L'analisi

Decreto Fare, le opportunità per le imprese

Dalla razionalizzazione dei Ced, vantaggi per vendor di hardware e per chi migra i propri software a un modello cloud ibrido. Un business si aprirà anche con il Fascicolo sanitario elettronico, mentre verranno sbloccati alcuni progetti Fesr/Fse per decine di milioni di euro. Peccato per la norma che limita all’acquisto di macchinari

01 Lug 2013
Paolo Colli Franzone

presidente, Osservatorio Netics

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UPDATE, ESTESI GLI INCENTIVI PMI

Una doverosa premessa: queste note, eccezion fatta per una piccola nota conclusiva riguardante i finanziamenti agevolati alle PMI, hanno l’obiettivo di mappare le opportunità di mercato per i vendor ICT conseguenti all’entrata in vigore del “Fare” (al netto, quindi, delle eventuali modificazioni in sede di conversione in legge da parte del Parlamento).

Mercato, quindi, e non le altre opportunità derivanti da agevolazioni sotto forma di finanziamenti agevolati, crediti di imposta e simili.

Partiamo dall’art. 10, quello relativo alla liberalizzazione degli access point WiFi.

L’avere di fatto notevolmente semplificato le regole relative all’identificazione degli accedenti genererà una crescita significativa degli access point in locali pubblici incrementando le vendite di apparati ma, soprattutto, creando opportunità di business collegato allo sviluppo di Apps che consentano identificazioni “federate”.

Nascerà (di fatto è già nato: vedere ad esempio la rete federata degli hotspot a Firenze) un modello di “continuità territoriale” dove ciascuno degli hotspot sarà in grado di “parlare” coi suoi vicini dando all’utente una copertura costante anche in movimento. Anche questo modello genererà nuove e interessanti opportunità per sviluppatori di Apps e di piattaforme per la federazione e l’interoperabilità degli hotspot.

E veniamo alle misure specifiche per l’Agenda Digitale.

I provider di servizi di posta elettronica certificata potrebbero beneficiare, potenzialmente, di una notevole quantità di nuova domanda da parte di cittadini intenzionati a domiciliarsi digitalmente presso la PA.

“Potrebbero”, in quanto (ancora una volta) sta agli enti della PA il saper generare consapevolezza e valore realmente ponderabile per i cittadini invogliandoli ad utilizzare i loro servizi on-line.

Dove le cose diventano davvero interessanti e capaci di dar vita a un mercato significativo, dell’ordine di grandezza delle svariate centinaia di milioni di euro, è all’articolo 16. Razionalizzazione dei CED e dei data center della PA. Qui stiamo parlando di portare sul cloud – potenzialmente – 5.000 data center (tra PA centrale, Regioni, enti locali, sanità) con decine di migliaia di server.

Grande operazione di consolidamento che non potrà che piacere sia a chi vende hardware sia ai privati che sapranno “entrare” in un giro di data center cloud federati insieme ai grandi data center pubblici (SOGEI, Poste, ma anche i data center delle società “in-house” regionali).

Aldilà dell’aspetto squisitamente infrastrutturale, che già di per sé si potrebbe portare dietro investimenti più che corposi, Netics intravede un potenziale di market opportunities non banale per tutti quegli ISV che saranno capaci di trasformare la loro offerta migrando dal modello “un tanto a licenza” e introducendo modelli di “software as a service” portando su cloud ibridi le loro soluzioni e dando vita a marketplaces specializzati sulla falsariga dell’esperienza USA di “apps.gov”.

Qualche “spiccioletto” arriverà al mercato anche dalla realizzazione dell’infrastruttura centrale per il Fascicolo Sanitario Elettronico.

Anche in questo caso, le vere opportunità di mercato (soprattutto per fornitori di storage e di soluzioni verticali da appoggiare al FSE) arriveranno fra qualche anno, quando da “progetti sperimentali” i fascicoli sanitari diventeranno strumenti d’uso quotidiano per gli operatori della salute. Parliamo, ovviamente, delle Regioni italiane “rimaste indietro” rispetto ai “pionieri” (Lombardia, Emilia-Romagna, Provincia Autonoma di Trento, Toscana).

Infine, da notare l’interessante art. 9 (accelerazione nell’utilizzazione dei fondi strutturali europei) grazie al quale sarà possibile “sbloccare” situazioni di impasse relative agli ancora numerosi progetti FESR/FSE legati alle misure “Società dell’Informazione”: è ragionevole prevedere che vengano finalmente bandite alcune gare ancora “dormienti”, per un mercato complessivo stimabile nell’ordine di grandezza delle decine di milioni di Euro, soprattutto nelle Regioni “Convergenza”.

Una nota conclusiva rispetto all’articolo 2 del decreto, quello che norma l’accesso a finanziamenti a tasso agevolato per le PMI: ancora una volta, si finanzia esclusivamente l’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature a uso produttivo, dimenticandosi di includere nel novero delle operazioni finanziate l’acquisto di beni strumentali (anche immateriali!) finalizzati a rafforzare l’infrastruttura elaborativa delle aziende beneficiarie. Come dire: “torni e presse sì, server e software no”.

In un Paese che si dice proiettato verso l’Agenda Digitale, qualcosa di stonato in questo articolo 2 indubbiamente c’è.

Se vogliamo un tessuto di PMI capace di utilizzare al meglio le potenzialità della rete (dematerializzazione, pagamenti elettronici, e-commerce, eccetera), forse dobbiamo dare loro opportunità di finanziamento agevolato estese all’acquisto di infrastrutture elaborative e piattaforme software.

Riempire le aziende di macchinari a uso produttivo e non dare loro la possibilità di stare sul mercato globale “scaricando a terra” tutte le loro potenzialità commerciali e velocizzando i flussi pre e post vendita significa, ancora una volta, mettere in scena un’opera incompiuta.

Non ce lo possiamo permettere.

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