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Web tax: così si deprime il mercato e si danneggia il Made in Italy

Netcomm è favorevole all’applicazione di un’imposta sulle società che operano nel mercato digitale, purché sia basata sui profitti e non sui fatturati e a parità di condizioni nel contesto fiscale. Così com’è concepita, la web tax farà lievitare i costi per PMI e consumatori, frenando la crescita delle imprese

23 Ott 2019
Roberto Liscia

Presidente Netcomm


La nuova web tax introdotta con l’ultima legge di Bilancio si presenta come un’ennesima tassa che deprimerà ulteriormente il mercato, riversandosi sulle imprese italiane, mediamente di piccole dimensioni, che presentano un saldo digitale negativo. Le conseguenze saranno pesanti: si stimano 17 mila addetti a rischio in tre anni e una riduzione fino a 2 miliardi di euro in termini di livelli produttivi.

Il giudizio di Netcomm sulle ultime indicazioni in tema web tax è, quindi, negativo: la proposta rappresenta un’iniziativa iniqua per il contesto italiano, in cui sono 20 mila le aziende che utilizzano piattaforme online per vendere le loro merci.

A rischio la competitività del Made in Italy e delle imprese Ue

È chiaro che un’ulteriore tassa, come quella prevista, sarebbe un costo eccessivo per la stragrande maggioranza. Siamo contrari all’ipotesi di una web tax non armonizzata a livello europeo e lo siamo ancora di più quando vediamo a rischio le possibilità per le imprese del nostro Made in Italy di competere sui mercati globali. Siamo al passo opposto rispetto ad alcuni esecutivi del passato, in cui si ventilava l’idea di finanziare le imprese tese all’internazionalizzazione.

Le attuali norme sulla tassazione delle società non sono adatte alle realtà della moderna economia e certamente questo è un problema globale che richiede una soluzione globale. Netcomm è uno dei membri fondatori dell’Associazione Europea del Commercio Elettronico, Ecommerce Europe, che rappresenta gli interessi di oltre 75.000 aziende che vendono beni e/o servizi online ai consumatori in Europa. Dal nostro ruolo di esperti del settore e-commerce, siamo favorevoli all’applicazione di un’imposta sulle società che operano nel mercato digitale, purché essa sia basata sui profitti e non sui fatturati e a parità di condizioni nel contesto fiscale, così che le imprese siano tassate in modo equo e non discriminatorio.

La portata applicativa della norma è ampia poiché inserisce una gamma estremamente vasta di servizi digitali che sono divenuti ormai una componente essenziale e imprescindibile per l’economia italiana e, soprattutto, nell’attività lavorativa di tutti i giorni (cloud computing, sviluppo software, servizi pubblicitari sul web, e-Learning, ecc.), coinvolgendo sempre più imprese. I merchant europei e, a seguire, i consumatori saranno coloro che sosterranno il peso economico maggiore: il costo della tassa si rifletterà inevitabilmente lungo la catena di approvvigionamento, con maggiori costi per le PMI e di conseguenza per i consumatori, frenando la crescita delle imprese e gli investimenti, con effetti dannosi sulla competitività delle aziende e perdita di posti di lavoro.

Un altro aspetto che deve essere considerato è la protezione delle imprese: la web tax metterà inevitabilmente le aziende europee in una posizione di svantaggio rispetto a quelle non UE, perché attualmente non disponiamo di mezzi legali per garantire l’applicabilità della tassa nei confronti di società fuori dai confini europei. Le imprese e in particolare le PMI, alla base del tessuto economico italiano, devono poter crescere e innovare: la web tax disincentiverebbe la loro espansione e gli ulteriori investimenti, ancora una volta con effetti dannosi sulla competitività dell’UE e perdita di posti di lavoro.

Le conseguenze di una nuova tassa sulle imprese italiane

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Insieme a Prometeia abbiamo voluto analizzare gli effetti di una nuova tassa sull’ecosistema delle imprese italiane, attraverso la formulazione di diversi scenari, che hanno evidenziato un potenziale impatto negativo sulle attività delle imprese dell’e-commerce in Italia e i relativi livelli di occupazione. Si pensi che nell’ipotesi più avversa – di traslazione completa dell’imposta, maggiore elasticità della domanda ai prezzi, effetti sugli investimenti e base imponibile più ampia – nell’arco di un triennio si stima una riduzione fino a 2 miliardi di euro in termini di livelli produttivi e una perdita di quasi 17.000 addetti rispetto allo scenario base senza imposta. Ma anche nel quadro migliore i livelli mostrano una diminuzione di produttività di circa 164 milioni di euro e una riduzione dell’occupazione di circa 1.550 addetti.

I dati della ricerca riflettono le preoccupazioni più volte espresse da Netcomm in merito all’applicazione di una tassazione che contribuirebbe ad allargare il gap sulla competitività con gli altri paesi europei e sui mercati internazionali. La web tax ha in sé diversi elementi recessivi che si tradurrebbero nell’aumento dei prezzi per i consumatori e in un decremento dell’occupazione. Non dimentichiamo che il settore dell’e-commerce in Italia da diversi anni continua a crescere a due cifre rispetto al canale fisico, facendo registrare una bilancia positiva dell’export e contribuendo a creare posti di lavoro con un alto livello di alfabetizzazione.

Un approccio globale per evitare asimmetrie

Come consorzio del commercio digitale italiano sosteniamo da sempre che la tassazione dell’economia digitale debba essere affrontata con una visione globale che tenga conto del quadro fiscale internazionale al fine di evitare gravi asimmetrie competitive tra singole imprese e Stati. In tale scenario riteniamo che l’OCSE rappresenti l’Organizzazione più adeguata per stimolare tali riflessioni e guidare la riforma in collaborazione con le Autorità europee. È per tali ragioni che riteniamo quanto mai opportuno – come affermato più volte – evitare azioni unilaterali da parte dei singoli Paesi posto che potrebbero avere gravi impatti sulle imprese ostacolando l’adozione o lo sviluppo delle nuove tecnologie da parte delle imprese stesse.

Alla luce dei chiari progressi dell’OCSE, non possiamo dunque esimerci dal chiedere maggiore coerenza con le politiche di sviluppo nazionali ed europee, miglior supporto alle imprese nazionali e garanzie di equità competitiva con quelle straniere, anche attraverso un sistema impositivo fiscale equo, sostenibile e basato sul reddito. Ribadiamo pertanto la nostra contrarietà a sistemi di imposizione indiretta che, da un punto di vista cross-border, si traducono quasi in dazi doganali, dovendo invece preferire meccanismi di imposizioni basate sul reddito effettivo. Raccomandiamo quindi al Governo italiano di sospendere eventuali azioni unilaterali ricercando lo sviluppo di linee coerenti con il quadro internazionale nell’interesse del Sistema Paese.

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