Non c’è crescita digitale senza politica industriale

Le evoluzioni sui programmi della Strategia per la crescita digitale hanno impatto solo sulla PA, ma non sullo sviluppo. E una causa principale è la mancanza di una politica industriale per il digitale, basata sullo sviluppo di ecosistemi. Le scelte di industria 4.0 non sembrano andare in questa direzione

28 Set 2016

Siamo qui, dopo un anno dal sondaggio che avevamo realizzato con i nostri esperti, a confrontarci ancora con l’assenza di una politica industriale sul digitale.

La mancanza di un quadro organico sul digitale rischia di essere direttamente correlata a una crescita che fatica a ripartire, a un PIL che stenta a progredire, a una disoccupazione che continua a penalizzare proprio la fascia giovanile, che dalla trasformazione digitale dovrebbe beneficiare di più.

Da questo punto di vista, se sul fronte delle infrastrutture immateriali della PA mi sembra di intravedere una maggiore attenzione alla strategia di diffusione (per Spid l’accordo sul Suap- Sportello Unico delle Attività Produttive ha permesso il coinvolgimento di oltre tremila comuni) e quindi all’efficacia degli interventi, sul fronte del lavoro e della produzione e dello sviluppo mi sembra che i progressi siano ancora impercettibili.

E se l’Italia migliora in attrattività perché le procedure e le norme migliorano, la mancanza di una scelta di focalizzazione diventa una zavorra non indifferente. La scelta di nominare Diego Piacentini come Commissario all’attuazione dell’Agenda Digitale, purtroppo ruolo ancora una volta straordinario e non di sistema, va molto probabilmente incontro all’esigenza di superare questa situazione.

Il tema della politica industriale per la crescita digitale non può che essere posto rapidamente al centro del dibattito e dell’azione politica e di governo, perché “la” politica industriale credo sia necessaria.

E se è altrettanto chiaro che alcuni settori, in particolare, devono essere posti sotto attenzione specifica perché da considerare strategici per la crescita digitale del Paese, è altrettanto vero che merita di approfondimento il tipo di approccio che può essere più efficace nel breve e anche nel medio-lungo termine:

  • prevalentemente verticale, con interventi mirati per velocizzare le trasformazioni profonde necessarie nei settori strategici individuati (Information Technology, Education, Telecomunicazioni, Turismo, Manifatturiero, Energia), e quindi anche indirizzandone lo sviluppo;
  • prevalentemente orizzontale, con interventi volti soprattutto alla creazione delle condizioni abilitanti trasversali, ma senza entrare nello sviluppo del singolo settore strategico.

È chiaramente urgente avviare questo percorso, ma bisogna essere consapevoli che per avere speranza di successo bisogna mettere mano strutturalmente al tema del coordinamento e della governance del digitale e porre come ostacoli centrali da rimuovere le zavorre dell’ignoranza digitale e della burocrazia, fonte di corruzione diffusa. Si avvii quindi un’iniziativa sistemica, coraggiosa, paziente ma tenace e determinata.

Oggi, finalmente, con la formalizzazione del piano “Industria 4.0”, annunciato da mesi, abbiamo la possibilità di comprendere il livello di investimento previsto su una parte importante dell’industria del digitale, come quella manifatturiera e su tutti i temi correlati al concetto di Industria 4.0, e che sono centrali per la trasformazione digitale: la centralità dei dati e l’analisi dei dati raccolti e memorizzati; la comunicazione uomo-macchina, sempre più complessa; l’utilizzo del digitale nella produzione. E quindi la pervasività del digitale, al di là dell’utilizzo di Internet.

A parte gli aspetti rilevanti e positivi legati ad un programma che appare davvero “di sistema”, e che sono stati commentati in altri contributi, qui credo siano da rilevare alcuni aspetti che mostrano delle scelte di campo:

  • gli interventi sono orizzontali, e in termini soprattutto finanziari. Non c’è quindi la scelta su uno o più settori valutati strategici, sui quali puntare e investire in modo specifico;
  • la governance è basata su una cabina di regia unica nazionale, positivamente multistakeholder, e non, ad esempio, su una rete di ecosistemi di innovazione territoriali;
  • lo sviluppo delle competenze (riconosciute a ragione come uno dei principali fattori abilitanti) è in gran parte realizzato nell’ambito della scuola, dell’università, dei master, e non sembra esserci un ruolo significativo per interventi “sul campo”, anche da parte di soggetti già attivi su questo fronte (come i makers);

E sono scelte che si aprono a valutazioni sul ruolo che si vuole attribuire ai territori, e alla condivisione stessa della necessità di una politica industriale. Da qui l’auspicio che le evoluzioni sui programmi della “Strategia per la Crescita Digitale” e sul modello dell’architettura per l’IT delle PA (e quindi la maturazione del modello basata sull’esperienza) portino all’elaborazione di un indirizzo chiaro di politica industriale.

Sapendo che l’innovazione non può essere cambiamento di superficie e che non si tratta si questione tecnologica, come anche il presidente nazionale di Confindustra Vincenzo Boccia ha detto rispetto ad Industria 4.0: “non è solo una questione tecnologica, ma anche culturale e soprattutto dimensionale che pone la questione sul ruolo delle imprese, su cosa devono fare al loro interno e su quale politica economica dobbiamo immaginare e quale industria dobbiamo costruire”.

Aggiungo: questione culturale, di competenze e di costruzione di contesti di innovazione, di ecosistemi che consentano di velocizzare il cambiamento.

Perché il cambiamento si basa soprattutto su scambio e condivisione di conoscenze ed esperienze, e sulla capacità di valorizzare gli ecosistemi che già iniziano a svilupparsi.

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