Gli attacchi di Parigi risvegliano il fantasma della sorveglianza digitale globale

La storia si ripete, dopo ogni attacco terroristico. Come dopo il 2001 c’è stato il tramonto dei diritti civili, poi denunciato con lo scandalo delle intercettazioni di massa targato Nsa, adesso c’è chi di nuovo propone di potenziare gli strumenti di controllo su internet. Ignorando che la stessa storia ci insegna che i presunti vantaggi sono inferiori dei sicuri danni alla nostra democrazia

Pubblicato il 15 Nov 2015

Andrea Monti

Avvocato specializzato IT

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Gli attacchi di Parigi risvegliano il fantasma della sorveglianza digitale globale

I fatti di Parigi forniscono l’ennesima cinica occasione ai politici per invocare non tanto e non solo una guerra all’insegna del “armiamoci e partite”, ma anche l’ennesimo giro di vite sull’internet perché “fomenta il terrorismo”.

Censurare è sempre un’opzione sbagliata e, nel caso specifico dell’incitamento al terrorismo, chiaramente una stupidaggine perché le idee cattive si combattono con le idee buone e con la promozione della coscienza civile, non “oscurando” tweet e profili Facebook. E poi, se a far paura sono i terroristi, è meglio rinforzare gli Incursori della Marina militare o quelli del Col Moschin piuttosto che preoccuparsi di qualche pagina web.

E allora, abusando della citazione gramsciana, veramente il sonno della ragione genera mostri.

Il mostro – meglio, il demone – sistematicamente evocato come “arma” contro i cattivi è quello della sorveglianza globale. Un demone da piegare ai nostri voleri e che ci faccia ascoltare tutto ciò che diciamo, scriviamo e pensiamo perché solo così possiamo combattere un nemico invisibile e insidioso.

Il problema serio di questo approccio è riassunto nell’antica e attuale domanda che aleggia nell’aria da sempre: chi controlla i controllori? Anche ammesso che nuovi sistemi di sorveglianza funzionino (e proprio il caso francese sembra dire di no), potrei anche accettare una “sorveglianza globale” in nome del “bene superiore” se avessi la certezza che, da qualche parte, qualcuno controllasse effettivamente che nessuno abusi di questo enorme potere sulla vita di ciascuno di noi, e che chi lo facesse, pagherebbe caro.

Ma non è così.

Lo logica della Ragione di Stato ed equilibri geopolitici ben al di sopra della nostra capacità di intervento hanno reso il tema della sorveglianza globale merce di scambio piuttosto che tema rilevante per la tutela dei diritti. Ne fa fede l’incredibile vicenda dell’annullamento da parte dell Corte di giustizia europea dell’accordo EU-USA sullo scambio di dati personali, motivato con le preoccupazioni per la sicurezza dei dati dei cittadini europei a fronte delle “minacce” americane.

Persino l’Autorità garante per la protezione dei dati personali (che peraltro in materia di sicurezza nazionale non ha poteri, visto che così dice la direttiva comunitaria che lo ha creato) ha girato la testa dall’altra parte quando la Corte di giustizia europea ha cancellato la direttiva sulla conservazione obbligatoria e indiscriminata dei dati di traffico telefonico e telematico. Avrebbe potuto, autonomamente, verificare se il Codice dei dati personali italiano fosse ancora rispettoso della decsione giudiziaria europa, e non lo ha fatto. In questo modo, in Italia, Telco e ISP continuano a raccogliere dati indiscriminatamente senza che qualcuno dica loro se fermarsi (rispettando la sentenza europea) o continuare (conformandosi al Codice dei dati personali almeno fino a quando non verrà modificato).

Ma il tema della sorveglianza globale ha anche dei risvolti di politica giudiziaria che non possono essere sottovalutati.

Fino ad oggi, a differenza delle intercettazioni telefoniche che il Ministero di giustizia deve pagare, le richieste di accesso ai dati di traffico memorizzati presso ISP e Telco e le operazioni di “blocco” dell’accesso a siti internet sono misure di fatto gratuite. “Di fatto” perché si tratta di attività poste in un limbo giuridico che nessuno ha interessa a esplorare. Cosa accadrebbe se gli operatori cominciassero a presentare il conto per tutte queste prestazioni? E se veramente passasse anche in Italia la linea politica che vuole l’aumento del monitoraggio degli utenti, chi sosterrebbe i costi dell’operazione? E con quali possibilità effettive di controllo sull’accadimento di abusi?

Detto questo, non ho la presunzione di possedere la “ricetta” per “combattere” l’Isis – e tutto sommato è anche giusto che sia così – ma purtoppo, e questo è il grave, credo che non ce l’abbiano nemmeno Salvini, Renzi e Boldrini (sì, la “madre” della Carta dei diritti dell’internet).

E allora, citando uno scritto del 1996 di Giancarlo Livraghi: “Non è il caso di fidarsi di chi parla di aiutarci o proteggerci. Grazie, no: non abbiamo alcun bisogno della loro protezione. La tendenza di tutti i Poteri, e in particolare di quello politico, è trattare i cittadini come bambini sbrodoloni incapaci di gestirsi da soli. Il rischio è che con la scusa di metterci il bavaglino finiscano col metterci il bavaglio.”

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