fiscalità

Global tax per i colossi del web, sarà facile eluderla: ecco perché

Quasi 140 Stati stanno decidendo di tassare le grandi multinazionali del web e della new economy con un’aliquota pari del 15% sui profitti, che le persone fisiche e le aziende tradizionali si sognano. Come dovrebbe funzionare e perché, nonostante la sua iniquità, è una misura necessaria

01 Set 2021
Luca Sanna

Avvocato, Studium Cives

Photo by Markus Winkler on Unsplash

Dati i crescenti profitti delle aziende tecnologiche e della new economy, 131 membri, Governi e Giurisdizioni, dei 137 componenti l’Inclusive Framework hanno deciso di stipulare un accordo, ormai definito da tutti gli operatori come storico, che prevede l’introduzione di una global tax per i giganti del web e per le multinazionali globali da introdurre entro il 2023. La tassazione globale è ormai vista come una necessità che si fonda su molteplici presupposti: il primo fra tutti è l’ingiustizia che aziende con profitti che superano i Pil di nazioni occidentali sviluppate non siano partecipi alla crescita economica e al welfare delle persone.

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Perché è necessaria una tassazione globale

Come detto, la necessità di introduzione di un meccanismo che possa riallocare risorse ormai concentrate in qualche decina di aziende appare evidente anche per coloro che hanno favorito politiche scellerate di dumping fiscale.

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I più ricchi e strutturati soggetti economici del mondo negli ultimi dieci anni sono state le multinazionali, principalmente del web, hanno scalzato le economie governative e statali.

Il fatturato di Amazon quest’anno forse toccherà quota 500 miliardi di dollari, quanto il Pil della Polonia e superiore al Pil della Norvegia, senza però avere né i costi in termini di welfare, né avere percentuali di occupazione paragonabile alle citate economie statali.

In altre parole, Amazon rischia di diventare una potenza globale, monopolista nel settore della logistica, trasversale, con capacità finanziarie infinite, e con un potere accentrato e non mediato da alcuna istituzione pubblica.

Allo stesso modo la capitalizzazione di Tesla, dopo gli annunci spaziali di Elon Musk, ha superato ormai il Pil del Belgio e rappresenta, anche in questo caso, una speculazione finanziaria accentrata nelle mani di un solo soggetto, che ha il potere economico di un governo occidentale, senza alcun tipo di meccanismo redistributivo e senza alcuna welfare policy.

Secondo i dati della Federal Reserve nel 2019 l’1% della popolazione americana possedeva in sole attività finanziarie, investimenti e azioni, circa 20 miliardi di dollari, più del risparmio accumulato nello stesso anno da tutti gli Stati Uniti.

Come dovrebbe funzionare la global tax

La global tax così come proposta prevede tre pilastri.

Il primo pilastro riguarda l’applicazione di un’aliquota fissa globale di tassazione sui profitti del 15%. Una sorta di flat tax applicabile sempre e comunque anche laddove le sedi legali di tali società siano ubicate in paesi dal dumping fiscale spinto. Tale aliquota globale si applicherebbe in misura differenziale, in altri termini, laddove il paradiso fiscale preveda una tassazione del 5%, il rimanente 10% andrebbe applicato nel paese di “residenza”.

Ambito soggettivo di tale imposizione riguarderebbe le multinazionali con più di 750 milioni di fatturato annuo.

Il secondo pilastro, molto più tecnico, riguarda invero le multinazionali con ricavi oltre i 20 miliardi di dollari e un margine operativo che superi il 10% del fatturato annuale.

In altre parole, quando la differenza tra costi e ricavi supera il 10% del fatturato, si potranno tassare alcune parti (20/30%) dei profitti che eccedono il 10% nei paesi in cui si realizzano le vendite o vengono erogati i servizi, indipendentemente dalla sede di residenza e dalla sede nominale ubicata in qualche paradiso fiscale.

Lo scopo è certamente quello di poter distribuire una parte del gettito nei paesi nei quali tali aziende prestano i propri servizi.

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Il terzo pilastro riguarda evidentemente l’abolizione delle altre tasse locali che sono state introdotte (web tax, ecc.) dai singoli ordinamenti dei singoli stati. Una tassa globale necessita della medesima applicazione e dei medesimi criteri in tutti i paesi del mondo.

L’obiettivo è certamente meritevole e, di conseguenza, difficile da raggiungere.

I pericoli e la difficile applicabilità. Il caso irlandese

I pericoli che si annidano dietro l’introduzione di una tassa globale sono determinati certamente dalla ritrosia di alcuni paesi di aderire ad un regime fiscale più gravoso rispetto a quello applicato.

Tra i paesi che non hanno aderito all’iniziativa c’è per esempio l’Irlanda che del dumping fiscale ha fatto un’occasione per la sua rinascita. Ormai in default, nel 2010 l’Europa ha stanziato per il salvataggio delle casse irlandesi quasi 70 miliardi di euro, ancora in parte da restituire. A seguito di tale crollo, l’Irlanda ha deciso di attrarre nel proprio territorio numerose realtà multinazionali applicando una tassazione irrisoria. Nel 2016 la Commissione Europea decise di multare Apple per 13 miliardi di euro per aver violato la normativa sugli aiuti di Stato, e l’Irlanda si rifiutò di esigere tale sanzione, adducendo anche ragioni formali, mal celando il reale intento contraddistinto dalla circostanza che tale sanzione avrebbe vanificato il dumping fiscale applicato all’interno delle terre d’Irlanda.

Ebbene tali politiche fiscali aggressive attirano capitali esteri, ma si traducono in una aperta violazione delle regole della concorrenza.

Inoltre, l’applicazione di aliquote fiscali irrisorie, oltre ad essere profondamente immorale, comporta una costante irritazione dei paesi dell’Unione Europea che ogni anno devono confrontarsi con paletti, rigidità e parametri che tali paesi rispettano in virtù di politiche dalla dubbia legalità.

Per essere paradossali, se per rispettare i parametri europei l’Italia legalizzasse la criminalità organizzata o l’evasione fiscale, vedremo certamente anche noi schizzare i nostri parametri verso l’alto e gli indicatori economici sarebbero decisamente molto più alti della Germania. Siamo certi che sarebbe una scelta etica?

Fintanto che ci sarà anche un solo paese al mondo che offre scappatoie fiscali, per imprese con tale liquidità non sarà difficile spostare la propria sede per garantirsi profitti spaziali, nel vero senso letterale della parola.

Come eludere la global tax

Le bozze e le proposte di global tax non tengono in considerazione un elemento importante. La segmentazione delle strutture societarie, i consulenti che possono permettersi di retribuire e le professionalità internazionali di cui sono già dotati gli organici delle multinazionali permetteranno certamente di trovare scappatoie fiscali e di bilancio.

Richard Murphy, visiting professor di contabilità presso la Sheffield University, ha già valutato la soglia del 10% dei profitti come inappropriata, tanto che, se le regole dovessero essere invariate, Amazon non sconterebbe alcuna tassazione globale.

Lo stesso professore mette peraltro in dubbio l’attendibilità delle dichiarazioni dei profitti delle aziende e la possibilità per le stesse di manomettere con facilità i dati in possesso.

In altre parole, come nel gioco del gatto e del topo, il topo troverà sempre il modo di eludere, legalmente, ogni aliquota applicata, anche solo moltiplicando gli assetti societari in modo tale da fare ricadere gli ultimi profitti tassabili nel luogo dove la tassazione sarebbe quella desiderata. E nel frattempo tali aziende continuano a moltiplicare il loro fatturato e a superare interi apparati statali in termini di valore economico.

Inoltre, anche mettendo da parte il problema della tassazione dei profitti generati, alcune imprese hanno una modalità di creazione del valore che sfugge alla conoscenza persino delle imprese stesse.

Si pensi alle piattaforme digitali, ai motori di ricerca, alle applicazioni che contengono una tale quantità di big data, che rappresentano un bene suscettibile di valutazione economica, che sfugge però alle categorie di base imponibile.

Etica e progressione fiscale

Quasi 140 stati al mondo stanno decidendo di tassare le grandi multinazionali del web e della new economy con un’aliquota che le persone fisiche e le aziende tradizionali si sognano: il 15% di aliquota sui profitti appare un insulto alla tassazione attuale sul lavoro, sulla manodopera e anche sulla rendita finanziaria.

Peraltro, è la prima volta che gli ordinamenti statali decidono di applicare un’aliquota fiscale bassa, ignorando la progressione fiscale (che per esempio nel nostro ordinamento rappresenta un principio costituzionale) partendo dal presupposto che vi sia un’elusione totale della tassazione.

In genere gli stati occidentali hanno sempre inteso applicare aliquote fiscali molto elevate, nella consapevolezza che gli operatori di impresa eludessero in ogni caso una parte della tassazione.

In questo caso il principio è esattamente il contrario: nella consapevolezza di non poter applicare davvero alcuna tassazione si auspica che il gigante di impresa lasci una questua calmierata. Meglio poco che niente dicevano i saggi di paese.

Conclusioni

“Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi”, così recitava un brano della Bibbia narrato da Samuel L. Jakcson in Pulp Fiction, e questa volta il cammino dell’uomo timorato si spera incontri un miglior esito del minimo contributo economico che gli Stati stanno elemosinando.

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