Sinergia tra ricerca e industria, così il PNRR non va: idee per un nuovo modello organizzativo | Agenda Digitale

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Sinergia tra ricerca e industria, così il PNRR non va: idee per un nuovo modello organizzativo

La riflessione sul Recovery Plan può essere l’occasione per ridisegnare i processi di innovazione tecnologica all’interno del mondo della ricerca, dell’università e delle realtà imprenditoriali legate all’innovazione. Razionalizzare e fare rete le parole d’ordine

17 Mar 2021
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

I lavori di revisione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza stanno entrando nel vivo, spinti dal cambio di passo del governo e da una lieve limatura dei fondi a disposizione.

Il regolamento europeo, su cui si basa l’assegnazione delle risorse, ha modificato la stima delle risorse. Saranno disponibili circa 191,5 miliardi, una somma leggermente inferiore a quella indicata a gennaio, che arriveranno verso la fine dell’estate. Al via quindi le riflessioni sulla distribuzione dei fondi tra i progetti già in essere, che al momento valgono circa 65 miliardi, e i “nuovi progetti”.

Ricerca e imprese nel PNRR

C’è un capitolo del PNRR che meriterebbe un check-up da parte del governo, quello del rapporto tra ricerca e imprese. Stiamo parlando di quell’insieme di interventi che permettono il passaggio dell’innovazione dai laboratori di ricerca nel mercato, all’interno delle fabbriche, più comunemente conosciuto come processo di trasferimento tecnologico. Il taglio delle risorse complessive avrà ricadute, purtroppo, anche su quell’1% del totale dei miliardi che il PNRR ha stanziato per il “triangolo della conoscenza”, ossia istruzione, ricerca e innovazione.

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Al di là dell’entità dell’eventuale taglio alle risorse, quello che più conta è una riflessione sui modelli organizzativi dei soggetti che nel nostro paese attualmente operano nel trasferimento tecnologico. Gli attori che oggi offrono competenze e servizi d’innovazione sono troppi? È sempre chiaro il ruolo che questi soggetti hanno negli ecosistemi? Quali percorsi di change management andrebbero approcciati per concentrare meglio alcune attività associate alla gestione della diffusione della conoscenza?

Il dibattito è in corso e chiama in causa i ministeri competenti (Sviluppo economico, Università e Ricerca, Economia e Finanze, Innovazione). Ecco alcuni suggerimenti per stringere i legami tra ricerca e impresa.

Dalla ricerca all’impresa: tutte le incognite del Recovery Plan

Rafforzare i partenariati tra imprese e università, creare 7 nuovi Centri sulle tecnologie emergenti, potenziare gli accordi per l’innovazione e finanziare i giovani ricercatori. Sono solo alcuni degli interventi previsti dal PNRR per sostenere la ricerca, l’innovazione e il trasferimento tecnologico in Italia.

Recovery plan, troppo poco su ricerca e istruzione

Una specifica spinta al trasferimento tecnologico arriva dai Centri sulle tecnologie emergenti. Una linea di intervento del PNRR sostiene infatti la creazione di 7 Centri – di cui la metà nelle regioni del Sud – dedicati alle tecnologie chiave abilitanti, con una dotazione di 1,6 miliardi:

  • Centro Nazionale per l’intelligenza artificiale (l’Istituto avrà sede a Torino)
  • Centro Nazionale di Alta Tecnologia ambiente ed energia
  • Centro Nazionale di Alta Tecnologia quantum computing
  • Centro Nazionale di Alta Tecnologia per l’Idrogeno
  • Centro Nazionale di Alta Tecnologia per il Biofarma
  • Centro Nazionale Agri-Tech (il Polo Agri-Tech avrà sede a Napoli)
  • Centro Nazionale Fintech, (il Polo avrà sede a Milano)

A questi Centri si aggiunge la realizzazione di 20 “ecosistemi dell’innovazione”, in pratica uno per ogni regione, con 800 milioni, che metteranno a sistema competenze e infrastrutture in base alle vocazioni produttive e di ricerca di un territorio. Prevista anche la riorganizzazione e la razionalizzazione dei centri di trasferimento tecnologico per segmenti di industria (Competence Center, Punti di Innovazione Digitale), insieme alla definizione, insieme alle aziende, di dottorati innovativi per potenziare le competenze di alto profilo. Previsti anche nuovi percorsi di dottorato in linea con le strategie di ecosostenibilità e digitalizzazione, insieme alla creazione di un hub per il trasferimento tecnologico dalla ricerca all’economia reale.

Una proliferazione di misure, di soggetti e poli, che andrebbe ad aggiungersi a un’offerta che vede già operativi 600 soggetti censiti dal Mise. Un’offerta fin troppo ampia, che rischia di creare confusione e disorganizzazione. L’impostazione sconnessa sarebbe tradita sin dall’inizio, dalla titolazione ambigua del capitolo del PNRR sull’innovazione che recita “dalla ricerca all’impresa”.

Volendo andare oltre il titolo, la lettura delle linee operative e di implementazione di certo non aiutano, restando alquanto incerte e legate a particolari temi, per lo più evocati (5G e digitalizzazione). Iniziative come quella dei 7 centri di eccellenza in altrettanti domini tecnologici di frontiera[1] necessitano di una pianificazione a lungo termine, per la formazione e strutturazione del capitale umano e il raccordo con altre misure in atto, alcune attuabili proprio con finanziamenti europei, che non possono essere interpellate “a sportello”. Per questo occorrerebbe coinvolgere ex ante atenei ed enti di ricerca, mettendo in chiaro fin da subito impegni e contributi. Il PNRR, da questo punto di vista, non chiarisce i rapporti tra questi nuovi soggetti e gli enti preposti (Università/Enti pubblici) che svolgono attività di ricerca nei propri laboratori. Così come non chiarisce le sinergie fra gli enti di ricerca e le agenzie di promozione economica, come Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti, anche in ottica di coordinamento dei ruoli alla luce dei nuovi strumenti di investimento, come il Fondo Nazionale per l’Innovazione e quelli messi a disposizione dalla Fondazione Enea Tech.

Sulla necessità di un restyling del PNRR in tema di innovazione ci sarebbe dunque una convergenza unanime.

D’altronde, quando il baricentro del discorso si sposta sull’innovazione tecnologica, che significa evocare aspetti diversi inerenti la diretta applicazione delle conoscenze, pertanto più aderenti alla dimensione territoriale, intesa quale struttura di funzionamento economico e sociale, bisogna scendere nei particolari e nei dettagli, perché è chiaro che le regioni vorranno mantenere in materia uno spazio di azione e dipenderà dalla loro capacita di interpretare le esigenze, le istanze economiche e sociali, di relazionarsi con gli altri soggetti presenti sul territorio di riferimento, il successo o il fallimento dei programmi e delle attività.

Oltre a immaginare meccanismi istituzionali per ricondurre regole e azioni ad unità, facendosi aiutare dall’idea di collaborazione paritaria tra i diversi livelli di governo, in modo tale da evitare il perpetrarsi di stantie gerarchie istituzionali, uno sforzo particolare andrà fatto sui driver del cambiamento organizzativo dei soggetti attualmente in campo, nonché sul ruolo che dovranno svolgere nei prossimi mesi sia le autorità regolatorie (ministeri competenti) sia i soggetti attuatori.

Alcune idee per collegare ricerca e impresa

La riflessione sul Recovery Plan può essere l’occasione per ridisegnare i processi di innovazione tecnologica all’interno del mondo della ricerca, dell’università e delle realtà imprenditoriali legate all’innovazione. Ci sono alcune idee sulle quali stanno convergendo identità di vedute, sia sul fronte della razionalizzazione dei soggetti (ricalibrare l’offerta), sia sulla necessità di evitare finanziamenti a pioggia con politiche di finanziamento ordinarie da parte dei ministeri senza creare quella massa critica necessaria.

In alcuni territori operano già quelli che potremmo definire “distretti di insediamento”, luoghi fisici dove si opera in logica aperta, secondo il modello dell’open innovation: l’attivazione di sinergie tra questi soggetti con competenze diverse permette di ridurre i tempi di sviluppo di soluzioni innovative da trasferire al mercato. Si pensi all’esperienza del Kilometro Rosso, uno dei principali distretti italiani dell’innovazione, un luogo di incontro tra ricerca e impresa che opera come agente del trasferimento tecnologico. Oggi il campus alle porte di Bergamo è sede di oltre 50 resident partner – aziende, laboratori e centri di ricerca – per un totale di 1.600 tra addetti e ricercatori.

Accanto a questo mondo degli operatori privati, c’è poi il mondo delle università e dei centri di ricerca pubblici, ognuno dotato di uffici per il trasferimento tecnologico. In questo caso le istituzioni pubbliche dovrebbero favorire il personale ricercatore, incoraggiandolo a brevettare, a investire nella capacità intellettuale con piani di valorizzazione dei brevetti, creazioni e finanziamenti di startup. Avere un’elevata qualità dei Technology Transfer Office associati ai centri di ricerca e alle università, con personale adeguatamente formato e preparato, sicuramente aiuterebbe lo sfruttamento del valore della ricerca e la fluidità nella gestione della diffusione della conoscenza. Ma università e centri di ricerca hanno un limite intrinseco, non riescono a svolgere applicazioni pratiche e non sempre hanno spazi dove effettuare prove e prototipi. Peraltro, una volta trovata o sviluppata la tecnologia a livello prototipale, non si occupano delle procedure di ingegnerizzazione e delle procedure di produzione in serie per la commercializzazione.

Per questo stanno affiorando in giro per il paese dei network, con compagnie private tra i soci, che offrono capacità progettuali ad ampio raggio. Si pensi ad esempio alla rete InnovAction, in cui figurano la Fondazione Bruno Kessler, la Fondazione Links e il Dipartimento di ingegneria elettrica e delle tecnologie dell’informazione della Federico II di Napoli. L’impresa acquista un “pacchetto” e in seguito sostiene i costi di ammodernamento o creazione degli impianti, assunzione di personale qualificato per la messa in produzione di un prodotto con ottime possibilità di successo sul mercato globale. Questi network, da leggere come modelli alternativi ai Competence center, sono dotati di una struttura operativa propria e del personale in grado di realizzare progetti di innovazione, andando oltre l’attività di brokeraggio e intermediazione per i clienti, tipica degli innovation hub. Come non richiamare poi gli innumerevoli enti, nati nel corso degli anni per iniziativa di Regioni, Comuni, Camere di commercio, prevalentemente a dimensione regionale o interregionale, che operano attraverso antenne territoriali offrendo servizi più o meno qualificati. Per lo più presenti nelle principali associazioni di categoria (sistema Confindustriale e Camerale) hanno il compito promuovere e stimolare l’innovazione tra gli imprenditori, indirizzandoli verso la migliore proposta di servizi. Sono tutte iniziative, anche lodevoli, che andrebbero meglio coordinate e razionalizzate.

Infine, c’è il legame, ancora tutto da costruire, tra gli otto Competence Center già individuati dal Mise e i sette Centri prospettati dal PNRR. Per Marco Taisch, presidente di MADE – Competence Center di Milano per l’implementazione delle tecnologie 4.0 – ci sarebbe compatibilità tra i sette Centri di ricerca previsti sulle nuove tecnologie e i Competence center, con i primi intenti a produrre innovazione e i secondi a occuparsi di applicarla nelle imprese, con l’ulteriore compito di esplorare tematiche in settori non ancora selezionati.

Più oscuro rimane il ruolo che dovranno giocare i 20 ecosistemi dell’innovazione. Volendo seguire un puro schema geografico, si rischia di farne cadere alcuni nel “vuoto”. Per questo i centri andrebbero calibrati bene nella realtà italiana, non necessariamente creati dal nulla ma innestati in “ecosistemi” esistenti, magari attorno a infrastrutture di ricerca e facilities già presenti nei territori. Come si è fatto per l’area dell’Expo di Milano, dove è sorto lo Human Technopole in cui, in ottica di aggregazione e contaminazione, sono state centralizzate alcune attività e facilities nel campo della scienza della vita, oggi accessibili alla comunità scientifica di tutto il mondo. Per Alfonso Fuggetta, Ceo di Cefriel, società consortile creata dal Politecnico di Milano, “si deve puntare sulla domanda delle imprese più che sull’offerta ormai stratificata”. La creazione di centri di eccellenza in determinate aree strategiche non è in sé sbagliata, anzi, ma i nuovi soggetti vanno armonizzati con le realtà già esistenti e dovrebbero coprire innanzitutto settori che sono rimasti indietro, non creare duplicazioni.

Ci sarebbe infine il tema delle agevolazioni fiscali. Nel settore privato, le Pmi vanno spinte a consorziarsi al fine di ricevere incentivi fiscali per attività ad alta intensità di ricerca e sviluppo. Sgravi fiscali per l’assunzione di dottori di ricerca andrebbero introdotti per un tempo limitato onde consentire al sistema di adattarsi al nuovo paradigma. Da ponderare anche l’idea di eliminare l’IVA da tutte le spese di ricerca (si potrebbe ricavare il 22% in più dei fondi a disposizione), nonché quella di semplificare e potenziare il credito di imposta per ricerca e innovazione, che in Germania è attorno al 60%. Un bonus fiscale che in Italia, con l’ultima legge di Bilancio, è stato per ora ritoccato per tutto il 2021 e fino al 31 dicembre 2022, con un incremento del credito d’imposta per spese di ricerca e sviluppo passato dal 12% al 20% e con un massimale da 3 milioni a 4 milioni. Anche la leva fiscale, perciò, andrà attentamente calibrata nel mix delle nuove misure.

Conclusioni

In attesa che l’Unione Europea concluda l’istruttoria per scegliere chi, tra i 45 candidati italiani, potrà assumerà il ruolo di “European Innovation Hub”, la necessità di rivedere il PNRR ha aperto un dibattito su come favorire i processi di innovazione e rinforzare i legami tra ricerca e imprese.

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Per ora si avverte un’eccessiva frammentazione. Tra Università, Enti di ricerca, Competence center, Innovation hub, Cluster tecnologici nazionali, Regioni e Confindustria c’è troppa ridondanza delle attività, che causa disorientamento tra gli imprenditori e non semplifica il rapporto con le imprese. Troppi soggetti che si muovono in questo ambito e poco riconoscibili dalle aziende.

Il nodo della razionalizzazione di tutto il sistema è giunto al pettine. Ci vuole una riflessione profonda, se vogliamo abbracciare nuovi modelli organizzativi per l’open innovation italiano. Quello che emerge dalla voce dei diversi protagonisti è una richiesta di maggiore protagonismo per quei soggetti che hanno dimostrato di saper ben operare sui territori e che possono diventare punti di riferimento nazionali di nome e di fatto. Ci sarebbe bisogno di un monitoraggio sulle attività, avere indicazioni d’impatto in modo da saper riconoscere le cose che funzionano meno e avere il coraggio di chiuderle, restituendo così centralità a chi ha davvero le capacità di assolvere questo compito.

I nuovi protagonisti dell’innovazione, per come è attualmente strutturato il Paese dal punto di vista della “geografia della ricerca”, non potranno che basarsi su un concetto di rete, di collaborazione tra gruppi di ricerca già operanti, posti nelle condizioni di cooperare. La creazione di strutture ex novo, che richiederebbe intervalli eccessivamente lunghi per essere funzionanti e operativi, farebbe perdere tempo e occasioni, con il rischio di rendere inefficace la scelta e di aumentare l’entropia nell’erogazione di servizi alle imprese.

Se il modello studiato dal Mise con il Piano nazionale Industria 4.0 sta funzionando, è giunto il momento di farlo crescere e di crearci intorno un contesto di stabilità, dando nuova continuità all’azione. Da questo punto di vista serve una più stretta collaborazione, in primis tra Mise e Mur, chiamati a lavorare di concerto per definire una politica per l’innovazione lungimirante, più chiara e comprensibile.

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  1. Le tecnologie citate fanno riferimento a un ampio spettro: sviluppo dei sistemi di comunicazione di quinta (5G) e sesta generazione (6G); supercalcolo; tecnologie quantistiche e nuovi materiali; integrazione di biologia con intelligenza artificiale; algoritmi di intelligenza artificiale per la diagnosi e la prognosi di malattie complesse e per lo sviluppo di nuovi vaccini; impulso alle scienze della vita con nuove tecnologie ottiche non invasive per differenziare tessuti sani e malati.

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