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Banda ultralarga, è ora di cambiare passo: le strategie del Governo per spingere la ripresa



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Le infrastrutture TLC, in primis il 5G rappresentano un volano di sviluppo irrinunciabile per il paese. È sempre più evidente la necessità di cambiare passo nello sviluppo dei piani legati alla Strategia BUL e di rivederla in considerazione del mutato contesto socioeconomico e geopolitico.Il decreto attualmente sul tavolo del Governo, sebbene perfettibile in alcuni passaggi,…

Pubblicato il 12 lug 2023

Silvia Compagnucci

vicepresidente di I-Com

Domenico Salerno

Istituto per la Competitività – I-Com



tlc telecom telco

Rimuovere alcuni ostacoli allo sviluppo delle infrastrutture di telecomunicazioni, favorire la migrazione alle reti a banda ultralarga e ammettere anche le imprese TLC ad alcune agevolazioni nell’ottica di dare ossigeno ad un settore in evidente difficoltà ma che appare cruciale per la competitività dell’intero paese. Sono questi alcuni degli obiettivi della bozza di decreto apparsa qualche settimana fa con il quale il Governo punta a spingere sulla banda ultralarga e 5G e a sostenere le aziende del comparto attraverso misure specifiche.

L’innalzamento dei limiti elettromagnetici

L’iniziativa senza dubbio più importante, che certamente potrebbe imprimere una forte accelerazione oltre a garantire indiscutibili benefici in termini di efficienza e sostenibilità, è quella che prevede l’innalzamento dei limiti elettromagnetici (attualmente 6V/m) nelle zone dove si renda necessario, in linea con le politiche di sviluppo dei paesi dell’Unione Europea, le indicazioni della Commissione Europea e le linee guida ICNIRP sui limiti di esposizione ai campi elettromagnetici, aggiornando conseguentemente le tabelle di cui all’allegato B del decreto del DPCM dell’8 luglio 2003.

Memore dei precedenti tentativi di riforma purtroppo naufragati, la stessa bozza di decreto dispone comunque l’aumento ad un valore di 24 V/m nel caso di mancato raggiungimento di un’intesa entro 120 gg dall’entrata in vigore della legge. L’incremento dei valori viene tuttavia subordinato a un’attività di monitoraggio sui valori reali di campo elettrico, magnetico ed elettromagnetico ambientali, e gli attuali livelli di emissioni delle reti mobili svolta entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge dalla Fondazione Ugo Bordoni in collaborazione con le Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale. Sempre alla Fondazione Bordoni è affidato il compito di istituire una rete di monitoraggio nazionale con lo scopo di informare in modo corretto ed efficace la cittadinanza sui livelli di campo elettromagnetico effettivamente presenti sul territorio, fornire alle Regioni ed agli enti locali dati e informazioni utili per migliorare il processo di localizzazione e controllo degli impianti al fine di mitigare l’impatto elettromagnetico.

Limiti elettromagnetici, perché è impostante innalzarli

Come sottolineato da un recente studio sul tema realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e Join Group nell’ambito di Futur#Lab (il progetto promosso da I-Com e WINDTRE, in collaborazione con Join Group e con la partnership di Ericsson e INWIT), si tratta di un provvedimento straordinariamente rilevante attraverso il quale l’Italia finalmente avvia il processo di allineamento alle indicazioni fornite dall’ICNIRP – così come peraltro deciso anche da altri paesi tradizionalmente votati ad imporre limiti particolarmente restrittivi come la Polonia – andando a rimuovere un ostacolo importante allo sviluppo delle reti mobili e del 5G in particolare.

È fuor di dubbio, infatti, che la fissazione di limiti di esposizione particolarmente stringenti impone la proliferazione di impianti – con tutti i relativi costi – in un contesto in cui l’identificazione di nuovi luoghi dove poter costruire un sito per apparati radiomobili è un processo sempre più difficile e lento a causa del progressivo esaurimento nei centri urbani di luoghi adeguati e della scarsa disponibilità dei proprietari.

A ciò si aggiunge, evidentemente, un maggior impatto sull’ambiente, un maggior consumo di materiali oltre che di spazi, maggiori emissioni legate ad un numero superiore di siti da manutenere ed un incremento del costo legato ai contenziosi che l’installazione di nuove antenne spesso genera. Il ruolo assegnato alla Fondazione Ugo Bordoni costituisce una scelta significativa che sottende un’idea di fondo certamente condivisibile: l’importanza, per i decisori politici, di avvalersi di enti, autorità, istituti ed organi tecnici in grado di offrire quel supporto scientifico e quella terzietà da cui discende l’autorevolezza e la credibilità nei confronti soprattutto della cittadinanza.

Lo spegnimento delle reti in rame

Nella logica, invece, del pieno utilizzo delle reti ad altissima capacità (VHCNJ) in grado di garantire almeno 1 gigabit per secondo in download, la bozza di decreto affida al Ministero delle imprese e del made in Italy, d’intesa con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e sentito il Dipartimento della Trasformazione Digitale, l’adozione di un decreto (da adottarsi entro 90 giorni dall’entrata in vigore) con il quale stabilire le modalità e le tempistiche per favorire un processo di migrazione verso le reti più avanzate e il progressivo spegnimento delle reti in rame sulla base di criteri di efficienza, massimizzazione costi benefici e sviluppo omogeneo delle infrastrutture su tutto il territorio nazionale.

Per ciascun operatore è ipotizzato un contributo fino a un massimo di 250 euro, per ciascuna linea migrata, a copertura dei costi di infrastrutturazione e di adeguamento degli impianti.

Per favorire la migrazione si prevede anche l’avvio di una campagna di comunicazione rivolta ai cittadini per diffondere una maggiore coscienza sulle potenzialità delle reti ad altissima capacità e l’avvio, d’intesa con gli enti locali, di progetti pilota di migrazione nelle aree in cui la copertura della infrastruttura fisica ad altissima capacità in fibra ottica sia pari o superiore all’80% del territorio.

Sebbene necessiti di attente valutazioni in merito agli impatti sul mercato ed alle potenziali ricadute anche in termini occupazionali imponendo, in fase di adozione del decreto, la definizione di un percorso ispirato ad una logica di gradualità e sostenibilità, questa misura persegue il condivisibile fine di valorizzare le nuove reti e gli enormi investimenti compiuti dagli operatori privati ma anche dal pubblico attraverso i Piani di cui si parlerà infra ed assicurare a cittadini ed imprese l’accesso ai benefici che esse garantiscono.

L’estensione alle telco dell’azzeramento degli oneri di sistema

La bozza di decreto, infine, dispone l’estensione alle imprese di TLC dell’azzeramento degli oneri di sistema per le utenze con potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW anche connesse in media e alta/altissima tensione delle imprese che offrono servizi di pubblica utilità e che sono soggette alla disciplina della Golden Power, nonché del credito d’imposta energivori. Si tratta di una scelta certamente delicata poiché necessita del vaglio della Commissione europea (configurando una “misura selettiva” a favore di imprese che non rientrano tra quelle energivore ai sensi della disciplina eurounitaria attualmente vigente) ma che prende atto dell’attuale difficoltà in cui versa il settore telco e dell’impatto enorme che i costi dell’energia esercitano sul comparto.

Gli interventi pubblici a sostegno dello sviluppo della rete

Allo scopo di favorire la diffusione della connettività al web in Italia e la spinta economica ad essa collegata, apposite iniziative per accelerare l’infrastrutturazione a banda larga e ultralarga hanno avuto origine già dal 2009 con il Piano Banda Larga. Nel corso degli anni gli interventi sono stati numerosi e sono culminati nel 2021 con la realizzazione della nuova Strategia italiana per la banda ultralarga (BUL) che, sulla scia della nuova Strategia Europea Digital Compass, ha posto tra i principali obiettivi l’ambizioso raggiungimento, entro il 2026, della copertura dell’intero territorio nazionale con connettività fino a 1Gbps.

Nel 2021, anno dell’ultima mappatura delle reti fisse effettuata da Infratel, la copertura del territorio italiano ad almeno 300 Mbps, soglia prestazionale ritenuta necessaria per raggiungere, entro il 2026 gli obiettivi del Digital Compass, si attestava sul 17,5%. Le pianificazioni di investimento degli operatori al 2026, analizzate nel corso della suddetta mappatura, prevedevano che tale quota sarebbe salita al 49,7% grazie ai soli investimenti privati. Per fornire una connettività veloce in rete fissa alla restante metà dei civici italiani la Strategia BUL si poggia su due pilastri principali, ovvero il Piano Piano Banda Ultralarga (BUL) e il Piano Italia a 1 Giga.

Il piano BUL

Il piano BUL ha preso il via nel 2016 con l’obiettivo di fornire connettività veloce nelle aree a fallimento di mercato, ovvero quelle che non risultavano coperte in maniera autonoma dagli operatori e in cui gli stessi non avevano programmato investimenti nel triennio successivo alle rilevazioni.

Al 30 aprile 2023 l’avanzamento economico del progetto a livello nazionale aveva raggiunto circa l’82% in termini di avanzamento dei lavori con 1,93 miliardi di euro impiegati su oltre 2.34 miliardi di euro di valore dei cantieri avviati. In particolare, per quanto riguarda la fibra sono stati già completati i lavori in 4.411 comuni e ulteriori 5.276 sono stati avviati, mentre in FWA risultano 2.955 cantieri con CUIR e altri 3.049 cantieri aperti. Al suo completamento il Piano BUL dovrebbe arrivare a coprire il 29,4% dei civici italiani sfruttando sia la connettività in fibra che la tecnologia FWA.

Il Piano “Italia a 1 Giga”

Il Piano “Italia a 1 Giga” nasce con l’obiettivo di stimolare, attraverso l’intervento pubblico, gli investimenti sulle reti a banda ultralarga degli operatori privati. In particolare, attraverso il Piano si mira ad intervenire fornendo una connessione ad almeno 1 Giga in download e 200 Mbps in upload alle unità immobiliari presenti nelle aree grigie e nere NGA che, a seguito della mappatura degli interventi già pianificati dagli operatori al 2026, sono risultate non coperte da almeno una rete in grado di fornire in maniera affidabile velocità di connessione in download ≥ 300 Mbps. I civici che ricadono sotto il cappello del Piano sono 6,87 milioni che equivalgono al 20,9% del totale nazionale.

Percentuale di civici compresi nel Piano “Italia 1 Giga” Fonte: Infratel Italia

Secondo i dati riportati sul portale di Infratel dedicato all’avanzamento dei Piani collegati al PNRR “connetti.italia.it”, alla data del 21 giugno 2023 i civici raggiunti grazie a Italia a 1 Giga sono 123.469, ovvero il 2,79% del totale previsto, mente un ulteriore 9,75% (430.400 civici) risultano in fase di lavorazione.

La copertura mobile e il Piano Italia 5G

Sul versante della copertura mobile, il tema di maggiore rilevanza è senza dubbio quello che relativo al deployment della rete nazionale 5G. Osservando gli ultimi dati diffusi dal “5G Observatory” vediamo come nel primo trimestre del 2023 gli operatori italiani abbiano dichiarato una copertura pari al 99,7% della popolazione, il quarto valore più alto a livello europeo.

L’ottima performance registrata dal nostro Paese è però principalmente frutto dell’eredità storica della buona copertura 4G che ha permesso di sfruttare la tecnologia DSS (Dynamic Spectrum Sharing), ovvero un sistema che abilita sulla medesima banda sia l’LTE 4G che il 5G FDD, gestendo attraverso una singola antenna in maniera dinamica e intelligente l’allocazione di banda che è necessario mettere a disposizione delle due tecnologie. Per le sue caratteristiche tecniche la condivisione dinamica dello spettro rappresenta quindi la migliore soluzione tecnologica disponibile per far convivere i due standard di comunicazione in questo periodo di transizione in cui, secondo gli ultimi dati pubblicati dal GSMA (The Mobile Economy 2023), le connessioni 4G rappresentano ancora il 75% del traffico a livello europeo.

Questa tesi trova conferma nei dati Infratel, pubblicati nell’edizione 2022 del rapporto I-Com sulle reti e i servizi di nuova generazione, che fanno capo alla mappatura delle reti mobili italiane. Dall’analisi dei risultati, relativi alla copertura dell’intero territorio calcolata in termini di pixel da 100×100 metri, emerge come a maggio 2021 risultava coperto in 5G standalone circa il 7,3% del territorio nazionale. Rispetto al monitoraggio della copertura 5G al 2026, i dati Infratel mostrano come la quasi totalità del territorio nazionale (94,6%) sarà raggiunta con i soli investimenti degli operatori, senza l’ausilio di risorse pubbliche.

Per coprire il restante 5,6% di territorio, nell’ambito della strategia BUL è stato sviluppato il “Piano Italia 5G” che si articola su due linee di intervento distinte ma complementari tra loro: la prima prevede la realizzazione di una rete di backhauling in fibra ottica per le Stazioni Radio Base (SRB) che, secondo quanto emerso dalla mappatura effettuata da Infratel Italia lo scorso anno, risulterebbero ancora prive di rilegamento nel 2026; la seconda invece prevede la realizzazione di infrastrutture di rete complete ex-novo, con capacità di almeno 150 Mbps downlink e 30 Mbps in uplink, nelle zone del Paese che risulterebbero prive di infrastrutture capaci di offrire connettività ad almeno 30 Mbps nel 2026.

Dall’analisi dei dati disponibili sul portale connetti.italia.it vediamo come, relativamente alla prima linea di intervento, siano stati già rilegati il 5,59% degli 11.098 siti previsti, mentre un ulteriore 9,85% risulta in fase di lavorazione. Più indietro invece è la seconda linea di intervento, infatti, delle 1.385 aree da coprire ancora nessuna è stata completata e l’11,1% risulta in lavorazione. In relazione a ciò, va comunque sottolineato che la realizzazione di infrastrutture ex novo è molto più complessa sia dal punto di vista autorizzativo che da quello operativo rispetto alla sola rilegatura in fibra dei siti e che l’istallazione di nuove antenne trova spesso anche una forte opposizione della popolazione soprattutto nelle aree rurali, ovvero quelle maggiormente interessate dal Piano Italia 5G.

Conclusioni

Le infrastrutture di TLC e in particolare il 5G rappresentano un volano di sviluppo irrinunciabile per il paese, chiamato ad affrontare la transizione digitale in un contesto generale di fortissima accelerazione. È sempre più evidente la necessità di cambiare passo nello sviluppo dei piani legati alla Strategia BUL e, come peraltro già annunciato da rappresentanti del Governo, di rivederla in considerazione del mutato contesto socio-economico e geopolitico e delle criticità rilevate nella fase applicativa.

In questo contesto generale, il decreto attualmente sul tavolo del Governo, sebbene perfettibile in alcuni passaggi, rappresenta senza dubbio un’ottima notizia da un lato, perché mette mano a questioni lungamente e inutilmente discusse da anni come quella dei limiti elettromagnetici attribuendo un ruolo centrale a soggetti tecnici come la Fondazione Ugo Bordoni; dall’altro, perché prende atto della necessità di valorizzare le infrastrutture a banda ultralarga anche attraverso la previsione di misure di sostegno per un settore che sta vivendo un momento di indiscutibile difficoltà i cui investimenti tuttavia non possono – e non devono – contrarsi nell’interesse generale del paese che ha disperatamente bisogno di infrastrutture moderne e performanti.

Infine, va considerato che il deployment delle infrastrutture 5G in Europa richiederà un notevole esborso di risorse, quantificate dall’Acting Director della DG Connect Kamila Kloc in 174 miliardi di euro entro il 2030, che potrebbero arrivare a sfondare quota 200 miliardi se guardiamo oltre quella data.

Nel quadro italiano, in cui gli operatori sono già stati gravati dall’ingente esborso per le frequenze e dai già citati vincoli burocratici, è necessario fare tutto il possibile per non perdere le risorse del PNRR che potrebbero rappresentare una linfa fondamentale per alimentare lo sviluppo delle reti.

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