ecosistemi innovativi

PMI digitali e sostenibili: formazione e “hub” gli ingredienti anti-crisi

Sostenibilità e digitalizzazione sono le due parole “mantra” per il futuro delle imprese. Ma digitale e sostenibilità hanno anche un costo, che può essere affrontato solo a suon di formazione, supporto agli investimenti e l’accesso alle tecnologie. Una sfida che può essere affrontata grazie ai Digital Innovation Hubs

03 Dic 2021
Francesco Beltrame Quattrocchi

Ordinario di Bioingegneria Università degli Studi di Genova; Presidente di ENR - Ente Nazionale di Ricerca e promozione per la standardizzazione

Mario Dogliani

Presidente di SDG4MED, Bruxelles, BELGIUM

temporary management

Le Piccole e Medie Imprese (PMI) – struttura portante del sistema industriale italiano – hanno mutato negli imprenditori la percezione del tempo che non viene più visto come fenomeno effimero, ma come ibridato dalla persistente situazione emergenziale che tende a farsi stabile: gli imprenditori sperimentano ogni giorno, nello svolgimento delle loro attività, tale presenza, in qualche modo disruptive rispetto a un modo di operare con successo consolidato sul mercato internazionale, e cercano una terapia di adattamento per continuare.

Le istituzioni governative a ogni livello – riprese dai mezzi di comunicazione – offrono loro in pasto le due parole “mantra” sostenibilità e digitalizzazione, ma fanno fatica a rendere percepibile il “come” esse possano essere raggiunte in termini concreti al di là del “bla-bla-bla”, facile bersaglio di Greta e dintorni. Correttamente, viene evocata la trasversalità di sostenibilità e digitalizzazione e la necessità intrinseca di essere perseguite in modo congiunto: una non può vivere senza l’altra. Alcuni si spingono più in profondità, con l’onestà intellettuale di avvertire circa i costi associati – in termini di risorse umane ed economiche – e assai probabilmente inevitabili per tale complessiva transizione, inducendo reazioni diverse.

European digital innovation hub, ecco perché saranno leva per l’eccellenza

Ritorno al distretto industriale

Difficile sostenere che qualcuno abbia in tasca la ricetta magica, data la complessità dell’operazione, che per sperare di avere un qualche impatto necessita di una base minima di consenso a livello internazionale, forse concepito in forma embrionale a Glasgow, durante COP26. In questo scenario, si inserisce l’evidenza di ritornare al concetto di distretto industriale, tradizionale punto di forza italiano di un passato alquanto remoto e andato attraverso diverse definizioni più o meno fantasiose negli ultimi due decenni: basti pensare ai distretti tecnologici o ad alta tecnologia e alle corse più o meno giustificate a livello industriale per beneficiare dei relativi finanziamenti pur erogati dallo Stato in maniera abbastanza generosa, purtroppo con scarso controllo, e dunque poco risultato per il sistema produttivo italiano nel suo complesso.

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L’importanza della formazione e dell’educazione

In Italia, tale ripensamento va fatto ricorrendo ad alcuni principi ormai desueti, trovando il coraggio di riconoscerli e riaffermarli quali base essenziale per generare un’innovazione culturale d’ambiente, capace di essere terapia efficace per i suoi “pazienti”. Significa alzare in modo serio l’asticella della formazione delle persone durante tutto l’arco della loro vita, dall’età scolare a quella professionale e oltre. Oggi, la scuola fornisce l’istruzione (quando vada bene), il che è necessario. Però c’è anche l’educazione: senza un’educazione di base non si va da nessuna parte. Significa altresì, dopo tale passo, ridefinire in modo adeguato le diverse catene del valore, affinché i benefici dell’innovazione tecnologica vadano a intercettare e modificare l’azione quotidiana dell’attore finale (per esempio, un contadino che coltiva un campo), detentore dell’ontologia di settore, il quale deve essere guidato da attori intermedi invece detentori dell’ontologia di metodo (per esempio, ICT): tali ruoli vanno definiti in modo corretto e secondo costanti di tempo coerenti con quelle dei cambiamenti tecnologici, evitando pericolose fughe in avanti, cause potenziali di effetti boomerang (rigetto dello strumento innovativo).

Il World Economic Forum nel 2016 stimava in 100 trilioni di dollari il valore globale della trasformazione digitale nel 2025 e nel 2015 la Commissione Europea prevedeva che il Mercato Digitale Unico avrebbe incrementato il PIL europeo del 3% (415 miliardi di euro all’anno).

Formazione e training on the job al centro del programma Digital Europe

Se le opportunità offerte dalla digitalizzazione sono innegabili, la misura in cui imprese e cittadini potranno beneficiarne e l’effettiva crescita economica conseguente dipendono da diversi fattori abilitanti, tra cui il supporto agli investimenti e l’accesso alle tecnologie. È il motivo per cui la Commissione Europea ha creato il programma Digital Europe, una delle novità della programmazione 2021-2027, tra le cui priorità si collocano lo sviluppo di advanced digital skills puntando sia sulla formazione degli imprenditori (soprattutto se piccoli) sia sul training on the job, con un accesso facilitato alla digitalizzazione nella PA e tra le PMI.

Gli European Digital Innovation Hubs (EDIH)

In questo contesto, si inseriscono gli European Digital Innovation Hubs (EDIH), i quali dovranno agire su tre linee fondamentali:

  1. test before invest, fornendo servizi, tra cui screening e testing delle tecnologie e brokeraggio di strumenti digitali, mediando tra gli attori diretti nelle PMI e i fornitori delle tecnologie
  2. skills and training, in sinergia con il sistema educativo, allo scopo di assicurare l’alfabetizzazione digitale minima necessaria a sfruttare le tecnologie digitali
  3. innovation ecosystem and networking, consapevoli della circostanza che nessuno, tantomeno le PMI e la PA, sia in grado di innovare da solo.

L’auspicio della Commissione è che gli EDIH abbiano un’impronta settoriale e/o regionale, e non a caso essa porta l’esempio del settore agricolo, caratterizzato da una elevatissima percentuale di PMI (in Italia addirittura micro imprese per oltre il 95% del settore): una significativa evoluzione rispetto ai digital innovation hub promossi nel 2014 e improntati sulle singole tecnologie ICT i quali, in Italia ma non solo, hanno portato a un’offerta estremamente frammentata sul territorio e prevalentemente a carattere scientifico.

Conclusioni

Riguardo la questione dei pur necessari costi e sacrifici per gli imprenditori e tutta la catena di attori, va osservato che essi possono essere ripagati nel medio e lungo termine, ove l’ecosistema innovativo venga ottimizzato con saggezza e prudenza. Il risultato finale potrebbe essere un ecosistema innovativo per PMI che grazie a un ben calibrato binomio sostenibilità-digitalizzazione, le renda rispondenti a operare secondo quello che va diffondendosi come un paradigma da molti auspicato: a miglior dimensione d’uomo e integrato con la natura. Le persone potrebbero progressivamente manifestare meglio la propria naturale poliformia gnoseologica: esse non conoscono e operano, infatti, solo sperimentalmente, né solo razionalmente, ma hanno anche altri canali, tra i quali l’estetica con la poesia, la musica, l’arte: non a caso, “la bellezza unisce le persone” è il messaggio-chiave che l’Italia reca al mondo nel suo Padiglione a Expo2020Dubai dedicato alla sostenibilità.

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