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Direttore responsabile Alessandro Longo

Trent’anni di internet e la PA non ha capito granché

di Gianluigi Cogo, responsabile coordinamento azioni regionali in ambito di internet of thing, big data e smartness

29 Apr 2016

29 aprile 2016

Internet è l’adozione incondizionata di non regole. E’ lasciarsi convincere da quello che fanno tutti, non perché sono maggioranza ma semplicemente perché se lo fanno hanno reputato che è utile. Internet è semplicemente fare quello che fanno gli altri, non reinventarlo a proprio vantaggio come fa la Pubblica Amministrazione. Son passati trent’anni. Speriamo non ne servano altri trenta per capirlo

E’ indubbio che dopo trent’anni dal primo collegamento alla rete delle reti che proprio oggi si festeggia e si ricorda, il nostro paese non abbia ancora assimilato un principio, ovvero: internet sta cambiando tutto.

Semplice, forse troppo banale e basico e non supportato dai dati. Già, i dati.

I dati infatti ci dicono che la situazione è meno rosea di quanto pensassimo. Siamo indietro per diffusione, siamo indietro per adozione e siamo indietro soprattutto per quanto riguarda consapevolezza. Quella consapevolezza che permette al cittadino, all’impresa e alle istituzioni di abbracciare la rete per fare meglio, per crescere, ovviamente cambiando.

Veniamo dunque alle istituzioni, quelle che sono responsabili delle Agende Digitali e dunque delle strategie e dei conseguenti atti che dovrebbero far crescere il sistema tutto in coerenza con la crescita di internet e del digitale a tutto tondo.

Dopo trent’anni ho la sensazione che la Pubblica Amministrazione non abbia capito granché della rete. O meglio, ha capito che c’è e offre delle opportunità, ma solo per un ennesimo slancio di opportunismo e autoreferenza.

Chiunque abbracci le dinamiche della rete sa che bisogna fidarsi, essere accoglienti e inclusivi. Sa che ciò che sta cambiando non va adattato, va solo accettato. Sa che la ‘beta’ è normalità e il rischio e l’errore sono parte del percorso.

Nella Pubblica Amministrazione invece vige ancora il concetto della normazione, ovvero bisogna rendere regola quello che regola non è.

Spesso quando mi occupo di formazione entro in contatto con fenomeni paradossali che vanno dall’istituzione di uffici che si occupano di internet, a redazioni che mediano e controllano i flussi informativi su internet e da ultimo sto registrando il nuovo fenomeno che esalta la funzione del ‘data manager’. Ma per spiegare questa mia forte repulsione al fenomeno faccio un piccolo escursus.

Alcuni anni fa, quando pubblicammo il primo Vademecum sul corretto utilizzo dei Social Media nella PA, mi ritrovai tutti contro quando enunciai un principio: ‘non dobbiamo creare nuove redazioni e/o account istituzionali, ma dobbiamo fare in modo che ogni civil servant sia un vero e proprio social media editor dei suoi progetti, dei sui processi o delle sue visioni’.

Non è andata così. A dire il vero non solo nella Pubblica Amministrazione sono sorti i Social Media Team che di fatto replicavano l’odioso schema della redazione web conseguenza, in parte, delle legge 150.

L”ispirazione, come sempre, mi fu offerta da letture, da interessi e da curiosità. Trovai questa notizia in rete (era il 2010) come conseguenza dell’eliminazione della posizione di social media editor al NYT.

Il soggetto a cui venne revocato l’incarico non se la prese affatto, anzi dichiarò che era giusto perchè infatti era arrivata l’ora che ogni giornalista del NYT fosse a tempo pieno social media editor di se stesso e del giornale per cui lavorava.

E qui mi riallaccio alla figura del ‘data manager’. Sta davvero emergendo questa necessità? Sembra di si. Molti colleghi stanno cercando di convincermi che in ogni Amministrazione ci sarà bisogno di questa figura per gestire gli Open Data. Io davvero non capisco. Ma perchè? Non possiamo invece fare in modo che ogni dipendente della Pubblica Amministrazione sia data manager e ne capisca l’importanza, l’impatto, l’opportunità per il sistema e non per creare una nuova figura professionale a vantaggio di pochi?

Potrei spingermi oltre fino al CAD e all’accoglimento della figura di Innovation manager. Ma evito di alimentare altre polemiche.

Registro solo che di internet ancora non abbiamo capito nulla. O meglio, abbiamo capito che è un’opportunità per il dominio interno alla Pubblica Amministrazione, quello che ancora parla per sigle come: CAD, SPID, DCAT-AP_IT…

Internet è un’altra cosa. E’ l’adozione incondizionata di non regole. E’ lasciarsi convincere da quello che fanno tutti, non perché sono maggioranza ma semplicemente perché se lo fanno hanno reputato che è utile.

Internet è semplicemente fare quello che fanno gli altri, non reinventarlo a proprio vantaggio come fa la Pubblica Amministrazione.

Son passati trent’anni. Speriamo non ne servano altri trenta per capirlo.

  • Nando

    Concordo pienamente con l’Autore ma temo che dovranno passare altri trenta anni, non solo per capire a cosa serva internet ma anche che il mondo cambia velocemente …

  • gpeduz

    I dati dicono anche che una pubblica amministrazione, poco interagisce con realtà affermate e con progetti affrontati con nuove tecnologie, se non di realtà di dimensione abnorme come IBM, Hp,Intel, ecc. Si avvale di molto personale inesperto (con poca dimestichezza nel mondo lavorativo), come gli Hub tecnologici. Lungi da me da denigrare il lavoro degli hub tecnologici, ma sicuramente essi avranno più difficoltà a trasmettere le novità al suo committente, non riuscendo a trasmettere il concetto perfettamente centrato di Gianluigi.
    Sig Cogo, il vero lavoro duro dei senior è stare in mezzo tra la vecchia PA e i veri innovativi, i giovani. Non possiamo fallire.
    Buon lavoro

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