BigTech, il covid-19 le premia. Ma forse è l'inizio della fine - Agenda Digitale

Scenari

BigTech, il covid-19 le premia. Ma forse è l’inizio della fine

Numeri record di Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft nel 2020. La pandemia li fa ancora più ricche e potenti. Incontrastate. Ma all’orizzonte si addensano dense nubi. Gli Stati, ma anche i lavoratori e i cittadini, sono ansiosi di recuperare sovranità. La Cina dà già forti segnali a riguardo. Il quadro

05 Feb 2021
Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

Le quotazioni Big Tech sono andate a gonfie vele nell’anno della pandemia, trainate dalle prospettive di crescita dei diversi settori, in particolare e-commerce, ma anche pubblicità on line e servizi cloud. Sia i colossi americani, sia ancor più quelli cinesi, hanno inanellato record dopo la contrazione iniziale, corrispondente con il lock down di marzo.

La figura 2 riporta le performance di alcune aziende Big Tech americane nell’ultimo anno.

Al centro di ogni gruppo di dati è riportato il valore della quotazione a marzo 2020, momento di minimo verificatosi dopo il primo lock down.

Il primo gruppo sono i tre dati relativi al Dow Jones, l’indice aggregato del NYSE che indica la media. Come si vede ad inizio 2021 vi è un leggero incremento anche sul valore iniziale del 2020 e un netto recupero dopo il crollo di marzo. Per le Big Tech considerate (Amazon, Facebook, Alphabet-Google, Microsoft e Netflix la caduta di marzo è stata molto più contenuta addirittura minima per Amazon, che all’inizio del 2021 presenta un aumento del 60% rispetto ad un anno fa. Meno cospicua la crescita dei due colossi della pubblicità on line, Facebook e Alphabet, che comunque presentano crescite del 25% circa.

I ricavi

I ricavi di Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft assieme hanno superato nel 2020 mille miliardi, secondo i dati usciti nelle ultime due settimane.

WHITEPAPER
Contact Center as a Service: benefici concreti per tutte le imprese
Cloud
Networking

Il coronavirus ha fatto da acceleratore. Tutte le aziende hanno avuto ricavi sopra le aspettative nel 2020.

Apple ha venduto un numero record di iPhone (tra ottobre e dicembre 2020 un milione al giorno). Amazon ha fatto invece il record di ricavi di un miliardo al giorno e ha dovuto assumere in un anno 400 mila persone. Tanto che – commentano molti analisti – dato il momento roseo il fondatore Jeff Bezos ha potuto annunciare il ritiro dalla carica di CEO.

Microsoft ha visto la crescita di servizi di videoconferenza e delle console.

Facebook e Google sono sempre più oligopolisti nella pubblicità (certo in quella digitale ma ormai quasi anche in quella complessiva, dato che il digitale ha superato la tv).

Qui sotto un approfondimento su Apple, Facebook e Microsoft.

La pandemia fa ricche le big tech, quale lezione per la politica

I dati presentati dopo da Google e Amazon segnano invece un aumento di ricavi del 23% per Alphabet (la holding di Google) grazie soprattutto alla performance della pubblicità; Amazon ha concluso il quarto trimestre del 2020 con ricavi record di 125,56 miliardi di dollari (per la prima volta sopra i 100 miliardi in un trimestre) e anche un utile netto di 7,2 miliardi, trainato soprattutto dai servizi cloud. Non a caso il successore di Bezos è Andy Jassy, colui che ha creato e diretto finora il reparto cloud. Secondo alcuni, anche in generale colui che ha inventato il mercato del cloud pubblico.

Amazon annuncia una previsione di un primo trimestre 2021, che termina in marzo, con ricavi tra i 100 e i 106 miliardi dollari, con profitti stimati (Bloomberg) a 6 miliardi.

“Adesso io vedo Amazon nel momento di maggiore capacità inventiva e perciò è  il momento migliore per questa transizione” ha detto Jeff Bezos, annunciando di voler allentare le redini nel momento di maggior successo della sua azienda. Amazon sarà chiamata, sulle due sponde dell’Atlantico, con le altre Big Tech ad un confronto molto più serrato che nel passato con i regolatori ed avrà qualche nodo da sciogliere nei rapporti di lavoro, con i suoi 1,3 milioni di addetti. Evidentemente, Bezos vuole avere più tempo per occuparsi di ciò che in questo momento lo interessa di più.

A fianco di Amazon, anche Google annuncia un ultimo trimestre 2020 in forte crescita, a 57 miliardi di ricavi e 15 di profitti, con un incremento sullo stesso trimestre dell’anno precedente rispettivamente del 23% e del 22%. Il maggior traino sui profitti deriva dalla pubblicità, mentre i servizi cloud, pur crescendo, rimangono ancora in perdita. Sembra esserci un problema di scala, che ancora Google non ha superato, che consente ai maggiori competitor, come Amazon e Microsoft, di fare profitti su questi servizi.

Se negli Stati Uniti il grande ciclo dell’ innovazione digitale comporta rischi e opportunità finanziarie di dimensione globale, l’assetto del business si conferma capace di reggere l’estremo dinamismo indotto dall’innovazione digitale. Il particolare, la governance dei colossi Big Tech, conferma che pur essendo creati da figure ormai mitiche di imprenditori innovatori, essi possono evolvere in maniere ordinata verso l’assetto tipico delle public companies, con azionariato diffuso e forte presenza degli investitori istituzionali.

Bezos ha circa il 10% delle azioni e,  come altri fondatori, da Gates a Brin a Page,  allenta la presa quando l’azienda, divenuta un colosso mondiale, deve portare sulle sue spalle responsabilità mondiali.

Elon Musk, il fondatore di Tesla, ha superato Bezos come uomo più ricco del mondo, con una valutazione  del suo patrimonio che, secondo le stime di Forbe’s, era di 183 miliardi di dollari a metà gennaio 2021.

Qui le aspettative contano enormemente: Tesla ha appena concluso il suo primo anno completo non in perdita, quindi il valore dell’azienda, salito da 177 dollari a 845 negli ultimi dodici mesi (4 febbraio 2020 – 4 febbraio 2021) si basa prevalentemente sulle aspettative future e non certo sui dividendi.  

Le sfide regolatorie delle big tech occidentali

Secondo vari analisti, alle dimissioni di Bezos ha contribuito anche il dossier antitrust (Europa e Usa) e le sfide relative ai rapporti con i lavoratori, il cui peso sta aumentando velocemente, con le prime organizzazioni sindacali. In Amazon e (più timidamente) in Google.

A questo si somma la partita della digital tax: la questione di quante tasse pagano negli Usa e in Europa questi colossi.

Il successo delle big tech accresce anche i problemi sul tavolo delle regole, insomma, per arginare il loro super-potere e creare bilanciamenti nei rapporti di forza: con gli Stati, gli utenti, i lavoratori.

Per un recupero di sovranità, che nell’era digitale è ora tutta sbilanciata a favore delle big tech.

Strapotere delle Big Tech, come sarà il 2021? Tutti i fronti caldi Ue-Usa

Game Stop e i piccoli investitori organizzati

In questo quadro, c’è un elemento fuori dal sacco. E che ci ricorda che internet – nonostante la concentrazione di potere – può ancora rivelare sorprese, dal basso.

Ci sono risvolti inattesi nella corsa degli investitori dietro le aspettative che si formano nell’incertezza della ripresa. Abbiamo provato, con la storia della società di distribuzione giochi GameStop, alcuni sapidi assaggi delle emozioni provate dai tradizionali operatori ribassisti.

Questi scommettitori finanziari, n genere hedge fund che gestiscono enormi risparmi privati in modo fortemente speculativo, prendono in prestito al tempo 1 un certo numero di azioni che hanno -in quel momento- un prezzo pari a p1, ed assumono con il soggetto che le presta, l’impegno di restituirle al tempo 2 pagando un certo interesse i. Essi vendono subito le azioni al prezzo p1, e ottengono così il proprio ricavo dall’operazione. Per sapere se ci guadagnano o ci perdono, dobbiamo aspettare di conoscere il prezzo delle azioni al momento della restituzione. Se, come previsto dagli hedge fund, il prezzo sarà più basso del valore iniziale, potranno restituirle dopo averle acquistate ad un prezzo più basso, e ciò lascerà nelle loro mani un margine.

In termini semplificati, quando i ribassisti vendono le azioni che hanno in deposito ottengono il ricavo pari a p1 . Al momento di restituire le azioni al tempo 2 , essi le dovranno riacquistare al prezzo corrente, che sarà p2. Essi avranno un guadagno se:

p1 – (p2 + i) > 0

e una perdita se:

p1 – (p2 + i) < 0

E’ qui che è esplosa la novità di molti piccoli operatori, riuniti in un gruppo del social network Reddit, chiamato WallStreetBets, che si sono inseriti in una di queste scommesse, relativa alla società GameStop. Inizialmente questi outsider ritenevano le quotazioni di GameStop troppo basse e, da giocatori non invitati al tavolo verde, hanno puntato non al ribasso, ma al rialzo. Pur facendo ciascuno piccoli acquisti, il loro numero era tale che la loro domanda ha fatto saltare i piani degli hedge fund, che sul ribasso del titolo avevano puntato molti milioni di dollari, basandosi sulle previsioni di ristrutturazione che l’azienda aveva annunciato a fronte di una crisi della redditività dei suoi punti vendita. L’inserimento dei piccoli investitori mobilitati sul social network, ha fatto impennare le quotazioni rendendo le azioni da restituire assai più costose del valore a cui gli hedge fund le avevano preventivate. Così, i grandi investitori ormai prossimi alla scadenza del “prestito di azioni” ricevuto, hanno cominciato a restituirle acquistandole sul mercato a qualunque prezzo, spingendo ancora più in alto le quotazioni di una azienda che non ha certo prospettive di elevata redditività nel futuro.

Non abbiamo affiancato l’andamento delle quotazioni di GameStop a quelli delle Big Tech americane nella figura che abbiamo visto sopra, perché le dinamiche di GameStop sono talmente fuori scala, come si vede dalla figura seguente, che avrebbero reso illeggibili i pur rilevanti incrementi delle Big Tech. Non solo, ma non si sarebbero potuti vedere i balzi in alto e in basso nella fase cruciale del rush controcorrente provocato dal gruppo WallStreetBets a partire dalla fine di dicembre 2020.

I ribelli di Gamestop, capire il fenomeno che ha sconvolto il trading

Il fenomeno è molto interessante non per l’azienda in sé, a differenza di quanto accade per le Big Tech; si tratta di una azienda in ristrutturazione e non di una azienda particolarmente promettente. Ma essa ha offerto il pretesto per un esercizio corsaro di speculazione, che ha messo in ginocchio gli speculatori professionisti in modo del tutto inatteso.

Si è realizzata, in un formato gigantesco, pur se limitato e in modo del tutto imprevedibile, quella schizofrenia fra andamento reale e aspettative speculative, di cui il Fondo Monetario Internazionale ha parlato diffusamente nel citato rapporto sui rischi finanziari globali.

Molti hanno parlato, in relazione all’episodio GameStop, di nuove frontiere dell’investimento finanziario, di democratizzazione della finanza internazionale, causata dai social network, di rivoluzione digitale della speculazione finanziaria. Si ripete l’errore di considerare lo strumento nuovo applicato ad una attività umana sempre esistita, anche se proposta con rapidità ed efficacia molto maggiore che nel passato, come un cambiamento in direzione di una forma diversa di attività, dotandola di nuovi valori: più democratica, contrastante con le logiche del profitto etc.

Come abbiamo visto, non si è trattato di una azione progettata, né di una inevitabile conseguenza del funzionamento dei social network, ma di una opportunità che si è creata, nella migliore tradizione speculativa, e che è stata sorretta e resa praticabile dal gruppo che si era costituito su Reddit.

La novità del caso GameStop è che l’effetto cybercascade, ovvero di comportamento di gregge tipico dei social network, si verifica non solo nel dibattito politico-ideologico, ma anche nella finanza. E se vi sono persone che riescono a suscitare e a guidare una cybercascade in ambito finanziario, si può creare il paradosso di una azienda in crisi le cui quotazioni schizzano al cielo, creando improvvisi ricchi e improvvisi poveri, senza alcun razionale che non sia, per l’appunto, l’effetto gregge.

Per tornare ai veri protagonisti delle scalate di borsa, Elon Musk, il fondatore di Tesla, ha superato Bezos come uomo più ricco del mondo, con una valutazione del suo patrimonio che, secondo le stime di Forbe’s, era di 183 miliardi di dollari a metà gennaio 2021.

Anche qui le aspettative contano enormemente: Tesla ha appena concluso il suo primo anno completo non in perdita, quindi è evidente che il valore dell’azienda, salito da 177 dollari a 845 negli ultimi dodici mesi (4 febbraio 2020 – 4 febbraio 2021) si basa prevalentemente sulle aspettative future e non certo sui dividendi.

Possiamo dire che negli Usa la grande innovazione comporta grandi rischi e grandi opportunità finanziarie.

La sfida delle Big Tech cinesi e del loro sviluppo

Non facciamo ora però l’errore tipico di dimenticare ciò che accade in Cina. Pure rilevante e non così avulso dalle dinamiche tecnologiche e finanziarie dell’Occidente.

Se consideriamo le Big Tech cinesi, quotate ad Hong Kong o al Nasdaq, (per Baidu) troviamo incrementi ancora più notevoli di quelli delle consorelle americane, che sfiorano il 100% sul valore di un anno fa, con la sola eccezione di Alibaba, per motivi che abbiamo approfondito in questa rivista e che ci limiteremo a richiamare brevemente.

Anche per le Big Tech cinesi l’indice base 100 della quotazione è posto a fine gennaio 2020, prima dell’esplosione della pandemia, mentre la data successiva è di nuovo quella del minimo (marzo 2020), ma ne abbiamo aggiunte altre due che precedono il dato finale di gennaio 2021. Abbiamo inserito il 23 ottobre 2020 e l’8 gennaio 2021, poiché sono due punti ulteriori di svolta specifici del contesto cinese.

Il 24 ottobre, infatti Jack Ma ha sfidato le autorità regolatorie cinesi del settore finanziario, provocando il blocco dell’IPO di Ant, la fintech di Alibaba da lui fondata, e provocando il crollo delle quotazioni dell’intero gruppo. Le quotazioni hanno raggiunto un minimo l’8 gennaio successivo, perché di Jack Ma si erano perdute le tracce, non era più apparso in pubblico e si temevano ritorsioni a danno della sua persona, oltre che della sua azienda. Poi la sua breve comparsa, priva di qualunque riferimento alla vicenda in corso, ha ridato qualche fiducia. Ma come si vede la performance sull’arco dell’anno ne ha risentito pesantemente. Anche Tencent ha risentito in parte di problemi con il regolatore, mentre Baidu non essendo sotto scrutinio dell’antitrust cinese, ha probabilmente lucrato un vantaggio in termini di quotazioni, dalle difficoltà in cui versano i competitori.

Alibaba, con la quotazione di Ant propone un modello di credito innovativo, in cui le scelte di finanziare una azienda si basano più sulla analisi dei big data rilevati dai pagamenti gestiti dall’azienda che non sui parametri tradizionali del “merito di credito”. Si tratta di un utilizzo innovativo dei big data, che pone questioni rilevanti rispetto alla protezione dei dati, alla privacy e alla tutela della concorrenza. Ma che pone due ordini di problemi: il primo è che mette in discussione il modello delle banche di stato cinesi che, analogamente a quanto avviene in Europa, si muovono con estrema lentezza sulla via dell’innovazione.

Questa lentezza viene venduta, alle autorità, come prudenza, e quindi legittima una risposta contraria all’innovazione da parte delle autorità stesse.

Il secondo problema è che la nulla sappiamo della stabilità del nuovo modello di credito, che evidentemente non è ancora assicurata, trattandosi di una storia ancora troppo breve e in forte evoluzione.

L’affermarsi del modello potrebbe comportare una specializzazione del credito verso le PMI e verso le start up, con strumenti semplificati basati sull’intelligenza artificiale, ed un credito specializzato per le grandi imprese e i grandi progetti, basato su sistemi più complessi, più simili a quelli delle merchant bank.

Se Ant fosse sotto scrutinio della Commissione Europea, verrebbe sollevata immediatamente la questione che, gestendo i dati dei pagamenti, Ant viene a conoscere dati sulle aziende che probabilmente neppure i manager delle medesime hanno così dettagliati. Infatti, nell’erogare i servizi di pagamento, si appropria dei dati delle interazioni con i clienti e con i fornitori e può incrociarli con quelli dei concorrenti, a beneficio della propria capacità di valutare il merito di credito del cliente, anche se questo non ha affatto richiesto tale valutazione. Indirettamente, anche senza disvelare i dati nominativi, essa è depositaria di conoscenze che l’azienda-cliente considererebbe riservate.

Questo passaggio è cruciale: come nella fase di avvio dei motori di ricerca e dei social network, la “non regolazione” fu sicuramente condizione essenziale per consentire lo sviluppo di aziende come Google e Facebook, così oggi e domani, la possibilità di utilizzo dei dati è la condizione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il problema regolatorio e di abuso della posizione dominante è, infatti, quello che Margrethe Vestager sta incanalandolo nelle nuove disposizioni sul mercato digitale.

Ma ciò non toglie che il tema posta da Jack Ma, con il suo attacco al regolatore cinese che ha la mentalità del banco dei pegni, sia assolutamente rilevante e ineludibile: è lì che andrà ad incrociare, tra qualche anno, lo sviluppo del credito innovativo, infinitamente più efficace e rispondente alle esigenze di crescita delle aziende di successo rispetto all’attuale sistema del credito gestito dalle banche commerciali.

Rispetto a questo sviluppo prefigurato dall’IPO di Ant, quello della moneta elettronica inseguita da Facebook appare assai meno significativo.

Ant sta sfidando il regolatore cinese ed il Partito che guida il paese, ma sta anche mettendo a repentaglio il cuore del motore stesso dell’innovazione e dello sviluppo, il sistema del credito e dei pagamenti. Avrebbe detto Schumpeter: è la distruzione creatrice che porta avanti l’innovazione.

Si conferma, non solo con il confronto delle quotazioni delle Big Tech tra i due lati del Pacifico, ma anche sul terreno cruciale dei pagamenti elettronici e del credito, che la sfida tra Cina e USA sul terreno dei big data vede la Cina in vantaggio significativo.

La Commissione fa bene ad occuparsene: i suoi indirizzi normativi fanno comunque scuola a livello internazionale, anche per non ripetere gli errori.

In conclusione

Per concludere, in America il rischio è connesso alla schizofrenia tra aspettative finanziarie e andamento reale, mentre in Cina i rischi finanziari maggiori sono connessi allo sviluppo impetuoso dell’innovazione che pone in discussione gli equilibri tradizionali della finanza gestita dalle banche pubbliche.

In Europa, invece, il pericolo è che un sistema finanziario troppo avverso al rischio ponga ulteriori freni ad una crescita già asfittica. E che il rischio sistemico più grave divenga quello tradizionale delle insolvenze delle aziende in crisi per blocco del fatturato e restringimento dei margini.

È importante che la Commissione percepisca la rilevanza della posta in gioco, rinunciando ad una iper-regolazione che ucciderebbe il mercato dell’intelligenza artificiale prima ancora del suo sviluppo su suolo europeo. Dove gli sviluppi potenziali, invece, sono promettenti.

  1. FMI, Global Finance Stability Update, January 2021,
  2. Allianz Research, Euler Hermes, Vaccine Economics, 18 December 2020.

WHITEPAPER
Minacce alle infrastrutture: come mettersi in sicurezza? Una guida per gli IT Manager
Sicurezza
Network Security
@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4