il quadro

Banda ultralarga, Mise: “Così abbiamo recuperato il ritardo. Ecco cosa resta da fare”

Quattro date scandiscono l’avvio di una strategia nazionale la cui programmazione si concretizza tra il marzo 2015 e il giugno 2016. Quindici mesi in cui, tra le altre cose, si è riusciti a portare concorrenza in un mercato che ne era privo. Ma c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto sul fronte della domanda

03 Ago 2017
Alessio Beltrame

capo segreteria Sottosegretario MiSE Antonello Giacomelli

desi 2022

Quindici mesi per far ripartire un settore strategico come quello della banda ultralarga. Quattro date per un piano nazionale sul quale si gioca e si giocherà in futuro la strategia della competitività nazionale.

Prima del piano Banda Ultralarga (piano BUL), iniziato con il governo Renzi e proseguito con quello Gentiloni, la connettività italiana era, per dirla con un eufemismo, fortemente deficitaria. Penultimo posto in Europa quanto a diffusione delle reti NGA, presenza di reti FTTH residuale, previsione di investimenti privati al 2020 largamente insufficienti per raggiungere gli obiettivi dell’agenda europea 2020 e per garantire a cittadini ed imprese di avere a disposizione reti NGA, assenza di un piano nazionale sulla connettività.

Si diceva che era colpa dell’assenza di domanda e di costi troppo elevati per la fibra ottica. Il mantra dentro e fuori dalle istituzioni era che sulla connettività si doveva fare la politica dei piccoli passi. In realtà, ci si era rassegnati a non raggiungere nemmeno gli obiettivi minimi europei assecondando di fatto i piani di investimento a breve termine degli operatori privati e, in particolare, quello dell’incumbent. Poche risorse nazionali stanziate dai governi precedenti e utilizzo dei fondi a fine Programmazione 2007/2013 in alcune regioni del sud per concedere incentivi a fondo perduto (fino al 70% dell’investimento), che sono stati utilizzati da Telecom Italia per potenziare la propria rete in rame.

In quattro mosse l’Italia ha cercato di recuperare il ritardo accumulato; 4 date che scandiscono l’avvio di una strategia nazionale la cui programmazione si concretizza tra il 3 marzo del 2015 e il 3 giugno del 2016. Quindici mesi, nel corso dei quali il governo si dota di un piano nazionale che fissa obiettivi, strumenti, modalità; stanzia le risorse necessarie; sigla un accordo quadro con le Regioni e, d’intesa con la Commissione europea, pubblica tramite Infratel il primo dei tre bandi previsti per realizzare la rete pubblica nelle aree bianche.

Nel dettaglio, tutto inizia il 3 marzo 2015 quando il Consiglio dei Ministri approva il piano Banda ultra larga. Un piano che, nella consapevolezza che le politiche digitali rappresentano una opportunità di crescita straordinaria, ha l’ambizione di dotare il paese di una rete a prova di futuro, garantita a cittadini ed imprese. In termini di velocità di connessione l’obiettivo è sfidante: almeno 30Mbps a tutta la popolazione e oltre 100Mbps ad almeno l’85% del territorio entro il 2020. Il piano non si limita a fissare obiettivi, ma indica le azioni e gli strumenti necessari per raggiungerli.

Prima di tutto, però, servono le risorse. Il 3 agosto 2015 il CIPE con la delibera 65 individua 4,9 miliardi di risorse nazionali e assegna al Mise i primi 2,2 miliardi da utilizzare per infrastrutturare le aree bianche, ovvero le aree a fallimento di mercato dove gli operatori privati non sono disposti ad investire. Ben presto dalle consultazioni pubbliche emergerà che le aree bianche non sono aree residuali; non comprendono solo comuni rurali bensì aree che interessano 13 milioni di cittadini e riguardano circa 7.400 comuni in tutto il paese.  In pratica emerge con chiarezza che gli operatori non solo concentrano i loro investimenti nei comuni con maggiore densità abitativa, ma anche che nelle migliaia di comuni dove investono si limitano a infrastrutturare le aree maggiormente abitate lasciando scoperte le aree più periferiche.

Alla luce di ciò si potrebbe obiettare che le somme individuate dal CIPE non siano sufficienti, ma occorre ricordare che a quelle cifre si sommano le risorse comunitarie Fesr e Feasr sull’obiettivo OT2 a disposizione delle regioni e le risorse del PON nazionale imprese e competitività. In totale circa 2 miliardi.

Quello individuato nel 2015 dal governo Renzi è senza dubbio il più alto investimento pubblico mai stanziato per le infrastrutture di telecomunicazioni in Italia ed in Europa. E questo è avvenuto perché l’esecutivo ha scommesso sulle politiche per il digitale e sulla connettività in banda ultra larga come condizione necessaria per lo sviluppo di tutto il paese. Uno sviluppo, quello dei servizi digitali, che non può essere limitato solo a quelle che gli operatori di Tlc reputano essere aree di mercato. Le politiche di e-health, ad esempio, devono avere per definizione uno sviluppo su tutto il territorio; il nostro manifatturiero, che ha urgente bisogno di innovazione, non è concentrato in poche aree ma sparso in tutto il paese e moltissime  imprese si trovano in aree bianche; la PA deve essere in grado di raggiungere tutti i cittadini; gli stessi luoghi del turismo e della cultura, così numerosi, ad eccezione delle grandi città, non hanno a disposizione una connettività adeguata e gli osservatori sul turismo individuano proprio nel digitale uno degli elementi deficitari del nostro sistema.

Ecco perché si è di fatto ribaltata l’impostazione precedente che si basava su piani regionali, facendo leva su risorse comunitarie (cospicue nelle regioni del sud, scarse in quelle del centro nord) e poche risorse nazionali, per mettere a punto un piano nazionale. Senza per questo dimenticare le Regioni con cui l’11 febbraio 2016 è stato siglato in Conferenza Stato Regioni un Accordo quadro con cui si sono condivisi gli obiettivi del piano Bul e si è deciso, con la creazione di un fondo nazionale, che le risorse del Fondo di Sviluppo  e Coesione stanziate dal CIPE sarebbero state utilizzate non in base ai consueti riparti territoriali precostituiti (80% al sud ed il 20% al nord)  ma in base al fabbisogno di ogni territorio per raggiungere gli obiettivi per piano. Tutti per uno, uno per tutti.

Mentre in Italia il Governo getta le basi della strategia nazionale, l’Europa approva la Direttiva 61 che mira a ridurre tempi e costi di infrastrutturazione indicando agli Stati membri la necessità di adeguare la normativa in materia TLC per affrontare alcune questioni che limitano lo sviluppo degli investimenti pubblici e privati, come la tempistica di rilascio dei permessi di posa della fibra o la difficoltà di riutilizzo di infrastrutture esistenti.

Ebbene per una volta il nostro paese è il primo dei Ventotto a recepire la direttiva, definendo una procedura snella e chiara in merito al rilascio delle autorizzazioni, introducendo il catasto del sotto e sopra suolo esteso a tutte le infrastrutture, l’obbligo per i condomini di dare accesso agli operatori che portano servizi alle abitazioni, l’obbligo per i detentori di infrastrutture non solo di TLC di consentire la posa della fibra.

Proprio questo ha smosso il mercato perché ha avuto l’effetto di portare nuovi soggetti ad occuparsi di tlc; soggetti proprietari o gestori di infrastrutture che, davanti all’obbligo di legge di doverle concedere per posare la fibra, hanno deciso di valorizzare direttamente le loro infrastrutture. L’iniziativa di Enel con Open Fiber è l’esempio più eclatante ma ci sono tanti altri soggetti, a partire dalle multiutility, che si sono mossi in tal senso arrivando poi a partecipare anche ai bandi pubblici nelle aree bianche.

L’ultima tappa in ordine di tempo per il piano Bul è quella del 3 giugno 2016: dopo un anno di lavoro con la Commissione europea sul regime di aiuto nelle aree bianche (l’approvazione formale arriverà il 30 giugno 2016) Infratel, la società in house del ministero dello Sviluppo economico, pubblica il primo dei tre bandi previsti per realizzare la rete pubblica nelle aree bianche. Un bando innovativo rispetto a quanto fatto in passato, che prevede di individuare con procedura competitiva un soggetto, per ognuno dei lotti di gara, che progetterà, realizzerà e gestirà a livello wholesale una infrastruttura abilitante i servizi in banda ultra larga. Un’infrastruttura – è qui la prima novità –  che rimarrà di proprietà pubblica (Stato centrale e Regioni) e che sarà a disposizione di tutti gli operatori TLC che vorranno portare servizi a cittadini ed imprese, con prezzi all’ingrosso fissati da AGCOM che, tenendo conto dell’investimento pubblico, risultano molto più bassi di quelli di mercato. Alla fine sono stati selezionati i migliori progetti in termini di offerta economica e offerta tecnica.

Fin qui le tappe decisive che hanno portato la concorrenza in un mercato dove non ce n’era. Oggi, dopo circa un anno e 18 ricorsi principalmente da parte di Tim e Fastweb, i primi due bandi che coinvolgono 16 regioni e la Provincia Autonoma di Trento sono stati assegnati; nelle prossime settimane partiranno i primi 50 cantieri nelle regioni del primo bando.  Nel complesso i numeri sono da capogiro: 3 miliardi di investimento, 13 milioni di cittadini coinvolti, 8,2 milioni di unità immobiliari da connettere.

Ma c’è di più. Sulla parte economica i primi due bandi hanno permesso di risparmiare circa 1,1 miliardi rispetto ai 2,6 previsti dal bando. Sembra una enormità, verrebbe quasi da pensare ad un errore di previsione. In realtà, il risparmio è frutto della tipologia di bando, dal momento che essendo una gara per una concessione, l’offerente ha scontato i flussi di cassa che ritiene di incassare nei prossimi 20 anni dalla gestione dell’infrastruttura. Sulla parte tecnica si è registrato un altro successo. La gara infatti prevede una copertura minima con servizi a 100Mbps in download e 50Mbps in upload nel 70% delle unità immobiliari del cluster C ed il restante con servizi 30Mbps in download e 15Mbps in upload con un punteggio premiale per chi aumenta la copertura con servizi a 100Mbps. Inoltre sono stati previsti punteggi aggiuntivi e crescenti per chi prevede di coprire una percentuale di aree facoltative, le cosiddette case sparse.

Ebbene sul primo bando, del quale ad oggi si conoscono tutti i dettagli, Open Fiber coprirà tutte le unità immobiliari obbligatorie con la tecnologia FTTH e la quasi totalità delle case sparse, 1/3 delle quali con tecnologia FTTH. Un risultato straordinario superiore alle aspettative.

Rimesso in moto il mercato, ora abbiamo recuperato il ritardo? Il problema oggi non è più rappresentato dalle aree bianche che, grazie all’intervento pubblico, avranno una infrastruttura a prova di futuro; semmai rischiamo il paradosso, ovvero che le aree più popolate abbiano una infrastruttura meno performante. I dati dell’ultima consultazione sono infatti sconfortanti: ad oggi, come si vede dalla figura, solo il 2,77% dei civici delle aree in consultazione è raggiunto dalla fibra ed il 46,5% non è raggiunto da servizi in banda ultra larga.

Se si prende in considerazione invece la situazione al 2020, che prende in considerazione gli investimenti prospettici dei privati, emerge che il 78,4% dei civici nelle aree di non sarà raggiunto dalla fibra.

 

Sarà necessario quindi partire con la fase II del piano, che prevede incentivi alla domanda e azioni sul lato dell’offerta di infrastrutture per garantire il diritto all’accesso alla rete dei cittadini, offrire le stesse opportunità su tutto il territorio, creare le condizioni necessarie per lo sviluppo dei servizi digitali e del 5G.

Dunque, se l’intervento pubblico è stato decisivo per vivacizzare un mercato appannato e pigro e rimettere in moto la concorrenza tra gli operatori delle Tlc, è importante non dimenticare che siamo solo a metà del lavoro perché è fondamentale non solo operare sul fronte dell’offerta ma anche sullo stimolo della domanda. È per questo che il governo sta mettendo a punto le prossime mosse a favore di famiglie, scuole e imprese.

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