PNRR, digitale e innovazione: cosa manca per colmare il gap dell’Italia | Agenda Digitale

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PNRR, digitale e innovazione: cosa manca per colmare il gap dell’Italia

Le carenze “digitali” dell’Italia non sono cosa nuova, ma frutto della scarsa lungimiranza della precedente classe dirigente, oltre che dei numerosi problemi storici legati al sistema Paese. Per questo motivo è legittimo dubitare dell’efficacia attribuita al Recovery Fund nel rimediare al divario. Vediamo perché

18 Gen 2021
Giacomo Bandini

Competere

La pandemia ha giocoforza accelerato i processi di digitalizzazione sia nel settore pubblico sia in quello privato. Tuttavia, l’Italia rimane indietro rispetto agli altri membri dell’Unione Europea.

Questa sfida sembra essere ben chiara al governo italiano che nell’ultima versione del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR) ha intenzione di destinare 66 miliardi di euro per la macroarea digitalizzazione e innovazione. Sono sufficienti per recuperare il gap italiano e porre le basi per un sistema economico più competitivo?

La (critica) situazione italiana sul fronte digitale

Partendo dai dati, la situazione italiana sembra piuttosto critica. Come emerge dal recente bollettino della Banca Centrale Europea l’Italia è solo quartultima nella classifica di digitalizzazione dell’economia seguita da Lituania, Spagna, Portogallo e Grecia. La notizia peggiore è che rispetto al 2015 (primo anno di rilevazione dei dati) la quota del contributo del “digitale” al PIL è cresciuta pochissimo, rimanendo sempre intorno al 4,5%. La media europea è invece del 6%. A livello macro si riscontra un rallentamento della produttività totale dei fattori a partire dagli anni ’90 che ha portato a una sostanziale stagnazione della crescita. Questo è particolarmente evidente per l’Italia che proprio su questo parametro aveva costruito la propria fortuna a partire dal secondo dopoguerra a oggi.

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Sebbene, infatti, il nostro paese abbia compiuto importanti miglioramenti sotto il profilo della connettività (banda larga in primo luogo), il capitale umano e l’integrazione delle tecnologie nel settore pubblico e nelle imprese rimangono tasti dolenti nel complesso della valutazione. Un parametro utile per misurare il grado di digitalizzazione consiste nell’intensità in cui l’occupazione è correlata alle attività digitali. Tale unità di misura mostra come nell’UE vi sia un elevato grado di eterogeneità tra paesi. La quota dell’occupazione totale dipendente correlata alle Tlc va, infatti, dal 22% in Lussemburgo al 7% di Grecia, Italia e Slovacchia.

Allo stesso tempo, le imprese ancora faticano nella fase di integrazione tecnologica come evidenzia il rapporto Istat “Imprese e ICT”. “Nel 2020” si legge “l’82% delle imprese con almeno 10 addetti non adotta più di 6 tecnologie tra le 12 considerate dall’indicatore europeo di digitalizzazione (nel Mezzogiorno 87,1%). Cresce notevolmente la quota di imprese che forniscono sui propri siti web informazioni sui prodotti offerti (55,5% dal 33,9% nel 2019). Le applicazioni digitali più evolute sono poco utilizzate tra le PMI: circa l’8% dichiara di avvalersi di almeno due dispositivi smart o sistemi interconnessi, di robotica e analisi di big data e solo il 4,5% utilizza stampanti 3d nei processi di produzione”. Ancora troppo poco per un paese con il peso economico e politico dell’Italia nello scenario europeo e internazionale. E che presto presiederà il prossimo vertice del G20.

La grande speranza della politica italiana per affrontare questi problemi si chiama PNRR, #NextGenerationItalia o Recovery Fund.

Per la missione 1 ossia “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” sono previste tre componenti fondamentali in cui incanalare i circa 60 miliardi di risorse tra Recovery Fund, Pon e Legge di Bilancio 2021.

Digitalizzazione e modernizzazione della PA

Tra le priorità assolute di questa voce si ritrovano lo sviluppo e l’efficientamento del cloud nazionale e la effettiva interoperabilità delle banche dati delle PA in sinergia con il progetto Europeo GAIA-X (alle infrastrutture digitali vengono assegnati 1,25 miliardi e ai dati e all’interoperabilità 1,13). L’ambizioso obiettivo è quello di riformare la PA, inducendo un cambiamento strutturale, “in maniera organica e integrata, ai diversi livelli di governo”. Alle piattaforme per la cittadinanza digitale e ad altri servizi abilitanti per gli utenti verranno dedicati 5,57 miliardi.

A fianco degli interventi sulla PA e la sua infrastruttura di conversazione e gestione dei dati dovrebbe essere attuata anche una riforma della giustizia volta a snellire i processi amministrativi e giudiziari nonché ad accrescere le digital skill del capitale umano.

Innovazione e la digitalizzazione delle imprese

Il punto focale rimane il piano Transizione 4.0 verso il quale sono incanalati circa 26 miliardi di euro (inclusi quelli della Legge di Bilancio). La sua articolazione rimane sostanzialmente invariata rispetto a quanto previsto con Decreto Ministeriale e anche in Legge di Bilancio. L’intero impianto poggia sul sistema di credito d’imposta articolato per spese in beni strumentali (materiali e immateriali 4.0), e per investimenti in ricerca e sviluppo, nonché in processi di innovazione e di sviluppo orientati alla sostenibilità ambientale e all’evoluzione digitale.

Infrastrutture abilitanti

Per le infrastrutture abilitanti, individuate specificamente nella banda larga, nel 5G e nel sistema di monitoraggio satellitare, è previsto uno stanziamento di 4,2 miliardi. I singoli progetti su cui viene posta maggiore enfasi sono il Piano Italia 1 Gbit/s per un’ulteriore estensione della Banda ultra larga, con copertura delle aree grigie; la fibra ottica nelle realtà pubbliche ritenute prioritarie (completamento Piano scuole; piano sedi della sanità; piano fibra per parchi naturali; piano fibra per musei e siti archeologici); implementazione del 5G lungo le vie di comunicazione extra-urbane e diffusione di reti 5G negli impianti sportivi pubblici; promozione dei servizi 5G.

Altri interventi riguardano lo sviluppo e l’innovazione del Made in Italy, delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche, nonché la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva.

Turismo e cultura 4.0

Le tre aree di intervento in questi settori sono: “Patrimonio culturale per la EU Next Generation”, “Siti Minori, Aree Rurali e Periferie” e “Turismo e Cultura 4.0”. Il primo prevede 2,7 miliardi di euro di investimento nella “rigenerazione del patrimonio culturale e urbano in alcune delle principali città italiane. Si tratta di provvedere al restauro e alla rifunzionalizzazione di complessi di elevata valenza storico-architettonica e testimoniale”.

2,4 miliardi andranno invece nelle attività di valorizzazione e riqualificazione dei siti minori, come borghi e comunità storiche, ad alto valore culturale e artistico. Turismo e Cultura 4.0 è un programma volto a supportare gli operatori culturali nella transizione green e digitale con focus su domanda e partecipazione culturale, transizione tecnologica degli operatori culturali e partecipazione attiva dei cittadini; a migliorare l’ecosistema nel quali i settori culturali e creativi operano, sostenendo l’integrazione tra hub creativi e territorio attraverso l’innovazione tecnologica.

Conclusioni

Sul piatto, dunque, sono stati messi circa 60 miliardi di euro per raggiungere obiettivi ambiziosi e, in parte, vecchi. Gli stessi autori del documento PNRR, infatti, ammettono che molte delle attività previste vanno a coprire progetti già avviati anni fa oppure altri rimasti fermi per mancanza di coperture. Ed è questa una delle questioni fondamentali. Il piano del governo arriva con anni di ritardo rispetto alla tabella di marcia necessaria per rimanere al passo dei paesi più sviluppati. Sono i dati a confermarlo.

Le carenze “digitali” dell’Italia risalgono a decenni addietro e sono il frutto della scarsa lungimiranza della precedente classe dirigente, oltre che dei numerosi problemi storici legati al sistema Italia. Per questo motivo è legittimo dubitare dell’efficacia attribuita al Recovery Fund nel rimediare al divario. Sicuramente potrebbe essere un punto di partenza, ma è necessario affiancare agli investimenti e alle risorse politiche pubbliche più ampie. Andando incontro sia alle richieste della parte produttiva – migliori infrastrutture e stimoli fiscali – sia a quelle dei cittadini-utenti: formazione, snellimento burocratico e maggiore accesso ai servizi digitali.

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