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Direttore responsabile Alessandro Longo

banda ultra larga

Nuova rete in fibra: il nodo da sciogliere sono i protagonisti

di Cristoforo Morandini, EY

21 Gen 2015

21 gennaio 2015

Metroweb, Telecom Italia, Cdp: come si incastreranno questi tasselli assieme? Qui è il busillis. A fronte di risorse scarse, unire gli sforzi sembra sempre la soluzione migliore. Ma non necessariamente la più semplice. Alcuni punti vanno definiti a monte. Subito

Ci sono pochi temi che riescono a far convergere gli interessi di così tanti soggetti come nel caso della nuova rete in fibra ottica. Almeno in linea di principio.

Di certo, la posizione di ritardo del nostro Paese richiede di intervenire in tempi rapidi e su questo non ci sono dubbi di sorta. Allo stesso tempo, anche la politica, e in modo ormai bipartisan, ha metabolizzato l’effetto volano che possono avere le nuove reti, a prescindere poi dalla reale dimensione moltiplicatore degli investimenti “à la Juncker” e dell’impatto sull’economia, a cominciare da quella digitale. I consumatori non vedono l’ora, perlomeno quelli già dentro la rete, mentre per quelli ancora ai bordi, la sfida è di convincerli ad entrare, ma cresce la consapevolezza dei benefici che se ne potranno trarre.

Il Governo ha presentato la propria strategia in novembre, addirittura anticipando alcune misure di defiscalizzazione nel decreto Sblocca Italia, che andranno rese coerenti con il piano. Gli indirizzi sono sufficientemente chiari e  le risorse sembrano in buona misura disponibili, ma cosa manca allora?

Come anche in passato, uno dei nodi più critici rimane quello degli attori protagonisti e,non a caso, il dibattito si è focalizzato nelle ultime settimane sul ruolo di Metroweb e l’interesse da parte dei principali operatori di telecomunicazioni per entrare a far parte della compagine azionaria dell’operatore di rete che ha realizzato la rete in fibra ottica a Milano, una delle reti metropolitane più capillari d’Europa.

Risorse e competenze. Metroweb rappresenta oggettivamente un possibile veicolo per l’ammodernamento del Paese, grazie a tre condizioni necessarie che riesce  a soddisfare, vale a dire la competenza nella realizzazione delle nuove reti, la neutralità garantita dal modello wholesale e le risorse di cui dispone, ma che finora non sono potute essere pienamente messe in campo, nonché gli ulteriori capitali che potrebbe attrarre. Non si deve però dimenticare la natura degli azionisti attuali e le loro aspettative di remunerazione degli investimenti.

Il Regno delle Tre Italie. Troppo spesso viene dimenticato, ma è ricomparso anche nel piano governativo. Semplificando molto, è chiaro come solamente un terzo del territorio (in termini di popolazione) presenti delle caratteristiche realmente idonee per garantire un adeguato ritorno degli investimenti. Per un ulteriore terzo servono contributi non marginali, e per l’ultima parte del Paese occorre un intervento sussidiario e un po’ di fantasia anche nel mix delle soluzioni tecnologiche da mettere in campo. In sintesi, serve una risposta unitaria, ma un piano di intervento inevitabilmente declinato nelle tre realtà, con orizzonti temporali diversi.

Tre è meglio di uno. In assenza di indicazioni univoche dal lato dell’elasticità della domanda all’innovazione rappresentata dalla fibra, qualsiasi progetto non può prescindere da accordi preventivi con i principali operatori di servizi. A questo proposito è utile, ma decisamente inferiore nelle aree a maggiore densità di popolazione. Il raggiungimento di una sufficiente massa critica richiede inoltre di superare lo scoglio del bacino di linee fisse, visto che ormai 1/3 delle famiglie è “mobile only”. Di fatto, l’analisi dei rischi impone di cercare di portare a bordo del progetto di infrastrutturazione il maggior numero possibile di utilizzatori della nuova rete.

Pregiudiziali. A fronte di risorse scarse, unire gli sforzi sembra sempre la soluzione migliore. Ma non necessariamente la più semplice, per effetto di legacy e obiettivi strategici che possono divergere.  Il  titolare dell’infrastruttura attuale in rame deve prestare molta attenzione al deprezzamento dei propri asset, mentre gli operatori alternativi pongono la massima attenzione al rischio di una nuova forma di monopolio nella rete di accesso. Entrambi sono molto sensibili al flusso di cassa del progetto, che a sua volta dipende dalla natura degli investimenti (più o meno rilevanti a seconda dell’architettura prescelta)  e dallo switch-off della rete esistente (più o meno esteso e veloce).

Condizioni. Al di là della metafora del condominio italico, nel quale le posizioni in campo rischiano di essere pari al numero di attori, ci sono alcuni punti che vanno definiti a monte. Innanzitutto, l’orizzonte temporale deve essere definitivamente di lungo periodo, con le ripercussioni che questo comporta sugli investitori finanziari da coinvolgere. In secondo luogo, la valorizzazione della rete in rame deve essere condivisa, pena la costruzione di barricate difficilmente sormontabili. Infine, ma non meno importante, è opportuno definire un percorso (magari un piano industriale…), anche architetturale che porta al raggiungimento dell’obiettivo finale, con delle tappe intermedie che possono anche rappresentare dei punti di verifica e eventuale rimodulazione.

Aspettando l’accordo.

  • Damiano

    Ma per realizzare gli obiettivi 2020 basta il rame, con il G.fast, appena omologato ITU-T.
    Porti non meno di 150Mb a casa sull’esistente doppino in rame. Arrivi a 1Gb su rame in condizioni ottimali.
    https://it.wikipedia.org/wiki/G.fast

  • fiatcoupe20t

    E secondo lei come può essere attuato il g.fast? Con la fibra! In più non vedremo mai in Italia g.fast, sia per l’obbligo di utilizzare il vectoring (discorso in Italia molto complesso da attuare), ma soprattutto perché utilizza l’architettura più inutile esistente… L’ FTTdp/FTTB. Architettura che ha costi maggiori persino di un FTTH, e su cui nessuno, tantomeno Telecom sta e vuole puntare nell’immediato/prossimo futuro

  • Alfredo T

    Per L’Agenda Digitale Europea:
    1) entro il 2020 la banda larga deve essere disponibile in tutte le abitazioni d’Europa (il 50% con almeno 100Mb e le restanti con almeno 30 Mb);
    2) entro il 2015 il 75% delle popolazioni deve utilizzare regolarmente i servizi internet messi a disposizione dalle PA e dalle aziende private (banche, assicurazioni, industrie, commercianti, artigiani, professionisti, ect.). Nelle aree rurali i servizi internet devono essere utilizzati regolarmente da almeno il 60% della popolazione;
    3) entro il 2015 l’abolizione del roaming in tutti i servizi di mobilità (dati inclusi).

    Questi tre obiettivi evidenziano molto bene l’importanza strategica riservata dal legislatore Europeo alle aree rurali, alla salvaguardia e valorizzazione del territorio, allo sviluppo sociale ed economico e al sostegno dell’occupazione giovanile.

    Per aiutare i paesi membri a sostenere e raggiungere questi obiettivi, la Comunità Europea mette a disposizione importanti finanziamenti.

    Sarebbe auspicabile che buona parte degli investimenti del piano “Juncker” rientrassero in quest’ambito e venissero privilegiati i progetti finalizzati a recuperare i gaps delle aree a disagio economico e sociale, l’enorme patrimonio artistico e naturalistico, e le tante competenze culturali, professionali e scientifiche, creando così le condizioni per lo sviluppo di nuovi servizi innovativi, potenzialmente disponibili per tutta la popolazione mondiale, oltre ad essere un volano fondamentale di sviluppo.

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