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Governance

Rangone: “Piacentini, la sfida è vincere la resistenza al cambiamento”

di Andrea Rangone, fondatore Osservatori Digital Innovation Politecnico di Milano e Ceo Digital 360

13 Ott 2016

13 ottobre 2016

C’è una massa inerziale, tra norme, procedure, tradizioni e competenze (inadeguate) contro la quale rischia di infrangersi ogni pressione al cambiamento. Ecco perché nella task force del Commissario straordinario sarebbero utili anche esperti di change management

L’insediamento di un Commissario straordinario per l’attuazione dell’agenda digitale è certamente una buona notizia per tutti coloro che da tempo insistono sulla necessità di una decisa trasformazione del Paese a partire dalla sua Pubblica Amministrazione. Come questa testata online: il primo giornale completamente dedicato all’agenda digitale italiana, online dal 2012.

Benvenuto quindi a Diego Piacentini, che ha deciso per due anni di sospendere il suo importante lavoro accanto a Jeff Bezos, in Amazon, per dedicare al suo Paese le competenze e le relazioni maturate in una brillante carriera internazionale: certamente siamo di fronte a un talento manageriale di cui dover andare fieri.

Augurargli buon lavoro è di rigore anche perché la sua nomina segnala un’importante presa di coscienza politica: serve un’azione straordinaria per accelerare la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione e di conseguenza del Paese. Azione straordinaria che deve però saper valorizzare quello che di buono è già stato fatto, soprattutto nell’ultimo periodo. Certamente il Commissario comincia il suo lavoro con un endorsement potente e anche per questo le aspettative sono alte.

Il Commissario Piacentini può contare anche su un team di super tecnici: esperti di big data, cybersecurity, app e mobile, di user experience, sviluppo software.

Ma il problema e il ritardo della Pubblica Amministrazione non è solo tecnologico. Il vero problema della trasformazione digitale della macchina dello Stato è culturale: bisogna vincere la resistenza al cambiamento.

C’è una massa inerziale, tra norme, procedure, tradizioni e competenze (inadeguate) contro la quale rischia di infrangersi ogni pressione al cambiamento. Ecco perché nella task force del Commissario straordinario sarebbero utili anche esperti di change management. Il loro profilo? Professionisti con una profonda conoscenza della macchina amministrativa, dei sui lacci e lacciuoli, dei vincoli in agguato dietro ogni svolta, delle inerzie coperte da alibi normativi in grado di reindirizzare le risorse, rivedere i processi, intervenire sulle attività. Penso sia questa la sfida principale del Commissario straordinario. E per vincerla non basterà introdurre le tecnologie nella PA ma sarà necessario cambiare mentalità e comportamenti.

 

  • ongaroroberto

    Condivido la necessità di esperti di change management anche se i loro profili sono ancora vaghi e professionalmente immaturi, almeno in Italia. Questa indeterminatezza può creare problemi di eccessiva discrezionalità da parte di chi li deve scegliere. C’è il rischio di fallire o, nell’ipotesi peggiore, di circondarsi di meri esecutori spesso poco convinti di ciò sono chiamati a fare.
    Sollevo inoltre una altro aspetto che mi pare importante: Piacentini – a cui faccio i più sinceri auguri – sta selezionando data scientist e coder: ha per caso intenzione di mettersi a fare, oltre che individuare priorità, opportunità e facilitare che certe cose le fa di mestiere? Perché si evita sempre di coinvolgere, nel modo più trasparente possibile, l’offerta privata? E non mi riferisco soltanto ai big player multinazionali: vi sono decine, forse centinaia di startup di giovani in Italia che negli ultimi anni hanno iniziato a proporsi al mercato dell’analisi dei dati, a diverso titolo e con diversi modelli di business. Perché non gli diamo ossigeno e contesti sui quali investire?

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