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La digital tax italiana nel contesto globale: impatti politici e sistemici

Mentre l’Italia va avanti con la sua web tax, il dibattito internazionale si incentra sul possibile contenuto di una soluzione globale e su come questa possa conciliare specificità nazionali antitetiche e visioni economico-politiche opposte. Vediamo le questioni sul tavolo

Pubblicato il 04 Nov 2019

Filippo Pierozzi

analista politiche digitali

web-tax 2

A pochi giorni dalla proposta OCSE sul primo pilastro per la tassazione dell’economia digitale, il Governo ha incluso nella legge di Bilancio 2019 la digital tax: nel frattempo il Parlamento europeo chiede maggiore trasparenza alle imprese multinazionali.

Il dibattito sulla viabilità economica della proposta italiana è, insomma, aperto: facciamo luce sulle implicazioni politiche e sistemiche

Una nuova fase del dibattito

Il dibattito su un’equa tassazione dell’economia digitale, dopo anni di acquiescenza, sembra essersi riacceso in Italia all’indomani dell’introduzione dell’imposta sui servizi digitali nella legge di Bilancio 2019. La web tax, ispirata al modello francese, prevede una nuova tassa con un’aliquota del 3% sui ricavi digitali di imprese ‘con una presenza significativa’ nei servizi digitali.

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‘Significativi’ si sostanzia nell’inclusione come soggetti passivi di imprese che – singolarmente o a livello di gruppo – abbiano un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni di euro e un ammontare di ricavi da servizi digitali imponibili realizzati in Italia non inferiori a 5,5 milioni di euro. Il nesso con la dimensione internazionale del problema è nella cosiddetta ‘sunset clause’: autentica disposizione che prevede l’obsolescenza programmata della web tax italiana che sarà abrogata “al momento di entrata in vigore delle disposizioni che deriveranno da accordi raggiunti nelle sedi internazionali in materia di tassazione dell’economia digitale”.

Discussione, si diceva, che dopo essersi affievolita con la bocciatura da parte del Consiglio europeo della proposta di regole comuni e soglie minime a livello comunitario, ha ripreso forza anche sul piano internazionale con il programma di lavoro varato in sede OCSE nel maggio scorso. Si tratta, in estrema sintesi, di un approccio basato su due pilastri. Il primo prevede una nuova ripartizione del potere impositivo degli Stati tramite nuovi criteri di collegamento e di allocazione dei redditi. Una volta determinato il ‘come e dove’, resta da terminare il ‘quanto’ dell’imponibile: è questo, appunto, il contenuto del secondo pilastro, finalizzato alla conclusione di un meccanismo globale anti-erosione delle basi imponibili che determini un livello minimo di tassazione per le imprese multinazionali.

La proposta Ocse del 9 ottobre

L’OCSE ha raggiunto un accordo sul primo pilastro il 9 ottobre, approvato poi dai ministri di Economia e Finanza del G20, che resterà aperto a consultazioni fino al prossimo 12 novembre. Un primo passo, necessario e in linea con le tempistiche, che tuttavia non sopisce le polemiche che vanno moltiplicandosi sull’auspicabilità o meno di soluzioni provvisorie a livello nazionale. Il ritornello che “le attuali norme sulla tassazione delle attività economiche delle imprese multinazionali non sono adatte alla realtà, in costante e rapido mutamento, dell’economia moderno” è storia tanto vera quanto già sentita, così come lo è l’unanime appello a trovare una soluzione globale.

La domanda, ingombrante e ancora in fieri, resta quale possa essere il contenuto di una simile soluzione globale e come questa possa conciliare specificità nazionali antitetiche e visioni economico-politiche opposte. Nell’attesa che la proposta sul secondo pilastro da parte dell’OCSE apra uno spiraglio sullo scenario futuro, e la sua ricezione da parte del G20 e dei diversi gruppi d’interesse ci dica se tale spiraglio sia destinato ad aprirsi o meno, si propongono di seguito due spunti – uno sulla nostrana web tax e uno sul piano europeo – per mettere in chiaro come il dibattito non si esaurisca sul piano delle cifre.

La web tax italiana, un segnale tardivo

Pur volendo lasciare da parte le considerazioni di natura economica o, per meglio dire contabile, relative ai potenziali benefici per l’erario dell’introduzione della web tax, è lecito nutrire qualche perplessità sulla cifra stimata di 600 milioni che il Governo italiano dovrebbe ricavare dalla misura. La Francia, il cui mercato digitale ammonta al doppio di quello italiano, ha stimato di incassare 500 milioni l’anno dalla propria imposta nazionale sui servizi digitali.

La differenza potrebbe spiegarsi nella soglia di applicabilità dei 5,5 milioni di ricavi sul territorio nazionale, rispetto ai 20 dell’omologa disposizione transalpina. Inoltre, come giustamente sottolineato da Tommaso di Tanno, oggetto di tassazione sono soltanto le prestazioni di servizi digitali richiamate (servizi pubblicitari, accesso a circuiti digitali per lo scambio di informazioni, beni e servizi tra utilizzatori del medesimo circuito e fornitura dietro corrispettivo di dati sui movimenti di utenti nel circuito digitale). Tale scopo non onnicomprensivo può presentare, al di là delle difficoltà nell’individuazione dell’ambito delle nuove norme da parte dell’Agenzia dell’entratem rischi connessi a due ulteriori fattori.

In primis, l’individuazione e la territorialità della relativa base imponibile dovrebbe avvenire sulla base della connessione (se l’apparecchio si connette in Italia, allora la tassabilità spetta all’ordinamento italiano) identificata dall’internet protocol: soluzione che lascia non pochi dubbi di natura tecnica e politica.

In secondo luogo, e più importante per il sistema paese, la tassazione dei servizi digitali dovrebbe conciliare equità fiscale e politica industriale. Come Roberto Liscia, Presidente di Netcomm, ha ricordato, un aspetto chiave concerne la protezione delle imprese. La web tax andrebbe a incidere sulla catena produttiva, comportando maggiori costi per le piccole medie imprese disincentivandone l’espansione e gli investimenti. Iniziative unilaterali, oltre ai rischi di doppia tassazione, vanno a penalizzare le aziende europee nei confronti di quelle extra europee, nei confronti delle quali i paesi non dispongono di mezzi legali per garantirne l’applicabilità.

Su quest’ultimo punto, quello della desiderabilità politica ancor prima che economica della misura, l’Independent commission for the reform of international corporate taxation vede nelle iniziative unilaterali uno strumento di pressione politica nei confronti dei Paesi che si oppongono ad una riforma “complessiva e coordinata in sede OCSE”. Non può, tuttavia, non suscitare perplessità una proposta – modellata su quella francese – che, tuttavia, non ne ricalca precisamente la portata e, giungendo in una fase successiva e più avanzata del dibattito in sede OCSE poco aggiunge nell’evidenziare l’urgenza di una soluzione globale.

Segnali europei

La Commissione europea, mentre proseguono le discussioni con il Consiglio in materia di tassazione, supporta la soluzione internazionale in sede OCSE senza fare mistero che, qualora l’iniziativa non dovesse portare a risultati concreti entro la fine del 2020, si attiverà per addivenire ad una soluzione europea. Così parlò il vicepresidente esecutivo Margrethe Vestager: visione sottoscritta in pieno dal prossimo Commissario agli Affari Economici Paolo Gentiloni.

Nel frattempo, nel corso della plenaria del Parlamento europeo appena conclusasi a Strasburgo, i parlamentari europei hanno approvato una risoluzione che chiede significativi passi avanti ai governi dei paesi membri nell’ambito di un’iniziativa che obbligherebbe le imprese multinazionali a rivelare dove paghino le tasse e la portata dei profitti. La risoluzione, per quanto non vincolante, obbligherà il Consiglio a rispondere. La risoluzione – supportata ad ampia maggioranza da democratici, popolari e liberali – riprende una proposta della Commissione Europea datata 2016 che invocava maggiore trasparenza, accountability e responsabilità sociali da parte delle imprese multinazionali con ricavi annuali di almeno 750 milioni di euro.

Come la relatrice della misura, la democratica austriaca Evelyn Regner ha espresso con chiarezza come “spesso le imprese multinazionali non pagano abbastanza tasse” aggiungendo che “è dovere delle imprese informare con chiarezza i cittadini su quanto e dove paghino in tasse”.

Gli Stati membri, ha anticipato la Presidenza finlandese, presentano posizioni diverse in materia e sarà necessario tempo per poter rispondere alla risoluzione del Parlamento. Preludio questo di una dinamica destinata a ripetersi qualora la discussione europea sulla tassazione dell’economia digitale dovesse rientrare nel vivo.

Il requisito dell’unanimità in sede di Consiglio resterà un ostacolo insormontabile a qualunque misura comune europea in misura di tassazione. Ma, come la Commissione scriveva in una comunicazione dello scorso gennaio, “se le politiche fiscali europee vogliono esprimere il loro vero potenziale, il processo decisionale deve essere adattato ad un Mercato Unico con economie altamente integrate” perché in un mondo di “attività digitali e immateriali, la politica fiscale non può più essere gestita solo all’interno dei confini nazionali”.

Il ruolo dei paesi di piccole dimensioni si presente a parti invertite sul piano internazionale. Se in Europa le iniziative sono frenate dall’opposizione di Stati membri che beneficiano dell’influsso di capitali grazie ad un aliquota media sulle multinazionali del 12,5% (a fronte di una media europea del 23%), quando la discussione si sposta su scala globale occorrerà tenere in conto l’effetto che potrebbe avere sui paesi in via di sviluppo l’introduzione di un livello minimo di imposizione su scala globale.

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OECD Corporate Tax Statistics

Con un’Europa sempre più attenta a trasparenza, sostenibilità ed equità delle misure delle imprese multinazionali e con un proliferare di soluzioni di breve periodo a livello nazionale, ivi inclusa la nostrana web tax, tanto Bruxelles quanto Roma dovranno adoperarsi maggiormente per connettere le misure fiscali con il rilancio industriale del Paese e dell’Europa.

La proposta OCSE sul secondo pilastro aiuterà a fare maggiore chiarezza sull’effettiva percorribilità del progetto entro la fine del 2020. Il direttore del centro di politica e di amministrazione fiscale dell’OSCE Pascal Saint Amans ha ricordato come obiettivo sia dell’organizzazione sia evitare situazioni di elusione fiscale e double non taxation. Altrettanto importante sarà anche garantire che le disposizioni nazionali ‘tramontino’ effettivamente una volta trovata la quadratura del cerchio in sede OCSE.

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