Politecnico di Milano

L’Italia rischia di non saper spendere gli 11 mld Ue per l’innovazione 2020

Stime dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano quantificano in 11 miliardi le risorse europee potenzialmente a disposizione del nostro Paese per fare innovazione da qui al 2020. Ma la capacità di Regioni ed Enti Locali di poter sfruttare queste risorse è tutta in discussione

19 Giu 2015
Marco Paparella

Senior Advisor, Politecnico di Milano

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Il 2015 è sicuramente un anno chiave per quanto riguarda i fondi europei. Le Regioni, in particolare, hanno la possibilità di spendere, fino a fine anno, le risorse ancora disponibili e non utilizzate dei fondi POR FESR (Piani Operativi Regionali – Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale) 2007-2013 e nel frattempo sta giungendo a termine, con un anno di ritardo, l’iter di approvazione dei POR FESR per la programmazione 2014-2020 da parte dell’Unione Europea.

L’attenzione verso il possibile utilizzo di queste risorse per fare innovazione è molto alta da parte di tutti gli attori della PA e gli stakeholder coinvolti. La Ricerca 2015 dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, ad esempio, evidenzia come le Direzioni Aziendali delle strutture sanitarie italiane siano sempre più consapevoli della necessità improcrastinabile di rivedere i modelli e i sistemi di cura grazie all’innovazione digitale e, per poter far sì che ciò accada, il 41% dei Direttori riconosce come prioritario l’accesso a finanziamenti regionali e/o europei, che consentano di ottenere le risorse necessarie allo sviluppo dei progetti di innovazione.

Ma di quali fondi stiamo parlando e a quanto ammonteranno, in concreto, le risorse europee disponibili per fare innovazione?

Per l’orizzonte di programmazione 2014-2020 le risorse europee fanno riferimento principalmente a due tipologie di fondi:

  1. Fondi a gestione diretta, erogati direttamente dalla Commissione Europea agli utilizzatori finali attraverso la partecipazione a bandi, che rappresentano circa il 25% della spesa complessiva dei bilanci UE; esempi di questo tipo di fondi, di interesse per l’Agenda Digitale, sono i programmi Horizon 2020, Creative Europe, Health for Growth, Active Assisted Living Programme, ecc.
  2. Fondi a gestione indiretta (fondi strutturali), gestiti dagli Stati membri che, sulla base dei programmi operativi e attraverso le loro PA Centrali e Locali (in particolare le Regioni), ne dispongono l’assegnazione ai beneficiari finali e che rappresentano il 75% della spesa complessiva dei bilanci UE; in questa categoria ricadono i già citati FESR, ma anche il FSE (Fondo Sociale Europeo) e il FEASR (Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale).

Dire quanta parte di questi fondi è a disposizione per iniziative di innovazione digitale non è immediato, perché se è vero che esistono voci di spesa e obiettivi strategici specificamente rivolti all’Agenda Digitale (ad esempio, l’Obiettivo Tematico 2 dei FESR è finalizzato a “Migliorare l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché l’impiego e la qualità delle medesime”), è anche vero che progetti e soluzioni ICT sono abilitanti e necessari per moltissime iniziative di carattere non esclusivamente tecnologico e che, quindi, le risorse ad esse allocate sono “disperse” in punti diversi di questi programmi.

Per fare un po’ di chiarezza ci vengono in aiuto i risultati dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, che grazie ad un’attenta analisi dei Programmi Operativi definiti dalle diverse Regioni italiane e a stime sulle capacità dei diversi stakeholder di intercettare bandi di finanziamento a gestione diretta, stimano in oltre 11 miliardi di euro i fondi complessivi “messi a budget” dalle Regioni per progetti volti allo sviluppo dell’Agenda Digitale nell’orizzonte 2014-2020. Questa cifra – che comprende sia la quota di finanziamenti dell’Unione Europea che il co-finanziamento nazionale e che considera entrambe le tipologie di fondi precedentemente descritte – è un primo valore quantitativo che fa capire quanti soldi sono potenzialmente in gioco in questa partita.

Parlo di risorse “potenziali” perché la reale capacità di utilizzo è tutta da dimostrare. I fondi a gestione diretta vanno infatti “catturati” attraverso bandi e accordi di partenariato che solitamente includono il mondo della PA, insieme con quello delle Università e Centri di Ricerca e ovviamente delle imprese private. La stima di risorse precedentemente riportata deriva dall’assunto che la capacità di attrazione dei fondi a gestione diretta per la prossima programmazione resti quella del precedente settennio, cioè in media pari all’8,5%.

Diverso il discorso per i fondi strutturali che, se da un lato hanno il pregio di rappresentare un impianto programmatorio pluriennale e godono di una definizione finanziaria quantitativamente certa, dall’altro non hanno un’allocazione d’uso già completamente definita. Il fatto che le Regioni riescano effettivamente ad usare le risorse a disposizione dipenderà, infatti, dalla loro capacità di programmazione e gestione di progetti e strumenti finanziari complessi – capacità la cui carenza nel nostro Paese è stata evidente e ha già portato in passato alla perdita di enormi opportunità e disponibilità di risorse. Basti pensare che delle risorse a disposizione per l’innovazione digitale all’interno dei FESR 2007-2013, solo poco più del 50% sono state ad oggi realmente spese a livello nazionale (seppur con notevoli differenze tra Regione e Regione) e questo principalmente per alcune cause ben definite:

  • scarse competenze degli enti locali in euro-progettazione, a livello legale, amministrativo, civilistico, economico-finanziario e tecnico-gestionale;
  • deficit di programmazione di medio-lungo termine;
  • scarso raccordo istituzionale e criticità connesse alla governance dell’innovazione;
  • eccessiva frammentazione dimensionale e territoriale dei progetti, con il conseguente rischio di proliferazione di procedure, obiettivi e misure e l’appesantimento del lavoro amministrativo-burocratico.

Le cifre potenzialmente in gioco a livello europeo sono notevoli (quasi 3 volte in più rispetto a quelle del settennio 2007-2013), ma da sole non sufficienti per completare la rivoluzione digitale prevista dall’Agenda Digitale, se non in abbinamento a quelle nazionali e private. Le partnership tra pubblico e privato, unite all’utilizzo di una pluralità di strumenti finanziari “evoluti” a seconda della specifica area di intervento, rappresentano senza dubbio due leve fondamentali per garantire che le risorse disponibili siano spese tutte e per il meglio.

Sprecare ancora questa occasione sarebbe un peccato che il nostro Sistema Paese non si può permettere!

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