Crisi dei chip, così colpisce e trasforma l'industria dell'auto ed elettronica - Agenda Digitale

le sfide

Crisi dei chip, così colpisce e trasforma l’industria dell’auto ed elettronica

Con il Covid-19 e la crescita di domanda di chip, le forniture sono insufficienti. Ma il fenomeno ha conseguenze di lungo termine.
La perdita del ruolo centrale di Intel, che fino a ieri aveva segnato il sentiero di sviluppo del settore, e l’ascesa di TSMC sono segnali di un mercato che è più competitivo di qualche anno fa

12 Feb 2021
Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione

La morsa del chip si abbatte sull’industria elettronica e delle auto. Il covid-19 ha devastato le catene di fornitura globali, già sotto stress dall’aumento della domanda di prodotti tecnologici (anche questa conseguenza della pandemia). La conseguenza di breve periodo, che caratterizzerà i prossimi sei mesi almeno, sarà una ridotta disponibilità di alcuni prodotti, come smartphone e automobili.

Ma le conseguenze più importanti sono apprezzabili nel lungo periodo: il mercato uscirà cambiato da questa crisi.

Già il settore ha reagito, alle ultime evoluzioni, con acquisizioni importanti e nuove acquisizioni, forse a ritmo meno sostenuto, ci saranno anche nel 2021.

Un settore in forte crescita, insomma, e in cui le posizioni delle aziende si stanno modificando rapidamente, anche perché l’offerta rimane insufficiente rispetto alla domanda e quindi i prezzi, al momento, non calano.

Profitti e quotazioni: chi sale e chi scende

I profitti del settore crescono e così le quotazioni, con l’eccezione di chi rimane indietro nell’innovazione, come Intel.

Nel solo mese di gennaio di quest’anno Taiwan Semiconductor Manufacturing (TSMC) registra un aumento delle quotazioni del 25% e prevede di investire 25 miliardi di dollari in nuovi impianti.

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La partita dei semiconduttori si gioca anche tra settori utilizzatori, con quelli maturi che devono fare la fila dietro quelli più innovativi, mentre le aziende produttrici si combattono senza risparmio di colpi sul piano degli investimenti e dell’innovazione, con gli investitori che osservano con attenzione le loro mosse, valutano le loro prospettive, misurano le loro capacità di crescita interna con i prodotti ed esterna con le acquisizioni.

La perdita del ruolo centrale da parte di Intel, che aveva fino a ieri segnato il sentiero di sviluppo di tutto il settore, è un segno che i grandi movimenti in corso, sull’innovazione di prodotto, sulle acquisizioni, sugli investimenti, stanno creando un mercato più competitivo di qualche anno fa, pur rimanendo oligopolistico.

Last but not least, il presidente cinese Xi Jinping intende sviluppare le nuove tecnologie 5G, AI, IOT come priorità per garantire alla Cina una voce autorevole nello stabilire gli standard internazionali di mercato e non: è la fine definitiva del modello che vedeva la Cina come follower.

Il successo della taiwanese TSMC rappresenta un punto focale dell’attenzione geostrategica della Cina, che si vuole emancipare dal dominio tecnologico americano in questo settore e che considera Taiwan parte della Grande Cina. Forse anche per questo motivo TMSC creerà il più avanzato impianto di produzione in Arizona.

La sfida sui semiconduttori è appena iniziata.

La competizione passa dai microchip anche nel settore automobilistico

Rimangono indietro le forniture dei chip a minor valore aggiunto, quelli prodotti con tecnologie più mature che hanno valori unitari inferiori: e così mancano i processori più semplici, quelli delle auto, causando perdite di produzione, di fatturato e di profitti, con poche eccezioni. Ciò colpisce il settore automobilistico, dopo un anno già frenato dal primo lockdown e dalle successive restrizioni nei viaggi e nella mobilità in generale.

General Motors annuncia che chiuderà temporaneamente fino a metà marzo, tre stabilimenti (Fairfax nel Kansas, CAMI in Ontario, San Luis Potosì in Messico) per carenza di dispositivi, costringendo l’azienda a produrre alcuni modelli senza la componente elettronica che verrà installata successivamente, quando disponibile.

La Ford annuncia che il suo primo trimestre del 2021 vedrà un taglio fino al 20% della produzione a causa della scarsità di microchip.

Volkswagen aveva già annunciato il rischio di carenza di semiconduttori a dicembre dello scorso anno.

Le previsioni nel settore auto

Le previsioni sono che fino al terzo trimestre 2021 vi sarà scarsa disponibilità.

In una singola auto ormai ci sono tra i 50 e i 150 microchip e l’arresto delle linee di montaggio provoca un impatto negativo indiretto ancora maggiore sulla catena dei fornitori.

Se manca un chip da 1 dollaro, che è il valore normale per le applicazioni nell’auto, si blocca la vendita di un’auto che ne vale 40.000 (Stephen Sanghi, responsabile automotive della Microchip Technology).

Inoltre, produttori come Renesas, NXP, Infineon-Cypress, che coprono circa l’80% della produzione per il settore auto, si avvalgono della TSMC, a causa dell’elevato costo degli stabilimenti di produzione, e quell’azienda è impegnata oltre le sue capacità nella produzione su licenza dei processori ad alto valore aggiunto. In questo modo le strozzature si accentuano e si concentrano.

Nel primo lockdown l’industria dell’auto aveva ridotto la produzione e quindi la domanda di semiconduttori; ma nel frattempo era cresciuta quella di microchip di fascia alta, per smartphone, consolle di gioco, computer e workstation grafiche, chip per intelligenza artificiale nei data center. Così, al momento in cui, dopo il primo lockdown, è ripresa la domanda di auto, i produttori di microchip erano al limite dell’utilizzo della capacità produttiva per i chip ad alto valore aggiunto, senza capacità disponibile per il settore dell’auto, che è rimasto indietro.

Non tutti i produttori di auto si trovano nelle stesse condizioni, Grazie da una pianificazione puntuale delle esigenze produttive ed una riorganizzazione della supply chain dopo lo tsunami del 2011, la Toyota dispone di uno stock di microchip adeguato, che le garantisce 4 mesi autonomia e le ha fatto riguadagnare nel 2020 il primo posto come produttore mondiale, davanti a Volkswagen, con profitti in crescita alla fine dell’anno.

Toyota non è sola, altri produttori giapponesi come Honda e Nissan si trovano in condizioni meno drammatiche dei concorrenti americani ed europei, in ragione di una politica di approvvigionamenti di microchip più accurata, sfruttando anche le opportunità di riduzione dei costi offerte dal marketing on line.

Anche per l’auto, parte significativa della competizione passa per i microchip.

La corsa per i chip ad alto valore aggiunto

La scelta di privilegiare, in un momento di mercato dominato dall’offerta (ossia con quantità limitate dalla capacità produttiva usata al limite) le produzioni ad alto valore unitario è tipica di un mercato oligopolistico in rapida evoluzione tecnologica.

TSMC, che su licenza produce larga parte dei chip Qualcomm e di Nvidia, a fine anno dichiarava che solo il 3% del suo fatturato veniva dal settore auto, contro il 51% dagli smartphone e il 31% dai chip per computazione ad alto livello.

Gli ultimi chip delle playstation prodotti da Nvidia costano centinaia di dollari ciascuna, contro i centesimi del chip mediamente applicato nell’auto. La stessa tecnologia per la produzione dei chip per auto è rimasta indietro, perché i nuovi investimenti sono stati effettuati sui chip a maggior valore aggiunto.

Anche l’iPhone subisce la crisi

Se la crisi maggiore colpisce i produttori di auto, l’insufficienza dell’offerta non risparmia completamente i microchip ad alto valore aggiunto, come quelli per iPhone. In particolare, l’iPhone 12 potrebbe subire rallentamenti dovuti alla scarsa produzione dei microchip. E questo nonostante Apple abbia un enorme potere contrattuale, in grado di condizionare le scelte dei fornitori, con clausole di esclusiva e di priorità.

AMD, che compete con Intel sui processori per i PC, non nega che la condizione di scarsità caratterizzerà l’intero 2021.

Se si stima che la perdita dell’industria dell’auto, dovuta alla mancanza di microchip, possa raggiungere i 60 miliardi di dollari, quella del settore ad alto valore aggiunto per smartphone, processori per AI, graphic CPU e playstation non viene ancora quantificato da nessun osservatore, in ragione del maggior potere contrattuale che questa industria ha nei confronti dei produttori di semiconduttori.

A novembre 2020 Apple ha lanciato 3 nuovi Mac dotati di un processore disegnato in casa e realizzato da TSMC, il chip M1: un miglioramento rispetto ai precedenti Intel sia per velocità che per consumo energetico (durata delle batterie).

Un nuovo panorama competitivo

Le prospettive di Intel si fanno più oscure; il suo predominio è in crisi e l’azienda, che pur rimane un colosso da 70 miliardi fatturato, decide a inizio 2021 di cambiare CEO, affidandosi a Pat Gelsinger, che era stato capo delle tecnologie di Intel prima di divenire CEO del gigante del software VMWare.

A lui gli azionisti chiedono di rincorrere Nvidia, AMD, TMSC. Quest’ultima sta costruendo in Arizona uno stabilimento per produrre chip con tecnologie a 5 nanometri e progetta quelle a 3 nanometri, mentre Intel, che ha faticato nel passaggio da 14 a 10 nanometri, deve ora annunciare che slitterà la data di entrata in produzione dei chip a 7 nanometri, prevista per fine 2021.

La congiuntura tecnologica e di mercato dell’industria dei microchip ha beneficiato in termini di ricavi, profitti e quotazioni quelle aziende che si sono manifestate più dinamiche e che cercano, anche con acquisizioni, di posizionarsi meglio per le nuove sfide che incombono sul settore.

L’andamento in Borsa

Se il titolo Intel nei due anni più recenti ha guadagnato solo il 26%, l’indice di settore Philadelfia (PHLX Semiconductor – ^SOX) è cresciuto del 170%, del 400% quello di AMD del 400% e del 300% quello di Nvidia.

Per cinque tra le maggiori aziende mondiali l’ultimo anno ha portato risultati assai diversificati in termini di quotazioni, come si vede dalla figura che segue.

L’enorme liquidità, immessa nel sistema finanziario dalle banche centrali per effetto delle politiche monetarie reflattive, non ha creato effetti inflazionistici sui prezzi al consumo: essa, almeno per ora, rimane nelle banche.

Ciò significa che lo spazio per investimenti speculativi sui titoli è molto elevato.

Ma è condivisibile il giudizio, secondo cui le borse stanno perpetuando valutazioni legate all’ondata di ottimismo, in parte ingiustificato, creata dalla disponibilità dei vaccini.

Forse ciò influirà anche sulle valutazioni borsistiche delle blue chip del settore dei semiconduttori, ma è certo che non si tornerà ad un mercato guidato da un solo fornitore.

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