adulti non sono pienamente in grado di trasferire consapevolezza nell’uso del digitale ai minori, avendo, a loro volta, una conoscenza solo superficiale dell’impatto che le nuove tecnologie possono avere sullo sviluppo dei minori e non sapendo operare un distinguo tra la saggezza digitale e la semplice destrezza digitale, in quanto «il semplice sapere come usare una particolare tecnologia non rende più saggi di quanto non lo faccia il semplice saper leggere le parole». [13]

I bambini e i ragazzi hanno bisogno di competenze per valutare le informazioni che trovano nel web, capire cosa significa socializzare online, comportarsi in modo responsabile e navigare in sicurezza, sostenere i propri interessi e quelli delle loro comunità.

Per questo si rende necessario educare all’uso della rete, partendo dagli adulti, da coloro che conoscono meno il mondo online rispetto ai nativi digitali, ma sono tuttavia responsabili della formazione della consapevolezza digitale dei minori.

Peraltro, non può essere invocata in funzione esimente delle proprie responsabilità, l’eventuale scarsa dimestichezza con le tecnologie, atteso che la vigilanza che dev’essere esercitata sulle attività compiute dal minore, ricomprende ormai inevitabilmente tutto quanto attiene al mondo digitale, incorrendo, gli adulti, in mancanza, in culpa in vigilando.

A tale proposito non bisogna dimenticare che il minore non solo può diventare persona offesa in relazione a fattispecie di reato (es. adescamento, pedopornografia) ma può egli stesso produrre e mettere in rete dei contenuti non appropriati o altamente offensivi e lesivi dell’altrui dignità (cyberbullismo) che costituiscono illeciti perseguibili civilmente e penalmente.

I ragazzi che cominciano ad usare le nuove tecnologie, devono essere guidati affinché possano riuscire a comprendere appieno la loro vulnerabilità ai pericoli online e come proteggersi, nonché la loro responsabilità di essere buoni cittadini digitali.

È necessario insegnare loro ad utilizzare la rete non come un fine ma piuttosto come un mezzo per costruire saggiamente il proprio cammino verso l’età adulta, imparando anche a fare la differenza, considerato che, come affermava Nelson Mandela, «non ciò che ci viene dato, ma la capacità di valorizzare al meglio ciò che abbiamo è ciò che distingue una persona dall’altra».

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  1. Rapporto UNICEF “La condizione dell’infanzia nel mondo 2017 – Figli dell’era digitale”, in https://www.unicef.it/Allegati/SOWC_2017.pdf
  2. Mascheroni G. – Olafsson K., Net Children Go Mobile – Il Report Italiano, in https://www.academia.edu/13744042/Net_Children_Go_Mobile_il_report_italiano
  3. Fiore F., Lo sviluppo cognitivo secondo la teoria di Piaget – Introduzione alla Psicologia, in https://www.stateofmind.it/2016/05/sviluppo-cognitivo-piaget/
  4. Correra M.M. – Martucci P., Elementi di criminologia, 3° Ed., Cedam p.146.
  5. Ibidem.
  6. Boccia P., La funzione della scuola e la demenza digitale, in file:///C:/Users/Windows10/Desktop/Consenso%20e%20Minori/P.%20BOCCIA%20%20Scuola%20e%20demenza%20digitale.pdf
  7. Caggiano I.A., Privacy e minori nell’era digitale. Il consenso al trattamento dei dati dei minori all’indomani del Regolamento UE 2016/679, tra diritto e tecno-regolazione, in http://www.ejplt.tatodpr.eu/Article/Archive/index_html?ida=24&idn=2&idi=-1&idu=-1
  8. Cfr. Rapporto UNICEF “La condizione dell’infanzia nel mondo – Figli dell’era digitale.
  9. Bolognini L. – Bistolfi C., L’età del consenso digitale, in https://anticyberbullismo.it/wp-content/uploads/2017/06/Et%C3%A0_del_consenso_digitale_IIP_CNAC_2017.pdf
  10. Cfr. Correra M.M – Martucci P., Elementi di Criminologia, pag.149, 155.
  11. Cfr. Rapporto UNICEF “La condizione dell’infanzia nel mondo 2017 – Figli dell’era digitale”.
  12. Prensky M. (2010), H. Sapiens Digitale: dagli Immigrati digitali e nativi digitali alla saggezza digitale, TD-Tecnologie Didattiche, 50, pp. 17-24.
  13. Ibidem.

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