infrastrutture digitali

Chi paga le reti di nuova generazione? Una soluzione al dilemma delle telco

Le telco europee tornano a chiedere un contributo dalle big tech per la realizzazione delle reti di nuova generazione. Una storia che si ripete. Le ragioni degli operatori, il silenzio delle piattaforme, una possibile via d’uscita

22 Feb 2022
Cristoforo Morandini

Vice President TMT PTSCLAS

Per la seconda volta negli ultimi tre mesi, gli operatori di telecomunicazioni lanciano un appello per affrontare l’annoso problema del finanziamento delle reti di nuova generazione necessarie per la realizzazione della Gigabit Society e il raggiungimento degli obiettivi fissati dal Digital Compass per il 2030.

All’inizio di febbraio, i quattro principali operatori europei, Deutsche Telekom, Orange, Telefonica e Vodafone, hanno pubblicato una lettera aperta per richiedere che le grandi piattaforme di contenuti online (le cosiddette Big Tech, o internet giants) contribuiscano alla copertura dei costi per la realizzazione delle reti digitali europee ad altissima capacità in corso di realizzazione. In precedenza, a novembre 2021 un appello analogo era stato sottoscritto da tredici operatori europei e inviato alla Commissione europea in vista della decisione riguardo la definizione dei diritti e i principi digitali europei.

In entrambi i casi TIM non compare tra i firmatari, ma con ogni probabilità la posizione è in linea di principio condivisa anche dal principale operatore nazionale.

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Le ragioni degli operatori europei

La richiesta degli operatori è basata su un ragionamento molto semplice. A fronte della consapevolezza ormai ampiamente diffusa che la connettività è una condizione necessaria e abilitante per lo sviluppo della Società dell’Informazione, la crescita del traffico dati a ritmi del 50% annuo richiede continui investimenti (oltre 50 miliardi di euro nell’ultimo anno) per garantire all’Unione Europea una crescita sostenibile e inclusiva.

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In questo scenario, la situazione non sarebbe più sostenibile, a maggior ragione in un mercato, quello delle telecomunicazioni, che presenta una progressiva erosione dei margini. La richiesta è di ripartire in modo più equo gli ingenti investimenti necessari, chiamando le grandi piattaforme online a fornire il proprio contributo, in virtù del fatto che video streaming (per oltre la metà del totale), gaming e social media generano oltre il 70% del traffico e larga parte dei profitti vengono incamerati dagli Internet Giants, grazie al loro modello di business su scala globale. Non vengono fatti nomi, ma basta consultare il report citato sul traffico Internet globale per scoprire che 6 attori (Google, Facebook, Netflix, Apple, Amazon, Microsoft) generano circa il 60% del traffico totale, con una crescita che nell’ultimo anno è stata superiore a quella di tutti gli altri attori messi insieme.

A fronte di questa situazione, gli operatori lamentano di non avere un sufficiente potere negoziale per definire delle condizioni di accesso alle reti in modo equo, a maggior ragione in un contesto che non garantisce un quadro regolamentare omogeneo (level playing field) tra tutti gli attori. Il rischio è che a pagarne le conseguenze sia la qualità del servizio offerto agli utenti finali.

Gli operatori citano alcuni casi esteri (Stati Uniti, Corea del Sud) per suggerire possibili interventi virtuosi per sanare la situazione e incentivare i gestori delle piattaforme online ad un utilizzo più attento all’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse di rete.

L’Unione Europea, nella recente dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale ha preso l’impegno di “sviluppare quadri adeguati affinché tutti gli operatori del mercato che traggono vantaggio dalla trasformazione digitale si assumano le proprie responsabilità sociali e contribuiscano in modo equo e proporzionato ai costi delle infrastrutture, dei servizi e dei beni pubblici, a beneficio di tutti gli europei”.

Dalle parole ai fatti è la richiesta degli operatori.

Il diritto di replica

Se il grido di allarme dei Telco è forte e chiaro, il silenzio della controparte si è sempre contraddistinto per essere assordante, mentre le lobby continuano a fare il proprio lavoro. Anche la recente “minaccia” di sospensione di alcuni servizi in Europa da parte di Facebook è in realtà in sostanza una fake news, perché nasce da una comunicazione periodica alla Borsa americana riguardo ai potenziali rischi della propria attività, che sarà sicuramente condizionata dall’evoluzione dall’assetto normativo e regolamentare europeo, in particolare, in materia di privacy. Da qui a sospendere servizi o attività, il passo è naturalmente troppo lungo e la stessa Facebook ha comunicato di “non avere nessuna intenzione o minaccia di abbandonare il mercato europeo”.

Il modello economico

Immaginando una possibile replica alle richieste degli operatori di telecomunicazioni, la prima considerazione è sicuramente legata al modello economico. La fiducia nel funzionamento del mercato dovrebbe portare a considerare che sono i meccanismi concorrenziali a garantire una situazione efficiente che remunera adeguatamente i diversi fattori produttivi, al netto di possibili squilibri transitori. Del resto, gli Internet Giants non chiedono certamente di realizzare nuove reti, ma si sono sempre adeguati in modo camaleontico ai diversi contesti infrastrutturali, sfruttando al meglio quanto disponibile. Un esempio emblematico è Netflix che da sempre indica le velocità di connessione raccomandate per la fruizione in modo adeguato delle diverse qualità di video e pubblica mensilmente l’”indice di velocità degli ISP” che fornisce la classifica dei provider in ogni Paese.

Riguardo poi all’elevata profittabilità del business e dei ridotti investimenti delle piattaforme online, è difficile considerare alla stessa stregua i diversi attori, che hanno sicuramente in comune una scala di intervento globale, ma sfruttano la rete con attività e modelli di business molto diversi. Il fatturato di Netflix è 1/10 di quello di Google, Facebook investe il 19% dei propri ricavi in ricerca e sviluppo, l’utile sui ricavi di Amazon è importante (oltre il 7%), ma molto diverso di quello degli altri Internet Giants. Allo stesso tempo, i content provider investono nelle Content Delivery Network (CDN) per innalzare e ottimizzare la qualità della fruizione dei servizi e tali servizi vanno, almeno in parte, a beneficio degli operatori di rete. Qualcuno potrebbe, inoltre, ricordare come i principali Paesi europei abbiano avviato importanti, e multimiliardari, programmi di finanziamento pubblico delle reti di nuova generazione. Infine, e non meno importante, non appare molto chiaro come e su quali metriche dovrebbe attuarsi il contributo richiesto. Senza dimenticare che la connettività viene già pagata dai clienti finali e quindi…

Del resto, quale sarebbe il valore della rete senza i contenuti?

La storia si ripete

L’argomento non è però per nulla nuovo e già dieci anni fa l’amministratore delegato di Telecom Italia, Marco Patuano, pubblicava due interessanti articoli sull’Harvard Business Review per descrivere cosa stava accadendo e quale poteva essere la via di uscita per i Telco.

All’epoca, il nuovo nemico veniva identificato negli “Over The Top- OTT” (Google, Yahoo!, Facebook, You Tube, Skype, etc…), che introducevano un nuovo modello di business, con servizi complementari, ma anche sostitutivi dei tradizionali servizi di telecomunicazioni e basati sulla connettività offerta dagli stessi Telco. Il confronto era tra gli oligopoli locali dei Telco e la dimensione nativamente globale degli OTT. Dieci anni fa gli OTT erano sicuramente molto più piccoli dei Telco, ma estremamente dinamici, con investimenti (in proporzione ai ricavi) molto più contenuti e una redditività molto più elevata, nonché una grande capacità di generazione di cassa. Anche le Telco presentavano un’elevata capacità di cassa, ma a fronte di investimenti crescenti e un forte indebitamento e, quindi, con un modello strutturalmente diverso.

Da un lato, le Telco sono rimaste ancorate ad un modello di ricavi strettamente legato al susseguirsi di investimenti infrastrutturali che abilitano nuove generazioni di servizi. Dall’altro, gli OTT hanno invece capito che il valore può derivare dall’introduzione di nuovi servizi “utili”, con interfacce particolarmente “user friendly”, che raggiungono rapidamente dei volumi rilevanti su scala globale, sfruttando al meglio le reti esistenti. Non solo. La vera discontinuità è legata alla lettura del mercato in logica “Two Sided Platform”, in cui vengono creati ambienti all’interno dei quali due gruppi di soggetti (fornitori/utenti) si scambiano informazioni e prodotti, con o senza intermediazione. La remunerazione della piattaforma può poi avvenire direttamente (da uno dei gruppi di soggetti) oppure indirettamente attraverso la messa a disposizione dei dati relativi agli utenti a fini pubblicitari, con tutti i vincoli di privacy del caso. Con la crescita delle piattaforme si innesca poi un circolo virtuoso che integra nuove applicazioni attraverso meccanismi di open innovation, ma anche processi di consolidamento. Non a caso queste piattaforme si sono però sviluppate nell’ambiente normativo e regolamentare meno restrittivo, quello statunitense, e hanno saputo cavalcare al meglio il principio della Net Neutrality e l’accesso non discriminatorio ai contenuti.

La situazione è rimasta sostanzialmente la stessa.

Si consolidano anche le over the top

A dieci anni di distanza, anche gli OTT hanno conosciuto un processo di consolidamento e i primi sei Internet Giants hanno complessivamente raggiunto dei ricavi che sono più del doppio dei ricavi dei primi sei operatori di telecomunicazioni nel mondo, con un rapporto utile/ricavi che è in media superiore al 22% per gli OTT e largamente inferiore al 10% per i Telco. Come dimostra l’appello degli operatori europei, il posizionamento dei diversi attori, le performance e il potere negoziale non sono, invece, sostanzialmente cambiati.

Una soluzione al dilemma

A questo punto, quale può essere l’epilogo?

La soluzione è tutt’altro che semplice, come dimostra un primo aspetto tuttora dibattuto e più “etico”, vale a dire il trattamento fiscale riservato agli Internet Giants e, in particolare, il pagamento delle imposte nei Paesi di generazione dei ricavi, con posizioni che possono divergere anche all’interno della stessa Unione Europea.

Ancora più complesso è l’intervento che prevede una “tassazione ad hoc”, anche se si possono rivitalizzare concetti come quello del servizio universale, al quale contribuiscono i principali attori. Tuttavia, come ricordato sopra, come applicarlo agli Internet Giants che operano su scala planetaria? Basti pensare a Facebook, che associa un valore per utente di poco meno di 20 euro a trimestre per l’Europa: a quanto ammonterebbe il contributo equo?

Tre elementi chiave per affrontare il problema

La soluzione per le Telco è probabilmente più dentro all’Industry che al suo esterno e, come emergeva già dieci anni fa, risiede nella capacità di fare leva su tre elementi distintivi rispetto agli OTT: la qualità dei servizi, la sicurezza, la prossimità. In altri termini, la risposta è nelle piattaforme che sono state definite “Over The Network” e che sfruttano le strette interrelazioni tra le piattaforme di erogazione dei servizi e le infrastrutture.

Gli ambiti applicativi sono i più disparati, fino all’”Internet of Everything” e sicuramente l’ambito business si presta maggiormente sfruttare questi aspetti differenzianti, che si possono però estendere anche a specifici target di clientela consumer.

In questo quadro, la richiesta all’Unione Europea dovrebbe essere probabilmente più incentrata sulla creazione di un level playing field più omogeneo tra i diversi possibili attori, vecchi e nuovi, che non sull’introduzione di complessi meccanismi contributivi.

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