L'analisi

Il ruolo sociale della blockchain: dal capitalismo digitale all’economia circolare

La storia ha visto la costante trasformazione del termine capitalismo fino a giungere oggi alla predominanza dell’elemento digitale nell’economia mondiale: in un’ottica tecnosociale, la blockchain si pone come struttura libera capace di portare più equità nella società odierna

15 Mar 2019
Giovanni Perani

consulente in digital transformation

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Se il sistema umano si organizzasse su catene blockchain, con il presupposto che siano libere, pubbliche e trasparenti, questo costituirebbe un’occasione non da poco e forse mai sperimentata nella storia. In linea di principio, si tratterebbe di una struttura circolare e capace di maggiore equità.

Un contrasto rispetto alla situazione attuale, poiché sembra che ci si ritrovi immersi in un capitalismo digitale il quale, mutato lo strumento economico d’azione, controlla in modo esponenziale le maestranze mediante un sistema di connessione planetaria.

Dal capitalismo economico a quello digitale

Dal punto di vista dell’economia, le dinamiche sessantottine del capitale inteso come possesso del materiale del gettito d’impresa sono in parte superate e con esse è stato archiviato anche il modello capitalistico industriale, predominante e peculiare di quegli anni. Stiamo parlando di telai, fabbriche, fornaci, e ci riferiamo specificamente alla netta contrapposizione tra imprenditori del capitale, da un lato, e operai dalle tute blu, dall’altro. L’opera grandiosa di Karl Marx Das Kapital, che è stata considerata testo ispiratore del marxismo e il cui sottotitolo recita “Critica dell’economia politica, sviscera un pensiero che, oltre ad essere economico e politico, è anche filosofico. Punto focale è la proposizione di una “giustizia sociale” da opporre allo sfruttamento di una classe che non possiede altro che la capacità di lavorare.

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La rotta, se così si può dire, trova la sua motivazione primordiale nell’inseguimento dell’ideale di una società più etica in alternativa a quella capitalistica dell’epoca. Tuttavia, il termine “capitalismo” è duttile e parrebbe suscettibile di più interpretazioni. Una corrente di pensiero ritiene che si possa parlare di un “capitalismo perenne”, cioè in trasformazione continua, capace di variare gli strumenti utilizzati a seconda del momento economico ma saldo nel mantenere la natura del proprio modello sociale di riferimento. Secondo questo indirizzo, del capitalismo sarebbe opportuno identificare non necessariamente lo specifico aspetto economico, bensì quel peculiare aspetto antropologico e sociale del capitale umano che lo esercita e che si riassume nella tendenza da parte di alcuni di migliorare le proprie condizioni di vita a dispetto di altri. Insomma, una sorta di parassitismo economico connaturato nell’essere umano che, laddove riesca a esplicarsi, genera l’attitudine all’arricchimento mediante lo sfruttamento delle maestranze più deboli. E in questi termini pare un esercizio di pensiero ancora praticabile.

Ma prendiamo in esame anche un altro termine, in qualche misura affine: capitalismo finanziario. Alcuni riferiscono tale definizione a Rudolf Hilferding, non a caso studioso marxista. Agli albori del Novecento l’economista tedesco aveva già preso coscienza, prima di molti altri, che il capitalismo stava entrando in una fase diversa da quella industriale: la crescita delle banche e la concentrazione del potere finanziario stava creando un nuovo valore economico a sé stante, scisso da beni materiali, generando così il seme di una svolta economica e una nuova forma di capitale. Sempre per l’immutabilità dei tempi, già è opinione diffusa che l’era del capitalismo finanziario, come dominante, vada sfumando per il comparire del fenomeno del capitalismo digitale.

Una nuova struttura socioeconomica

Nick Srnicek, lecturer in Digital Economy al King’s College di Londra, nel suo saggio Platform Capitalism[1] analizza questa nuova struttura socioeconomica, che si sta affermando tramite le piattaforme web. L’autore distingue ben cinque differenti tipologie di piattaforme, il cui comune denominatore sarebbe quello di mettere in condivisione fruitori diversi e per diversi servizi, pur rimanendo esse vincenti in una posizione monopolistica di mercato e perciò, di fatto, vincolante, dominante e prevaricante.[2]

Tirando le somme di quanto fino a qui osservato potremmo desumere che il capitalismo si riproduce, si evolve e si sviluppa attraverso le proprie potenzialità e/o vulnerabilità che creano vere e proprie tempeste perfette che si trasformano via via in distruzioni creatrici sulla scorta delle innovazioni della tecnologia e dei mercati, in una rigenerazione continua.

Eppure il mondo ha riposto grandi aspettative nella società della condivisione – così ben descritta da Jeremy Rifkin[3] –, in cui la connessione dei servizi digitali, a livello globale, avrebbe reso libera l’umanità in una sorta di economia circolare. Nella sua migliore accezione, la sharing economy avrebbe dovuto disegnare una società che collabora in modo paritario e nella quale la conoscenza, tutta, è liberamente scambiabile, insieme ad alcuni beni e servizi, in un sistema peer-to-peer.[4] Il peer-to-peer avrebbe dovuto essere il punto di contatto diretto e autonomo, per esempio, con i produttori di tè Da Hong Pao, per poter acquistare proprio da loro il tè più raro e costoso al mondo, coltivato esclusivamente in una piccola area sulle montagne Wu Yi.

Il fondamento teorico sul quale poggia la ratio di questa magica connessione intersoggettiva del peer-to-peer deriva anche dalla legge di Metcalfe, l’inventore di Ethernet,[5] secondo cui «l’utilità e il valore di una rete sono proporzionali al quadrato del numero degli utenti». Dunque, identificando con la lettera n il numero degli utenti, il numero delle massime connessioni possibili segue la formula: n(n–1) = n²–n, vale a dire una crescita esponenziale di interconnessione planetaria. Sebbene tali stime siano ora oggetto di revisione critica, resta indiscutibile il fatto che metà del nostro sistema sociale sia connesso.

Le conseguenze della crescita sul web

Quello che non ha funzionato è che un network ben organizzato in rete può velocemente assumere posizioni dominanti. Probabilmente la legge Metcalfe è applicabile anche alla capacità di crescita e consenso, dunque di affiliazione esponenziale, delle piattaforme. Una sorta di massa critica del sistema che, consolidando il proprio nome e i propri servizi, e grazie anche all’inerzia dei partecipanti, cresce a dismisura alimentandosi della sua stessa forza propulsiva e diventando il fuoco di un sistema economico. Non è un caso che gli acronimi GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) e BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) nascondano otto colossi la cui crescita e potere sottintendono implicazioni non banali né trascurabili, e non più a livello territoriale ma globale nel senso letterale della parola.[6]

In origine, con il termine di gig economy si voleva identificare un modello economico che prevede opportunità lavorative on demand, ovvero “a chiamata”, nel momento in cui compare una richiesta per qualsivoglia prestazione, prodotto, servizio o competenza specifica. L’incontro tra domanda e offerta viene gestito in modo esclusivo tramite piattaforme create ad hoc o altri strumenti, come app scaricabili su smartphone: vengono incrociati i dati e si trattiene una commissione per la funzione resa.

Nella gig economy i lavoratori avrebbero dovuto svolgere attività temporanee, interinali, part-time, saltuarie e comunque provvisorie. Poiché i “prestatori d’opera” si configurano in questo quadro come lavoratori autonomi – decadendo così ogni tipo di tutela a loro garanzia –, sottolineo che la ratio di tale sistema dovrebbe risiedere nella presunzione che si tratti effettivamente di lavoretti (gig) e di attività esclusivamente temporanee (on demand). Manon si tratta più solo di questo.

Le ripercussioni sul lavoro umano

L’unica certezza è che il lavoro dell’uomo è in calo e che questa tendenza, secondo le stime del momento, non avrà inversione alcuna se non addirittura un’accelerazione in negativo nel prossimo futuro. È incontestabile che, attualmente, le piattaforme offrono un sistema di lavoro flessibile che spesso non ha alternative, ma quando tale flessibilità assume tratti degenerativi, sistematici e imposti, dunque precludendo ogni altra scelta, essa perde l’accezione positiva e genera un terreno di precariato e sudditanza che diventa l’unica modalità di sopravvivenza e sostentamento. Non è un caso che ci sia già chi usa termini forti, come “caporalato digitale”.[7]

Penso alla mia realtà: a Milano il servizio offerto dai radiotaxi, per esempio, sta scomparendo e, di contro, l’ottimo servizio mytaxi, figlio anche dell’ultimo accordo Mercedes-Daimler, acquisisce quote dominanti nella totale assenza di uno sviluppo adeguato, e aggiungerei doverosamente opportuno, della piattaforma pubblica del Comune. Nel sito di mytaxi, alla voce “Dati & Fatti”, la società snocciola i successi e dichiara: «La percentuale di mercato di mytaxi in Germania è del 40%, quasi un taxi su due in uso è collegato a mytaxi. mytaxi non è stata soltanto la prima App per taxi, ma con ben 45.000 taxi attivi e oltre 10 milioni di download è leader di mercato tra tutte le App per taxi. È presente in più di 40 città della Germania e a livello internazionale a Vienna, Graz, Salisburgo, Zurigo, Barcellona, Madrid, Varsavia, Washington e Milano».[8]

Dunque la domanda è: si può ancora parlare di lavoro temporaneo o, invece, si tratta di lavoro a tempo pieno e per sopravvivenza, compiuto da una moltitudine di pedalatori, autisti, driver ecc. (e non parlo solo dei tassisti)? A prescindere da cavilli giuridici e tecnicismi di liceità, quale direzione sta prendendo la nostra società? Stiamo davvero vivendo una fase di capitalismo digitale susseguente a una concentrazione allarmante di poche piattaforme digitali che dettano regole in un regime di totale monopolio? Quali possono essere le soluzioni collettive che reintroducano una maggiore giustizia sociale?

Le previsioni: il monopolio delle piattaforme digitali

Secondo un gran numero di analisi, si prevede per questo modello economico una crescita esponenziale e vi saranno coinvolti sempre più lavoratori in virtù del controllo via via più pervasivo da parte delle piattaforme digitali, che in questo senso sono destinate a diventare monopolistiche. Ma il monopolio è un pericolo per definizione, perché fa saltare quei controbilanciamenti di autoregulation che sono alla base di una società etica, libera, fiorente e soprattutto sana. Dunque il connotato saliente di questa nuova realtà sarà la disomogeneità sociale, poiché si andrà consolidando un’inarrestabile struttura verticale in cui si generano quelle ingiustizie conseguenti allo sfruttamento dei pochi sulle molte maestranze più deboli.

L’ideale di una società più ugualitaria, di una giustizia sociale, di una morale di solidarietà tra gli uomini potrebbe ancora essere un caldo refolo, rigenerato dalle nuove tecnologie. Nick Srnicek apre uno spiraglio all’orizzonte, proponendo la creazione di piattaforme istituzionali, in cui la res publica sia un bene da proteggere: piattaforme che eroghino ai cittadini i servizi seguendo la ratio del bene della comunità – quasi un tecnosocialismo –, lontane dagli ambigui criteri di condivisione e partecipazione e democratizzazione propugnati dai colossi del web.

Se indossassi un gilet jaune, o indifferentemente un foulard rouge, al tavolo delle trattative con il governo francese, al fine di una maggiore equità chiederei per prima cosa un impegno per la creazione di piattaforme pubbliche sulla base delle Distributed Ledger Technologies. La DLT, cioè il sistema dei “registri distribuiti”, è per sua natura una struttura che attua una rivoluzione copernicana perché consente un’evoluzione con andamento orizzontale anziché piramidale, democratizzando in un certo senso il sistema e liquidando il ruolo dell’intermediario pur garantendo la necessaria certificazione. E, in questo quadro, lo specifico strumento della tecnologia blockchain è comparabile per definizione a un “bene pubblico condiviso digitale”.

Blockchain, tecnologia socialista?

La tecnologia blockchain mostra effettivamente le caratteristiche per inserirsi nel tessuto economico globale come un’infrastruttura di assoluta novità per gli interscambi e le relazioni economico-sociali. È usufruibile da tutti, e si presta a una serie infinita di applicazioni.

L’auspicio è che la governance, ma anche il libero mercato, metta in atto tutti quegli strumenti che favoriscano la creazione di piattaforme basate su tecnologia blockchain, piattaforme che siano in grado di competere in fette diverse del mercato e facciano leva sul nuovo “corporativismo di scopo”.[9] La speranza è anche che il Parlamento europeo avvii il più velocemente possibile una struttura che si occupi di regulation e abbia i mezzi per far imboccare questa direzione alle politiche dei Paesi membri. Già ora è all’ottimo lavoro svolto proprio dal Parlamento europeo che dobbiamo le norme migliori riguardo al regolamento e trattamento dei dati personali e privacy, noto come GDPR (General Data Protection Regulation, UE, n. 2016/679).

In fin dei conti, fino a ieri il capitalismo poggiava e faceva leva sul capitale, inteso come beni materiali, soldi, azioni, oro,[10] immobili, fabbriche ecc., e per definizione un bene materiale non è condivisibile. Oggi, invece, il bene più prezioso, quello che genera denaro, potere e lavoro, il vero tesoro del futuro è l’informazione, e questa, e qui sta la buona notizia, è una realtà che invece possiamo condividere.

E, a supporto della necessità della ricerca perpetua di un “buon vivere” di noi esseri umani, vorrei concludere con le parole di Jean Jacques Rousseau, già scritte nel 1762, sulla necessità di: «Trovare una forma di associazione che difenda e protegga, mediante tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato e per mezzo della quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e rimanga libero come prima».[11]

Note e bibliografia

  1. N. Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, London 2017 (trad. it. Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, LUISS University Press, Roma 2017).
  2. «In fact the traditional labour market that most closely approximates the lean platform model is an old and low-tech one: the market of day labourers – agricultural workers, dock workerers, or other low-wage workers – who would show up at a site in the morning in the hope of finding a job for a day. Likewise, a major reason why mobile phones have become essential in developing countries is that they are now indispensable in the process of finding work on informal labour markets. The gig economy simply moves these sites online and add a layer of pervasive surveillance. A tool of survival is being marketed by Silicon Valley as tool of liberation» (Ibidem, p. 78).
  3. J. Rifkin, La società a costo marginale zero. L’internet delle cose, l’ascesa del «commons» collaborativo e l’eclissi del capitalismo, Mondadori, Milano 2014.
  4. «In informatica, peer-to-peer è un’espressione indicante un modello di architettura logica di rete informatica in cui i nodi non sono gerarchizzati unicamente sotto forma di clienti o server fissi (“clienti” e “serventi”), ma pure sotto forma di nodi equivalenti o “paritari” (peer), potendo fungere al contempo da client e server verso gli altri nodi terminali (host) della rete. Mediante questa configurazione, qualsiasi nodo è in grado di avviare o completare una transazione. I nodi equivalenti possono differire nella configurazione locale, velocità di elaborazione, ampiezza di banda e quantità di dati memorizzati» (definizione in https://it.wikipedia.org/wiki/Peer-to-peer).
  5. Robert Metcalfe è un ingegnere statunitense, pioniere dell’informatica e innovatore in ambito tecnologico, settori dei quali si è occupato fin dagli anni Settanta.
  6. Si veda a questo proposito Laurent Alexandre, La guerra delle intelligenze. Intelligenza artificiale «contro» intelligenza umana, EDT, Torino 2018. Da una posizione dominante, peraltro, oltre al discendente potere economico e di controllo le piattaforme possono acquisire un importantissimo e imponentissimo traffico di dati potenzialmente determinanti per il futuro, evenienza che apre scenari di manipolazione profonda, ma questa considerazione merita un articolo proprio e altri approfondimenti. L’inerzia della governance e il carattere monopolistico e tentacolare delle piattaforme non permetteranno, a mio parere, di accedere in tempi opportuni a un’alternativa che funzioni da bilanciamento.
  7. Cfr. http://temi.repubblica.it/micromega-online/altro-che-sharing-economy-chiamatelo-caporalato-digitale/
  8. Cfr. https://it.mytaxi.com/a-proposito-di-mytaxi.html
  9. Si veda a tal proposito il mio articolo Blockchain per costruire nuovi rapporti umani e comunità, alcuni scenari, in https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/blockchain-per-costruire-nuovi-rapporti-umani-e-comunita-alcuni-scenari/
  10. Cfr. https://www.bbc.com/news/magazine-21969100
  11. J.J. Rousseau, Il contratto sociale, libro I, cap. 6.

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