Verso tasse globali alle big tech: come si prepara una rivoluzione difficile - Agenda Digitale

politica economica

Verso tasse globali alle big tech: come si prepara una rivoluzione difficile

La tassazione digitale è al centro del dibattito di politica economica. Dall’Ocse alla Ue, passando dai singoli Stati, si sta cercando una soluzione che permetta di condividere equamente i ricavi generati dalle piattaforme digitali. Ultima in ordine di tempo, la proposta giunta dal G7. Ma la strada è impervia

16 Lug 2021
Estrella Gomez-Herrera

Università delle Isole Baleari

Carlo Reggiani

University of Manchester

Yevgeniya Shevtsova

Università di Manchester & JRC Siviglia

Le tasse possono essere piuttosto noiose, fonte di frustrazione per chi non è commercialista e, in presenza di riforme, il tema di animate discussioni tra gruppi d’interesse. Di recente, però, hanno catturato l’attenzione su scala globale: è stato sufficiente un breve comunicato di sole 150 parole da parte dei ministri delle finanze dei paesi del G7 il 5 giugno 2021 per provocare forti sussulti in agenzie di stampa, giornali e media di tutto il mondo.

L’annuncio sul tema di “Un futuro prospero e sicuro per tutti” conteneva tre messaggi principali, di rilevanza fondamentale anche per il mondo digitale.

Gli sviluppi sulla tassa globale alle multinazionali, G7 e G20

  • Per prima cosa, il G7 ha confermato il sostegno al lavoro promosso dall’OCSE per affrontare le sfide fiscali derivanti dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione. I paesi del G7 si sono infatti impegnati a raggiungere una soluzione equa sulla ripartizione dei diritti di tassazione, con particolare riferimento alle grandi multinazionali, del digitale e non.
  • In secondo luogo, il G7 si è anche impegnato a introdurre una “tassa minima globale almeno del 15%”: questa parte dell’accordo è stata ripresa come titolo principale dalla maggior parte dei media internazionali.
  • Infine, e questo è il terzo punto, il G7 si propone di coordinare l’applicazione delle nuove regole fiscali internazionali e di impegnarsi a garantire l’eliminazione di tutte le iniziative di tassazione dei servizi digitali (anche note come Digital Service Taxes o DST) adottate dai singoli Paesi.

Come sottolineato da Rhiannon Kinghall Were e Lucy Urwin in un commento a questi ultimi sviluppi, la proposta del G7 essenzialmente incorpora i principi fondamentali che l’OCSE sta sviluppando da alcuni anni, dandogli quindi continuità.

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Proprio nel passato fine settimana (9-10 luglio), le decisioni del G7 hanno ricevuto ulteriore supporto dal G20, che si riuniva a Venenzia. Nel comunicato rilasciato si conferma l’appoggio ai principi dell’iniziativa dell’OCSE e se ne propone un’implementazione particolarmente rapida, entro il prossimo incontro di ottobre. Ben 132 paesi hanno aderito all’iniziativa che conferma la tassa minima globale del G7 e che ha l’obiettivo di ridurre il problema dell’eccessiva concorrenza fiscale tra paesi, conosciuta anche come “dumping fiscale”.

Le reazioni all’accordo: quali implicazioni per le Big Tech?

Le reazioni all’annuncio del G7 non si erano fatte attendere. In primo luogo, è stato notato che la misura è in linea con le proposte del Tesoro Americano, che vedrebbero assoggettate alla nuova tassa solo le 100 aziende più grandi del mondo – che hanno anche un margine di profitto superiore al 10%. La proposta originale, invece, riguardava gruppi multinazionali con ricavi consolidati superiori a 750 milioni di euro: in tale caso, la tassazione avrebbe riguardato potenzialmente circa 2.300 imprese.

Alcuni commentatori hanno interpretato questo cambiamento come un passo indietro rispetto all’obiettivo di una tassazione giusta ed equa delle multinazionali. Per esempio, sia il Tax Justice Network che l’Oxfam sostengono che l’aliquota fiscale proposta sia ancora “troppo bassa”. Hanno inoltre accusato il G7 di aver proposto un accordo che beneficia solamente i paesi membri, “lasciandosi alle spalle il resto del Mondo”.

Tuttavia, è soprattutto il margine di profitto del 10% menzionato sopra ad essersi dimostrato fortemente controverso. Mentre il ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, ha affermato che giganti del web come Amazon e Facebook “si qualificherebbero per la tassa secondo qualsiasi definizione della stessa”, sono sorte forti preoccupazioni legate al fatto che Amazon potrebbe non risultare tassabile. Infatti, sebbene la società riporti enormi profitti in alcune aree, attualmente realizza complessivamente tassi di crescita del profitto inferiori al 10% necessario per essere soggetti alle nuove regole fiscali. Più in generale, è stato anche sottolineato come le proposte fiscali possano in fondo semplicemente “spostare i pali delle porta” dell’elusione fiscale.

Il contesto: la tassazione delle imprese multinazionali e le piattaforme digitali

La fiscalità delle imprese multinazionali è fortemente intrecciata con il settore digitale: alcune piattaforme digitali si collocano stabilmente tra le più grandi imprese a livello globale, e le cosiddette GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft) sono uno dei principali obiettivi dell’attuale iniziativa normativa. In effetti, il visibile gap tra gli imponenti ricavi generati dai colossi del web e le tasse da loro pagate è spesso oggetto di controversie. Queste società, infatti, sono state accusate a più riprese di presunta elusione fiscale.[1]

In questo contesto, la tassazione dei servizi digitali forniti dalle multinazionali fronteggia due importanti ostacoli. Per prima cosa, in base all’attuale regime fiscale internazionale, le multinazionali generalmente pagano le imposte societarie nel luogo in cui avviene la produzione. Secondariamente, a causa della natura digitale, e spesso immateriale, dei servizi, il concetto di “produzione” nel senso letterale del termine non ha più rilevanza. I fornitori di servizi digitali generano infatti redditi da utenti in tutto il mondo; tuttavia, senza la necessità di una presenza fisica, non sono soggetti alla tassazione societaria come le imprese di un determinato paese.[2] Per affrontare questi ostacoli, negli ultimi anni molti paesi hanno discussso e proposto una tassa sui servizi digitali, al fine di condividere equamente i ricavi generati dalle piattaforme digitali anche attraverso il “valore” prodotto dalla partecipazione dei loro cittadini attraverso contenuti, recensioni, acquisti e contributi di ogni genere.

Più in generale, la tassazione digitale è stata ed è al centro del dibattito di politica economica. Dal 2013 sia l’OCSE che la Commissione Europea hanno cercato di coordinare le varie proposte di tasse digitali. Importanti passi avanti si sono verificati nel Marzo del 2018, quando la Commissione ha proposto l’introduzione di una tassa digitale del 3%. L’imposta si applicherebbe alle entrate derivanti dalla fornitura di servizi di intermediazione o che si basano sui dati personali degli utenti. Al primo gruppo apparterrebero piattaforme di aggregazione e vendita, come Amazon o Booking.com; al secondo servizi come la pubblicità digitale di Google e Facebook. All’imposta sarebbero soggette società con entrate globali annue superiori ai 750 milioni di euro e entrate imponibili superiori a 50 milioni di euro ottenute nei paesi dell’Unione Europea. L’iniziativa della Commissione è stata preceduta solo pochi giorni prima dalla pubblicazione del rapporto del programma BEPS dell’OCSE sull’erosione della base fiscale, che coinvolge appunto più di 130 paesi.

Anche prima del Covid, tuttavia, le pressioni politiche avevano ritardato l’implementazione della tassazione digitale in Europa e non solo. Effettivamente, le proposte fiscali sono percepite come provvedimenti per prendere di mira le Big Tech statunitensi. Ad esempio, la tassa digitale francese è comunemente conosciuta come “Tassa GAFA”. Anche all’interno dell’Unione Europea alcuni Stati membri hanno espresso preferenze per una soluzione globale coordinata dall’OCSE, mentre altri hanno deciso di non perdere ulteriore tempo ed adottare unilateralmente una tassa digitale in linea con quella proposta originariamente dalla Commissione. Tra i paesi che hanno preso l’iniziativa annoveriamo Regno Unito, Francia, Italia e Spagna, che hanno implementato le loro iniziative tra il 2019 e il 2020.

È tuttavia interessante notare come anche negli Stati Uniti sono stati compiuti alcuni primi passi verso la tassazione digitale, in particolare a livello di singoli stati. L’esperienza più importante è senz’altro quella del Maryland, che ha promulgato una nuova tassa sulla pubblicità digitale ed ha esteso le imposte esistenti sulle vendite di prodotti e servizi digitali. Queste tasse si sono rivelate molto controverse, tant’è che la loro adozione è stata inizialmente ritardata fino a Febbraio 2021, per essere poi ulteriormente rinviata a seguito di un elevato numero di azioni legali intraprese tanto da società di telecomunicazioni quanto dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti.

La tassazione delle piattaforme per il futuro della democrazia? La proposta di Romer

Nel mezzo di questi recenti sviluppi sulla tassazione del digitale c’è un’ulteriore proposta, sicuramente più radicale, che sta facendo molto discutere. In un editoriale sul New York Times, il premio Nobel Paul Romer ha identificato nel modello di business della pubblicità digitale, particolarmente incarnato da colossi come Google e Facebook, una crescente minaccia per la democrazia americana e non solo. Romer individua il problema nella vastità dei dati ottenuti e memorizzati dalle piattaforme, oltre che alla possibilità di utilizzare tecniche di persuasione psicologica, che sono particolarmente efficaci sugli utenti dei social media. Ad esempio, oltre a techniche già comunemente utilizzate nel marketing, una nuova frontiera è rappresentata dall’Intelligenza Artificiale affettiva, che ha tutte le potenzialità per manipolare le emozioni umane.

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Un altro problema è rappresentato dal numero limitato di piattaforme che sono controllate da un manipolo ristretto di persone. Secondo Romer si trova quindi in forte pericolo un principio fondante della democrazia americana, cioè l’opposizione ad un potere politico pressochè incontrollato esercitato da pochi individui estremamente potenti. In questo contesto, viene indicata la necessità per gli Stati Uniti di introdurre una tassa sulla pubblicità digitale.

La tesi, sviluppata nel dettaglio sul suo blog, è che i tradizionali meccanismi democratici e legali, come l’Antitrust, si sono rivelati insufficienti. La soluzione individuata è una tassa progressiva sui ricavi della pubblicità digitale. Una differenza fondamentale con le attuali proposte di tassazione digitale discusse precedentemente è proprio la natura progressiva della tassa, che l’autore enfaticamente chiama “aggressiva”.

In particolare, risulta particolarmente provocatoria la proposta di aliquote marginali estremamente elevate, anche sopra al 70% per ricavi pubblicitari superiori ai 60 miliardi di dollari l’anno. Secondo le simulazioni sul sito web di Romer (Figura 1), la tassa non è disegnata per essere equa ma dovrebbe incentivare le grandi piattaforme ad abbandonare il modello di business basato sulla pubblicità, senza negare invece la possibilità di utilizzarlo alla stragrande maggioranza delle piccole e medie imprese del settore.

https://lh6.googleusercontent.com/TUtXkAqj3pJE0-46a7pi3o0RoyRD7LQBU0S-JZ48lz8DohBx70tYq2LcQAIeihQUxxwwf3vmkHoYeBsNHARjuGgx4YwJU78sggIgXxpkvSRyMael5YWRhbnTqx1ixFBwR6RUZST0

Figura 1: Ricavi pubblicitari e aliquota media secondo la proposta di tassazione digitale di Paul Romer. Fonte: Digital Ad-Tax (paulromer.net)

Note

  1. Si veda, ad esempio, i rapporti della ONG Fair Tax Mark del 2019 e del 2021.
  2. Su questi aspetti si veda, ad esempio, Asen, E. (2020). What European OECD countries are doing about digital services taxes. Tax Foundation.
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