Il report Polimi

Industria 4.0, il piano alla sfida del mercato

Sale a 2,4 miliardi il mercato dell’Industria 4.0, la metà delle imprese utilizza il piano per investire in tecnologie, ma ancora poche quelle che pensano alla formazione. Il report del Polimi 2018 solleva il punto critico delle competenze e dell’offerta tecnologica

25 Giu 2018
report Polimi Industria 4,0

La partita di Industria 4.0 è «ampia e complessa, di cambiamento. E questo è il momento in cui il gioco si fa duro»: così Giovanni Miragliotta, dell’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano, descrive la fase in cui si trova il paese alle prese con la quarta rivoluzione industriale, commentando il report 2018. Dal quale emergono molti elementi positivi: la consapevolezza delle imprese, già emersa lo scorso anno, si è irrobustita, e anzi è passata alla fase di attuazione. Un’impresa su due ha utilizzato il piano per fare investimenti  4.0. Il mercato della digitalizzazione 4.0 vale 2,3-2,4 miliardi, «un risultato ampiamente positivo», commenta lo stesso Miragliotta. «Rispetto alla prima misura, che abbiamo effettuato due anni fa, a pari perimetro c’è una crescita intorno al 60%. Il piano nazionale è stato fatto per quello, con l’obiettivo di accelerare la trasformazione digitale, e quale frutto anche del piano ci sono questi risultati».

Ma attenzione: innanzitutto, è merito “anche” del piano, ma non solo. Il piano ha aiutato, soprattutto le grandi imprese, ma gli investimenti erano già partiti nel 2016, quando ancora il piano non aveva fatto nulla. Quindi, certo la crescita del mercato incorpora anche gli aspetti fiscali, ma non è tutto spiegato. E comunque, ora che ci sono tutti gli strumenti normativi previsti nel Piano, è il momento di far decollare l’industria 4.0 italiana. E’ questo il succo del ragionamento. E la palla è anche al mondo delle aziende, e al modo in cui stanno attuando la digitalizzazione.

I dati industry 4.0 in Italia

Intanto i dati: la crescita del mercato sul 2016 è del 30%, ai progetti 4.0 si somma un indotto di circa 400 milioni di euro in progetti tradizionali di innovazione digitale. La tecnologia più diffusa è l’Industrial IoT (riferito alla sola componentistica per connettere i macchinari alla rete), che con 1,4 miliardi di euro rappresenta il 60% del mercato, ed è in crescita del 30% sull’anno. Seguono i 410 milioni di euro di Industrial Analytics (20%) e i 200 milioni di euro di Cloud Manufacturing (10%), con tassi di crescita rispettivamente del 25% e 35%. Crescita del 20% per il mercato dell’Advanced Automation (autonomous, collaborative) che si attesta intorno ai 145 milioni di euro. Le soluzioni di Advanced Human Machine Interface fanno registrare una crescita del 50% rispetto all’anno precedente, sebbene in termini assoluti la quota di mercato rimanga ancora piuttosto contenuta e pari a circa 30 milioni di euro.

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Il motivo per cui il piano sicuramente funziona da stimolo ma non spiega interamente il fenomeno è che in realtà alle imprese gli investimenti in digitalizzazione costano molto più di quanto non valgano gli incentivi, che pure sono importanti. «In un progetto 4.0, non una roadmap pluriennale, un progetto pilota, che serve a fare sperimentazione, la quota parte delle tecnologie, intercettata dalla nostra stima di mercato è davvero molto piccola rispetto al costo complessivo d progetto. Lo stesso discorso vale per il piano. E’ vero che incentiva l’acquisto di macchinari, ma il costo della progettualità, dei software, di tutte le infrastrutture in azienda, sono fuori dal piano».

I punti critici in Italia, per il futuro

Secondo la Ricerca, il Piano dovrebbe produrre i suoi effetti per tutto il 2019, quindi potrà sostenere ancora per 18 mesi l’azione di investimento delle imprese italiane. Poi, il sistema Italia dovrà sostenersi con le proprie gambe. Nel 2018, è centrale il tema della formazione, incentivata dalla manovra economica con un credito d’imposta al 40%. In realtà, però, al momento solo il 24% delle imprese intende investire nella formazione del personale. Significa che «quelle che lo fanno per ora sono una su quattro – sottolinea Miragliotta -. Noi invece siamo consapevoli che le nuove tecnologie richiedono delle competenze che nelle aziende non ci sono». Altro aspetto critico, legato alla formazione, è legato al coinvolgimento, spesso troppo scarso, della divisione Hr. La trasformazione digitale delle imprese, prosegue Miragliotta, «è in primo luogo un fatto di competenze e modelli organizzativi. In qualsiasi progetto smart la divisone hr dovrebbe essere lì a studiare come cambiano le competenze richieste, ad approfondire come ridisegnare lo schema organizzativo». Invece, fra i diversi progetti 4.0 che stiamo curando, solo in un caso la dimensione Hr è ben inserita». Spesso le imprese ricorrono invece a consulenti.

Altro punto critico, il piano si conferma maggiormente a portata di grandi imprese, e meno accessibile alle PMI, anche per una questione di offerta di mercato. Le soluzioni di mercato come spesso succede sono pensate per le grandi imprese, non sono tagliate per i problemi, il contesto, la capacità di gestione manageriale di una piccola o media impresa. L’avvicinamento al digitale e il trasferimento tecnologico alle imprese sono sfide centrali del percorso Industria 4.0, e nell’ambito del piano lo strumento sono i digital innovation hub piuttosto che i punti di innovazione digitale, delle associazioni imprenditoriali. E anche i competence center, che in questo 2018 sono l’altra gamba del piano che parte. E che hanno le PMI come target fondamentale per il trasferimento tecnologico alle imprese.

Dunque, spingere maggiormente sulla digitalizzazione delle PMI: ci sono casi di grande successo anche nelle Pmi, spiega l’esperto, quindi la dimensione dell’impresa non è di per sé un’aggravante, una condizione che rende più difficile la trasformazione digitale. Anzi, può al contrario rappresentare un elemento a favore, sfruttando preculiarità delle Pmi come reattività, velocità, capacità di cambiamento». In questi casi il percorso spesso non inizia perché il vertice non è concentrato su questo fattore, continua a privilegiare altri aspetti, come la qualità di prodotti, l’ampiezza di gamma. Manca una capacità manageriale per gestire processi di cambiamento complessi. Dunque, per tornare alla formazione, più che nelle grandi imprese «è importante una formazione di visione al management», che spesso almeno in parte coincide con la proprietà.

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