Infrastrutture digitali

Sovranità digitale: le mosse dell’Europa su dati e tecnologie strategiche

L’annuncio di Von Der Leyen sullo European Sovereignty Fund è uno dei segnali che indicano la direzione europea sulla sovranità digitale: regolamentare dati e tecnologie considerate strategiche. Dai dati come istruzioni per l’IA alla centralità del cloud come debolezza, tutti i nodi da affrontare

02 Nov 2022
Antonio Grasso

Entrepreneur, technologist, sustainability passionate

data act

Chiamatela geopolitica delle tecnologie digitali, oppure consapevolezza di dover partecipare alla competizione per la leadership tecnologica in corso tra USA e Cina: la Commissione Europea sta dando una svolta alle politiche sull’importanza strategica delle tecnologie digitali e dei dati.

Sovranità digitale europea, perché è così difficile arrivarci: ecco gli ostacoli

Sovranità digitale: i segnali di svolta in Europa

I segnali di svolta da parte della Commissione Europea sono tanti. La Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha annunciato nello “State of the European Union (SOTEU) 2022” una spinta alla creazione di un nuovo fondo per la sovranità europea: “I will push to create a new European Sovereignty Fund. Let’s make sure that the future of industry is made in Europe.”

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La spinta si focalizza, tra gli altri punti, sul digitale e i dati come elementi di attenzione strategica insieme alla sicurezza informatica, al cloud e all’edge.

Anche il commissario per il mercato interno, Thierry Breton, ha delineato tre pilastri per la sovranità digitale: potenza computazionale, controllo sui dati e connettività sicura.

Addirittura, la presidenza francese ne ha fatto una conferenza, “The Building Europe’s Digital Sovereignty conference”, per fare il punto sui recenti progressi compiuti nel continente, avviare discussioni e dare slancio alla costruzione della sovranità digitale europea, per mostrare come l’Unione Europea sia in grado di farsi carico del proprio destino nell’era digitale. Tutto questo, per difendere i propri valori e interessi economici e garantire la propria autonomia.

Gli obiettivi 2030 e il gap con USA e Cina

Ma che cos’è la Sovranità Digitale e come ci cambierà la vita? Tutto fa parte della Strategia Digitale, sulla quale la Commissione lavora già da tempo. Si concretizza nell’iniziativa “Europe’s Digital Decade”, che ha come obiettivo la concretizzazione di una visione umanocentrica e sostenibile per la società digitale entro il 2030, per responsabilizzare i cittadini e le imprese.

Un altro elemento cardine della strategia è rappresentato dalla volontà di ridurre il lag tecnologico con gli USA e la Cina, in quanto vi è una forte consapevolezza di non riuscire a esprimere al massimo le nostre potenzialità in tema di leadership digitale. Con migliaia di esperti, tanti soldi e tante capacità, siamo sempre al traino di altre nazioni che dominano la scena.

La profonda necessità di elevare a strategico il livello di attenzione alla cybersicurezza è un altro elemento del puzzle che può essere affrontato solo con determinate competenze e sviluppando un mercato interno all’altezza dei competitor.

L’entrata nell’era post-digitale

A ciò si aggiunge anche l’elemento significativo rappresentato dal divenire dell’era post-digitale. Nell’ultimo decennio abbiamo utilizzato il digitale come gradita innovazione per cambiare il nostro modo di relazionarci con gli altri, condurre gli affari e relazionarci con le istituzioni. La pervasività di Internet, la nascita dei social media, il diverso modo di ricevere informazioni e tante altre abitudini, sono state modificate grazie a questa innovazione.

Ma il digitale sta diventato consueto, usuale. Ci stiamo abituando a esso come abbiamo fatto nel tempo con l’energia elettrica e l’acqua corrente: ne usufruiamo quotidianamente, ma non ne sentiamo più la presenza, lamentiamo solo la loro eventuale assenza dovuta a problemi tecnici, ad esempio.

Quando non noteremo più la presenza del digitale, ma ne soffriremo la sua assenza, allora possiamo affermare di essere entrati nell’era post-digitale. Un’era dove i cambiamenti sociali, culturali ed economici che oggi stiamo solo assaggiando, diventeranno il pane quotidiano.

Sovranità digitale sui dati e sulle tecnologie

Oltre le motivazioni istituzionali e le visioni future, da tecnico, sento la necessità di scendere nei dettagli di cosa intendiamo come sovranità digitale, senza visioni strategiche, ma solo come divulgazione.

Da uno studio di Atos sull’argomento, ne ho tratto un’infografica che userò come mappa in questo breve percorso di analisi.

Iniziamo subito a dividere la sovranità digitale in due aree fondamentali:

  • la sovranità sui dati
  • la sovranità sulle tecnologie.

I dati come istruzioni per l’AI

A parte le questioni di privacy dei dati personali, bisogna iniziare a considerare i dati come elementi cardine del processo decisionale degli algoritmi software che stanno invadendo la nostra vita di cittadini. Nel tempo, i dati da semplici elementi di memorizzazione di un’informazione sono diventati istruzioni per gli algoritmi afferenti al paradigma dell’intelligenza artificiale, che li usa per imparare a eseguire le proprie funzioni.

A differenza dei software tradizionali – codificati precisamente per eseguire una sequenza di istruzioni in modalità deterministica – l’AI viene programmata per imparare a eseguire determinate operazioni sulla base di un addestramento preventivo effettuato proprio con i dati, in gergo il training dataset.

Ecco, quindi, che i dati non sono più solo delle informazioni intellegibili all’essere umano, ma diventano istruzioni per le classi di software che domineranno l’era post-digitale. Questa è già una ragione sufficiente per determinarsi in azioni protettive, in quanto parte del patrimonio tecnologico del prossimo futuro.

La centralità del cloud come potenziale debolezza

Un altro elemento che ha fatto nascere ulteriori problemi legati al controllo dei dati è il proliferare del cloud. Creando un account sui social media o iscrivendosi a una newsletter di un quotidiano, ad esempio, stiamo conferendo i nostri dati, i quali verranno memorizzati nel computer del gestore della piattaforma che, nella maggior parte dei casi, farà riferimento a un’infrastruttura in cloud.

Spesso le macchine non sono installate nella stessa nazione dove l’utente risiede, ma in un data center geograficamente distante. Questo crea la condizione per la quale i nostri dati sono gestiti non più nel nostro territorio, ma in un territorio straniero con le conseguenze che ciò comporta in caso di eventi geopolitici gravi come, ad esempio, una guerra o semplicemente la rottura di alleanze geopolitiche.

Se guardiamo bene nel problema, rileviamo anche come l’eventualità di trasferire ad altre nazioni i training dataset per gli algoritmi di intelligenza artificiale, fornisca un vantaggio competitivo che, invece, dovremmo conservare noi.

Ad esempio, un’azienda che raccoglie i propri dati produttivi per ottimizzare la produzione e migliorare l’efficienza al fine di aumentare la competitività, potrebbe vedersi soffiare via questi vantaggi se lo Stato nel quale l’infrastruttura cloud risiede emanasse un regolamento di protezione dei dati a favore delle proprie imprese.

La necessità di regolamentazione

Diventa quindi fondamentale considerare dove i dati vengono memorizzati, chi può avervi accesso e come, attraverso un’adeguata regolamentazione. Ciò significa proteggere i futuri asset del Paese, che non sono più solo le linee elettriche, le ferrovie, le condutture per l’acqua, ma anche i dati con infrastrutture annesse, che stanno diventando sempre più strategici per un paese.

Esercitare la sovranità sui dati, a mio avviso, non significa limitare il progresso condiviso ma, invece, regolamentare con largo anticipo un fenomeno che potrebbe diventare incontrollabile se lasciato a briglie sciolte. Come nei fatti sta già accadendo: infatti, secondo una ricerca del World Economic Forum, Il 92% dei dati provenienti dall’Occidente è ospitato negli Stati Uniti.

Sempre secondo la stessa ricerca, non ci sono aziende europee nella Top 20 dei marchi tecnologici globali. Questo non significa che in Europa non siamo in grado di innovare, ideare nuovi brevetti o gestire le radici di una tecnologia, ma che non lo facciamo come si dovrebbe. Questo perchè non esercitiamo la giusta dose di sovranità sulle tecnologie esponenziali, che danno anche vantaggi alla competitività delle imprese e del sistema economico.

Ecco, quindi, che dovremmo iniziare a domandarci

  • Dove viene ideata, implementata e resa resiliente la tecnologia?
  • Chi ha progettato, sviluppato e gestisce la tecnologia?
  • Come una tecnologia può essere riservata o imposta per legge?

Perché vi sono cose, come la sicurezza informatica, che non possono essere lasciate ad altri nel loro progredire come tecnologie strategiche.

Conclusioni

L’abilità di controllare e determinare il nostro destino digitale dipende dall’abilità con la quale implementeremo la sovranità digitale nella sua interezza: dati + tecnologia.

Troppo controllo ceduto a troppe poche nazioni potrebbe rivelarsi un boomerang in futuro. La ristretta capacità di scelta nel mercato delle tecnologie digitali potrebbe generare dipendenza, come sta avvenendo in questi mesi con il gas a causa della guerra in Ucraina.

Le alleanze geopolitiche e la collaborazione globale sono degli elementi imprescindibili in una sana e inclusiva politica di crescita globale, ma non dobbiamo mai dimenticare il lato negativo della stessa.

Conservare una certa dose di autonomia negli ambiti che stanno cambiando la nostra società, l’economia e le istituzioni non è una cattiva idea e non mette in discussione le alleanze geopolitiche. Ci consentirebbe però di salvaguardare la nostra indipendenza tecnologica nel caso il futuro ci riservi delle brutte sorprese come, di tanto in tanto, scopriamo con grande meraviglia collettiva in altri ambiti.

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