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Semiconduttori, Usa e Ue a confronto: scenari e frizioni di un Risiko sempre più complesso

Il mercato dei semiconduttori è molto interconnesso e trasversale e tocca gli interessi di decine di Paesi: per questo è al centro delle strategie geopolitiche mondiali. Gli Usa e la Ue sembrano pronti a collaborare per contrastare la corazzata asiatica, ma non tutti sono d’accordo su questa strategia

20 Ott 2021
Stefano Sartorio

Public affair analyst

chip - Chips Act

L’industria dei semiconduttori, lo abbiamo ormai ben compreso[1], è unica nel suo genere. Un’unicità dovuta, principalmente, al fatto che nella loro produzione è coinvolto il 60% dei paesi e la frammentazione della catena produttiva negli anni ha creato una forte interdipendenza interstatale che oggi coinvolge per la maggiore: USA, Taiwan, Corea del Sud, Giappone, Europa e Cina.

Brevemente, e per dare un’idea della complessità dell’industria, negli Stati Uniti viene realizzato il design dei chip grazie alle migliori tecnologie EDA (Electronic Design Automation software) presenti nel paese. Il Giappone produce e vende i materiali chimici necessari per la produzione. La vera e propria creazione del chip avviene nelle fonderie (foundries) in Asia, dove la Cina e l’estremo oriente contano per il 73% del mercato di questo segmento. I chip più tecnologicamente sofisticati però vengono prodotti per il 92% a Taiwan e per l’8% in Corea del Sud. Infine, i test vengono svolti per la maggior parte nel sud-est asiatico, visti i bassi costi del lavoro.

Perché passa dai chip la nuova politica industriale mondiale

Tutti i Paesi stanno pertanto cercando di non perdere (o riguadagnare) terreno. Ma, proprio in virtù del fatto che il mercato dei semiconduttori è molto interconnesso e trasversale e tocca gli interessi di decine di paesi, trovare la quadra non è facile: lo dimostrano le frizioni legate all’annunciata collaborazione Ue-Usa nel contesto dell’istituzione del Consiglio Ue-Usa per il commercio e la tecnologia (Trade and Technology Council). La Francia teme infatti conflitti di interesse e, scottata dal “caso” AUKUS, pone l’accento sulle possibili ripercussioni della rinnovata sinergia transatlantica sull’autonomia europea nel settore dei semiconduttori[2].

Ma andiamo per gradi.

La strategia USA

A giugno 2020 viene approvato dal Senato e dalla Camera statunitense il CHIP (Creating Helpful Incentives to Produce Semiconductors for America) Act. Una legge con lo scopo di fornire aiuti governativi e incentivi per aumentare la produzione domestica di semiconduttori. Lo scorso 8 giugno invece viene approvato dal Senato degli Stati Unti l’Innovation and Competition Act (USICA) che tra gli obiettivi primari vuole provvedere a stanziare circa 52 miliardi di dollari in favore di uno sviluppo della produzione domestica di semiconduttori.

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Il CHIP Act inizia in questo modo e suggerisce molto chiaramente che l’intenzione del Congresso americano, e delle associazioni di categoria, sia di rendere gli Stati Uniti un polo all’interno produzione mondiale di semiconduttori:

“Ripristinare la leadership americana nella produzione di semiconduttori aumentando gli incentivi federali per consentire la ricerca e lo sviluppo avanzati, assicurare la catena di approvvigionamento e garantire la sicurezza nazionale a lungo termine e la competitività economica”.

Secondo quando previsto dall’ordinamento americano, questo autunno l’USICA dovrà essere discusso alla Camera prima di essere definitivamente implementato.

La strategia dell’amministrazione Biden per controbilanciare le azioni cinesi sul tema dell’industria dei semiconduttori è triplice:

  • Innanzitutto, la necessità è quella di sfruttare il più possibile l’influenza americana sui punti nodali della supply chain (vedi i paesi indicati precedentemente) per impedire la diffusione delle tecnologie cinesi il più possibile.
  • Garantire un controllo multilaterale all’esportazione dei semiconduttori, soprattutto se diretti verso paesi strategicamente rivali (continuando almeno in parte sulla traiettoria disegnata dal precedente Presidente).
  • Aumentare le risorse dedicate al rafforzamento dell’industria domestica, oltre che ad incrementare gli investimenti in ricerca e sviluppo (vedi USICA Act).

La visione di Biden, soprattutto in merito alle intese bilaterali e multilaterali in contrasto alla Cina, non sarà certamente scontata dato il formidabile potenziale di mercato del Dragone insieme alla sua significativa influenza geopolitica. La Corea del Sud, per esempio, è un produttore molto importante che però persegue un atto di bilanciamento tra Stati Uniti e Cina.

Ma gli Stati Uniti si sono già mossi all’interno del teatro asiatico anche per cercare di garantire una maggior tutela della propria supply chain di semiconduttori che passano attraverso l’oceano Indiano e l’oceano Pacifico. All’interno del recente incontro del Quadrilateral Dialogue (QUAD) tra Giappone, India, Australia e USA si è proprio parlato di semiconduttori. Al termine dell’incontro, tenutosi il 24 settembre, i membri del QUAD hanno rilasciato dichiarazioni specificando il loro obiettivo di lanciare un’iniziativa congiunta per mappare la capacità, identificare le vulnerabilità e rafforzare la sicurezza della catena di approvvigionamento per i semiconduttori e i loro componenti.

Le paure del Giappone

Il possibile rafforzamento dell’industria di semiconduttori americana impensierisce non poco il Giappone, il quale teme che il piano di stimolo e investimento per possa danneggiare la propria economia. Lo scenario prospettato dal Governo nipponico è che il paese possa così perdere totalmente la propria competitività entro il 2030. In questo senso, si teme che la produzione dei semiconduttori che avviene oggi in Giappone possa spostarsi all’estero, magari più vicino al cliente futuro (agli Stati Uniti).

La Toyota ha a sua volta dichiarato (ad agosto) la necessaria diminuzione della produzione di automobili per i 40% da settembre, sottolineando la mancanza di semiconduttori a causa della crisi Covid. La crisi di chip e semiconduttori ha perfino spinto il gigante automobilistico giapponese a rivedere la sua strategia di gestione del magazzino, denominata “just in time” (la quale prevede l’incameramento del materiale necessario alla produzione in esatta corrispondenza con il fabbisogno industriale del momento, con l’obiettivo di non creare riserve di magazzino), in favore di un accantonamento dei componenti elettronici maggiore (quindi in previsione di futuri fabbisogni).

La variabile Cina e Taiwan

Un’ulteriore variabile è quella legata alla Cina e a Taiwan. Oltre alla ricerca cinese della stabilità e della sicurezza nella produzione dei semiconduttori, vi sono anche gli interessi legati alla riunificazione dell’isola che ospita la Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. la quale è in grado di produrre i chip tra i più sofisticati al mondo (sotto i 7 nanometri). A sua volta la Cina procede nella produzione di semiconduttori “in house”, che a seconda delle statistiche quest’anno ammontano a 203 miliardi di pezzi (nei primi 7 mesi dell’anno, il 47% dell’anno precedente). D’altronde, all’interno del quattordicesimo Piano Quinquennale (2021-26), la crescita dell’industria dei semiconduttori è identificata come una priorità strategica nazionale. La stessa spinta propulsiva che ha fatto temere il cosiddetto “Sputnik moment”, in parallelo allo stesso momento storico che rappresentava la competizione tecnologico tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

L’Unione europea

L’Unione europea, che relativamente all’industria dei chip si trova maggiormente in difficoltà rispetto agli Stati Uniti e la Cina, ha recentemente illustrato anche il suo personale “Chips Act”. Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione europea, in un discorso datato 15 settembre, ha annunciato infatti che l’ottenimento di una maggiore autonomia nell’approvvigionamento e nella produzione di semiconduttori è oggi una parte integrante della strategia europea per il digitale.

Semiconduttori, la Ue punta in alto: strategie e nodi da sciogliere

Secondo quanto riporta il Commissario europeo per il Mercato Interno, Thierry Breton (uomo francese), la strategia europea a riguardo si comporrà di tre capisaldi:

  1. Supportare con decisione la ricerca europea legata ai semiconduttori, costruendo su quanto già fatto da parte dei centri di ricerca in Belgio, in Germania ed in Francia;
  2. La determinazione di un piano europeo che supporti una maggiore produzione di chip, cosi come anche una maggiore resilienza della supply chain europea. Il piano è quello di produrre chip di ultima generazione (2nm a scendere).
  3. Prevedere un framework di cooperazione internazionale per diversificare la catena di approvvigionamento europea.

L’istituzione del Trade and Technology Council

Il 15 giugno 2021 la Casa Bianca ha rilasciato una dichiarazione congiunta denominata “Verso una rinnovata partnership transatlantica” la quale rilancia la collaborazione tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America successivamente al mandato del Presidente Trump. L’incontro si è tenuto a Bruxelles e tra i suoi principali punti degni di nota si evidenzia l’istituzione del Consiglio Ue-Usa per il commercio e la tecnologia (Trade and Technology Council). La proposta di istituzione del TTC risale a prima del summit di giugno ed in particolare al 2 dicembre 2020, in una comunicazione congiunta dell’Alto Rappresentante dell’unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, in vista del Consiglio europeo tenutosi pochi giorni dopo. È chiaro che il tema dei semiconduttori non può che essere primario all’interno di questo forum internazionale.

Andando avanti veloce, il TTC si è tenuto a Pittsburgh, Pennsylvania, il 29 ed il 30 settembre. L’obiettivo? Il tentativo di coordinare (non unificare), in un dialogo costante, le strategie dei due lati dell’Atlantico in merito alle sfide tecnologiche del futuro. Tecnologia e commercio sono i temi chiave. Per l’Ue hanno partecipato Margrethe Vestager (commissario alla concorrenza) e Valdis Dombrovskis (commissario al commercio). Per gli Stati Uniti, invece, segretario di Stato Antony Blinken, la segretaria al Commercio Gina Raimondo e la rappresentante per il Commercio Katherine Tai, come consigliere al commercio internazionale.

Al netto delle crescenti difficoltà previste nella partecipazione dei delegati europei al summit, in particolare relativamente all’iniziale contrarietà francese dovuta in primis a quanto avvenuto con l’AUKUS, le parti hanno dialogato anche in merito alla crisi dei semiconduttori. In linea con le strategie menzionate, a fianco della necessità percepita di trovare un efficace metodo di coordinamento sul tema, i funzionari hanno altresì espresso preoccupazioni relativamente ad un’escalation (da evitare) in quella che è stata definita una “gara di sovvenzioni”. Inoltre, è stata sottolineata l’importanza in merito alle politiche di controllo delle esportazioni di microchip che non dovranno danneggiare le industrie dei due continenti.

Crisi dei semiconduttori, all’Europa non basta potenziare la ricerca: ecco perché

L’opposizione della Francia

La Francia si dimostra particolarmente attiva all’interno della questione TTC. In particolare, relativamente ai semiconduttori. Come riporta Politico, il paese ha posto delle resistenze in merito a determinate enunciazioni relative ai microchip all’interno della bozza della dichiarazione comune dei 27 paesi europei per il TTC. Secondo alcune indiscrezioni, infatti, l’obiettivo francese sarebbe stato quello di posporre l’incontro inizialmente e poi di influenzare l’agenda dello stesso chiedendo di concentrarsi su questioni di breve termine in merito alla supply chain dei semiconduttori. Al centro della spinta di Parigi sembra esserci l’obiettivo di mettere il francese Thierry Breton, commissario per il mercato interno dell’Ue, al controllo delle discussioni transatlantiche sui semiconduttori, temporeggiando nel frattempo per garantire una maggiore capacità di produzione di microchip tra i paesi Ue.

Un’ulteriore punto di riflessione sembra essere relativo a due piani industriali in possibile contrasto. Quello europeo (a guida francese) e quello americano. Il già citato Thierry Breton, il quale sta sviluppando lo European Chips Act, è infatti stato tra i più critici recentemente rispetto alle relazioni transatlantiche. “Some believe it’s time to pause and reset our EU-US relations”, scriveva su Linkedin una settimana prima dell’incontro a Pittsburgh. Nel piano europeo, infatti, oltre ad un iniziale obiettivo di acquisire maggiori semiconduttori dai produttori internazionali, si punterebbe ad una concreta diversificazione della supply chain in collaborazione con partner come gli USA. Inoltre, come definito precedentemente, questa strategia dovrebbe considerare anche un aumento della produzione, ricerca e sviluppo interna europea. Il rischio paventato quindi è una corsa ai sussidi statali (nel caso europeo si parla di una cifra molto vicina a quella dei 52 miliardi impiegati dagli USA) che possano incidere sulla concorrenza reciproca.

Conclusioni

La dichiarazione congiunta, rilasciata al termine della prima giornata di dialoghi, identifica le varie aree di cooperazione tra gli Usa e l’Ue. In merito ai semiconduttori, si legge che l’Unione europea e gli Stati Uniti “riaffermano il loro impegno a costruire una partnership per il riequilibrio delle catene di approvvigionamento globale di semiconduttori” e sottolineano “l’importanza di lavorare insieme per identificare le lacune nella catena del valore dei semiconduttori e rafforzare i nostri ecosistemi nazionali di semiconduttori”. Oggi, quindi, l’attenzione viene diretta verso la compatibilità delle due politiche industriali a confronto, oltre che alle relazioni con i paesi al di fuori di questa intesa (come la Cina) sui quali certamente questa possibile intesa transatlantica avrà un discreto effetto di lungo termine.

Note

  1. https://www.ispionline.it/en/pubblicazione/semiconductors-key-intermediate-goods-international-trade-30709
  2. https://www.reuters.com/technology/eu-backs-us-tech-trade-declaration-after-french-concerns-2021-09-29/
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