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trasformazione digitale

Legaltech: le tecnologie che più cambieranno le professioni legali

Dal cloud alla blockchain, quali sono le tecnologie “legaltech”, quelle che stanno maggiormente influenzando le professioni legali e quali competenze e strategie sono necessarie per realizzare la trasformazione digitale del settore. Ecco lo stato dell’arte

31 Ott 2018

Michele Costabile

Ordinario di Marketing e di Entrepreneurship Università LUISS (Roma) - Direttore del Centro di Ricerca X.ITE su Comportamenti Economici e Tecnologie


Che le tecnologie digitali e l’iperconnessione avrebbero investito il mondo delle professioni legali era prevedibile. Che lo facessero con la portata che stanno registrando anche nei segmenti più tradizionali (per esempio il diritto di famiglia – slidinglife.com) un po’ meno, anche se ora è evidente. Sono, invece, tutti da scoprire i modelli di digital transformation che in pochi anni dovranno consentire agli studi legali di rinnovare i contenuti della professione, ridisegnare i processi operativi (per esempio con luminance.com) e le regole di “ingaggio” e relazione con i clienti (per esempio con IBM Pepper). E, a monte di tutto ciò, alimentare la sottostante combinazione di nuove competenze individuali e organizzative, interne ed esterne alla singola law firm.

Di tecnologie per certi versi abilitanti e per altri generative dei cambiamenti sul mercato dei servizi legali ve ne sono tante (“legaltech”). Alcune già in parte assorbite nelle routine professionali, altre in via di diffusione, di prima adozione ovvero di sperimentazione. Un’analisi “delphi“, condotta dal Centro di Ricerca X.ITE della LUISS, ha di recente consentito di rilevare la rappresentazione condivisa di scenari tecnologici e comportamenti evolutivi nella prospettiva dell’Associazione degli Studi Legali Associati (ASLA), disegnando di fatto un’“agenda digitale” per il legaltech.

Le tecnologie del cambiamento: legaltech

Da una rassegna di studi ed esperienze sulle tecnologie che stanno maggiormente influenzando le professioni legali – con un elevato grado di condivisione da parte dei 15 delphi panelist intervistati, selezionati fra gli attori di riferimento nel mercato dei servizi legali – emerge che sono da considerarsi prioritarie:

  • cloud computing, per il suo effetto sullo sviluppo del c.d. smart e agile work, e quindi sulla flessibilità ma anche sulla rapidità con cui si progettano e si realizzano i servizi legali, sia in strutture convenzionali che in forme organizzative ibride e reticolari, composte ormai non di rado da professionisti e studi legali eterogenei e complementari;
  • connettività e sensoristica diffusa (IoT) che, oltre a influire su tempi e modalità di organizzazione del lavoro interno e inter-organizzativo, introducono nuove modalità di interazione fra domanda e offerta e, combinandosi con le piattaforme di cloud computing, definiscono nuovi modelli di business, di tariffazione e di service level da accordare ai clienti;
  • piattaforme di raccolta e strutturazione di grandi quantità di dati (big data analytics) mediante sistemi di computazione capaci di estrarne informazioni e conoscenze (cognitive computing), a loro volta impiegabili per ridisegnare processi commerciali e operativi;
  • sistemi di intelligenza artificiale, che producono percorsi di apprendimento delle “macchine” fino al punto di consentire applicazioni “robotiche” per lo svolgimento di compiti professionali a forte assorbimento di tempo e basso valore aggiunto (es. le analisi in data room tipiche delle due diligence), con drammatiche discontinuità nelle routine operative (tipiche della c.d. work automation) e conseguente ridisegno dei modelli di business e del pricing dei servizi, ma anche del mix di competenze da internalizzare e sviluppare per proporre alla domanda di servizi legali nuove “catene del valore”;
  • cripto-tecnologie applicate alla contrattualistica e ai sistemi di regolazione delle transazioni, che rendono dinamici e diffusi i sistemi di audit e revisione delle ragioni di scambio (economico e sociale), e dei sottostanti processi di trust generation che sono essenza dei servizi professionali di natura legale.

Com’è facile intuire si tratta di tecnologie, famiglie di tecnologie o veri e propri filoni tecnologici, la cui adozione è quindi strettamente interconnessa (per molti versi sequenziale e interdipendente) e in grado di modificare – seppure in misura consistente – dinamiche di marketing e processi organizzativi di una contenutissima percentuale di professionisti (circa il 3% dei circa 240.000 censiti in Italia), che tuttavia pesano per oltre il 90% del volume d’affari legali sviluppato nel nostro Paese.

E nonostante la forte concentrazione del settore professionale “legale”, lo stato dell’agenda per la trasformazione digitale non è omogenea. Come sempre accade, infatti, rapidi e intensi cambiamenti tecnologici, per quanto prevedibili, producono una crescente eterogeneità di comportamenti. Insomma, “l’agenda” del cambiamento digitale per gli studi legali non ha un unico calendario e dunque non tutti stanno quindi attraversando la stessa stagione.

Ritardi, orientamenti, innovazioni

Ci sono, anzitutto, ritardi da colmare. E anche se le offerte di cloud computing sono ormai una vera e propria commodity, la valorizzazione del loro potenziale a fini di smart e agile working rimane ancora in buona parte un potenziale da sviluppare. In questo ritardo di tempi e metodi giocano un ruolo rilevante alcune resistenze psicologiche legate a temi cybersecurity e “perdita di controllo”, percepita più che effettiva (i rischi di furti e smarrimenti di materiale fisico non sono inferiori a quelli di hackeraggio).

In agenda, tuttavia, ci sono soprattutto nuovi orientamenti cognitivi (mindset) da stimolare, alimentare, adottare e diffondere. Per esempio, quello necessario a valorizzare piattaforme per il sourcing (approvvigionamento), il processing e il learning di individui, macchine e combinazioni di intelligenza naturale e intelligenza artificiale. Con le due forme di intelligenza che, superate le dicotomie apocalittiche che naturalmente accompagnano i grandi cambiamenti, sono destinate a generare valore solo se ben integrate.

Insomma, connettività, sensoristica diffusa negli oggetti (e in un futuro non troppo prossimo nei corpi umani), grande disponibilità di dati, piattaforme di computazione con varia intensità di intelligenza a volte “incorporata” in sistemi automatici di interazione con gli attori del mondo legale (c.d. legal-bot), sono la dorsale di quello che viene oggi definito legaltech. Ed è su questa dorsale evolutiva che si dovranno concentrare investimenti finanziari e cognitivi – a partire da quelli educativi – nei prossimi 3-5 anni; con sviluppi possibili solo se, oltre al percorso di innovazione organica, si saprà attivare quello della c.d. open innovation (i primi hackaton per le soluzioni legaltech sono partiti e con successo anche in Italia).

Infine, c’e’ l’ignoto da sperimentare, che per la gran parte dei panelist è dato dalle nuove tecnologie di criptazione dei contenuti e dei processi (la blockchain è la tecnologia più nota e usata al mondo) dello scambio economico e sociale. Smart contract e criptovalute sono solo la punta di un iceberg di innovazioni che promettono di modificare l’organizzazione della produzione, del controllo e della salvaguardia della fiducia. Bene essenziale che i servizi legali quasi sempre hanno quale ingrediente core del valore offerto ai loro clienti.

Legaltech: oltre la tecnologia

Qualunque sia lo stato di avanzamento delle “agende digitali” la ricerca sullo sviluppo del “legaltech” in Italia pone un tema di investimento in competenze, strategie e organizzazioni; con queste ultime composte da strutture, processi e comportamenti, che si nutrono di competenze adeguate – come dire tutto si tiene se si investe al momento “giusto” e sulle risorse “giuste”.

Il cloud computing, ad esempio, dispiega il suo potenziale se accresce accessibilità degli stakeholder, trasparenza dei processi, customer empowerment e quindi “co-produzione” quale routine. Un insieme di caratteri un tempo considerati addirittura “sconvenienti” nella gestione di un rapporto professionale, deliberatamente secretato anche nei confronti dei clienti.

Adottare e saper valorizzare i portati della connettività e della tracciabilità di oggetti e individui, mediante big data analytics, cognitive computing, machine learning, artificial intelligence e applicazioni di tutto quanto precede ad automazione e robotica legale, a fini di analisi e interazione organizzativa e commerciale, richiede elevati investimenti e competenze notevolmente diverse da quelle che oggi formano il “curriculum” di un professionista, per quanto di alto profilo. Da questa consapevolezza, peraltro, possono discendere numerose opzioni evolutive: da quelle di progressiva ibridazione dei percorsi formativi dei giovani talenti (avremo a breve una “generazione legaltech”), a quelle di combinazione e ricombinazione delle risorse proprietarie tecnologiche e professionali, fino alla scelta di superare i vincoli della scala economica necessaria a dotarsi di nuove forme organizzative reticolari ad assetto variabile. E, ancora una volta, ritorna centrale già nelle prime esperienze delle top legal firm, nazionali e internazionali, il ruolo delle start-up pure o “corporate” che siano; anche grazie allo sviluppo di piattaforme e soluzioni BtoBtoC ovvero offerte di professionisti e nuovi player a studi legali (BtoB) che agiscono da system integrator per personalizzare il servizio al cliente finale (BtoC).

Ancora, su queste basi si devono innestare, sin dagli stadi più precoci della trasformazione legaltech, la capacità di modularizzare e standardizzare i servizi, immaginando non mere sostituzioni tecnologiche di attività umane, ma potenziamenti delle seconde grazie alle tecnologie e soprattutto produzione di ridondanze di tempo ed energie cognitive da investire nelle attività innovative e a maggior valore aggiunto.

Empatia, serendipity e capacità di giudizio morale

Il tutto senza il timore di perdere il controllo del proprio futuro professionale ma perseguendo la liberazione dalla routine (per potersi dedicare all’innovazione) e la cura strutturata dei tre caratteri sui quali l’intelligenza umana di un professionista legale molto difficilmente sarà sostituita da quella artificiale di un legal-bot:

  • l’empatia, sia strutturale che situazionale, considerando l’ampio spettro delle emozioni individuali e sociali e le correlate strategie di simulazione e dissimulazione, nonché le forme espressive simboliche e metaforiche o addirittura allegoriche che, con diversa intensità, sono sempre presenti nelle interazioni fra individui. Ragioni queste che richiederanno forme evolute di intelligenza umana ad integrare quella artificiale;
  • la gestione del caso e la conversione dell’ansia da ignoto in un percorso di “serendipity” creativa e di successo, ovvero la capacità di innovare che solo il “sentimento” di stupore, unito a quelli di urgenza e di emergenza, rende davvero efficace. Un processo complesso che solo l’intelligenza umana applicata al sapere professionale è in grado di sviluppare;
  • l’esercizio e lo sviluppo della capacità di giudizio morale, per definizione dinamico e condizionabile da contesti sociali. Chè l’intelligenza naturale è anzitutto intelligenza sociale in continua, e in prevalenza inconsapevole, evoluzione.

Insomma l’”agenda legaltech” c’è ed è pure molto fitta. Perché i singoli impegni vengano rispettati tuttavia è necessario investire e sperimentare lungo un percorso di innovazioni inevitabili. Tutto da definire, però, il modo: attivando con metodo i processi di starting-up siano essi organici, e quindi di pura intra-preneurship; oppure mediante percorsi di open innovation ovvero di acquisizione di start-up o di “plug & play” di competenze e tecnologie; o, infine, con azioni volte a ibridare gli studi legali con inserimenti evoluzionistici, e dunque adottando la classica sequenza “mutazione-sperimentazione-replicazione”. Non escludendo, infine, forme miste o intermedie.

Una sfida decisamente difficile ma proprio per questo di certo entusiasmante e ricca di opportunità per sviluppare nuove competenze e nuovi ambiti professionali che trasformeranno le professioni legali per come le conosciamo oggi.

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