Il 16 settembre, nell’aula del Parlamento europeo a Strasburgo, Ursula von der Leyen si è rivolta al premier canadese Mark Carney, primo capo di governo straniero mai invitato al discorso sullo stato dell’Unione, e gli ha proposto di lavorare insieme per aprire al Canada la strada verso lo status di primo membro associato dell’Unione europea. Applausi a scena aperta, abbracci in favore di telecamere.
Poi, la domanda che un diplomatico europeo ha posto ai cronisti con disarmante franchezza: nessuno sa davvero che cosa significhi “membro associato”. I trattati non prevedono alcuna forma di associazione di questo tipo, l’adesione piena è preclusa a uno Stato non europeo, e qualunque partenariato con un Paese terzo richiede l’assenso delle capitali.
Insomma, siamo davanti a un titolo in cerca di contenuto, e il contenuto dovrebbe arrivare al vertice Canada-UE di Montréal, il 29 e 30 ottobre.
Indice degli argomenti
UE e Canada al vertice di Montréal sull’intelligenza artificiale
Tra i capitoli annunciati c’è l’intelligenza artificiale, e qui la retorica rischia di correre più in fretta della realtà. Si parla di “allineamento normativo” come se una delle due parti avesse un quadro compiuto da offrire all’altra. Non è così. Montréal metterà allo stesso tavolo due cantieri aperti: un Canada che dopo il fallimento della sua legge sull’IA ha scelto di non averne una generale, e un’Unione che ha una legge generale ma ne ha appena rinviato la parte più impegnativa.
Allineare due cantieri si può, ma conviene sapere che cosa manca a ciascuno, prima di decidere chi debba copiare chi.
Le regole canadesi tra rinvii e misure settoriali
Ottawa ci aveva provato per prima. L’Artificial Intelligence and Data Act, presentato nel 2022, è decaduto nel gennaio 2025 dopo due anni di critiche: troppo affidato ai regolamenti futuri, troppo concentrato nelle mani del ministero dell’Industria, limitato al settore privato.
Il governo Carney ha scelto di non ripresentarlo. La strategia nazionale AI for All, pubblicata a giugno, affida la governance dell’IA a una combinazione di strumenti esistenti e di misure settoriali. Un mosaico. Una legge sulla sicurezza di social e chatbot vieta le piattaforme ai minori di sedici anni. Il Protecting Privacy and Consumer Data Act, terzo tentativo in sei anni di sostituire la legge federale sulla privacy del 2000, riconosce la privacy come diritto fondamentale e introduce obblighi di trasparenza sull’uso di sistemi automatizzati. C’è anche un nuovo reato per punire i deepfake sessuali.
Evan Solomon, ministro dell’Intelligenza artificiale e dell’innovazione digitale, si dice “estremamente fiducioso”. Il calendario parlamentare racconta un’altra storia: i testi principali sono fermi alla prima lettura da giugno. Michael Geist, titolare della cattedra di ricerca canadese in diritto di internet all’Università di Ottawa, stima che la nuova disciplina della privacy potrebbe andare a regime solo nel 2030.
Non è pigrizia, è una linea politica. Solomon vuole tenersi a metà strada tra due poli. Da un lato Stati Uniti e Cina, che vedono in ogni regola un freno. Dall’altro un’Europa, accusata di soffocare l’innovazione. Al ministro serve un’Europa partner, non un’Europa maestra.
L’AI Act europeo con il freno a mano tirato
Bruxelles ha sulla carta ciò che al Canada manca: l’AI Act. Ma il suo cuore sono gli obblighi per i sistemi ad alto rischio, quelli usati per assumere, valutare studenti o concedere un mutuo.
Dovevano scattare il 2 agosto 2026 e non sono scattati. Il pacchetto di semplificazione chiamato Omnibus digitale li ha spostati a dicembre 2027 e, per i prodotti già regolati come i dispositivi medici, ad agosto 2028.
Prendiamo due candidati scartati da un software di selezione del personale, uno a Milano e uno a Montréal. Il primo può appellarsi all’articolo 22 del regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), che limita le decisioni interamente automatizzate. Il secondo può invocare la Legge 25 del Québec, che obbliga a dirgli che a decidere è stata una macchina.
Il risultato è che chi oggi subisce una decisione algoritmica su un mutuo o un’assunzione è protetto, su entrambe le sponde dell’Atlantico, soprattutto dalle vecchie leggi sulla privacy, non dalle nuove leggi sull’IA.
I ritardi normativi che frenano l’allineamento tra UE e Canada
Il confronto non produce un primo della classe e un ritardatario, ma tre fragilità in comune.
La prima riguarda la tempistica. Ottawa ha leggi presentate e non approvate, con un regolatore che nascerà, se tutto va bene, a fine decennio; Bruxelles ha una legge approvata e rinviata, con le parti più incisive spostate al 2027 e al 2028.
La seconda è l’architettura dei controlli. Il Canada accentra privacy e sicurezza online in un’unica super commissione e sottrae competenze al Commissario alla privacy, un organo indipendente con venticinque anni di esperienza. L’Italia, con la legge 132, ha affidato la vigilanza sull’IA non al Garante per la protezione dei dati personali, ma a due agenzie governative, l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN). Due sistemi diversi, la stessa scelta di fondo: allontanare il controllo dalle autorità indipendenti che avevano maturato competenza sui dati.
La terza riguarda i modelli di frontiera, cioè proprio il terreno su cui von der Leyen ha nominato il Canada. Qui entrambe le parti si affidano a strumenti volontari: il codice di condotta canadese sull’IA generativa da un lato, il codice di buone pratiche per i modelli di uso generale dall’altro, che l’AI Act rende rilevante ma che le imprese sottoscrivono per scelta.
La cooperazione UE-Canada sull’intelligenza artificiale alla prova dei fatti
L’allineamento possibile, dunque, non è legislativo, ma pratico. Tre esempi. Oggi una società di Toronto che fa verificare il proprio modello dal Canadian AI Safety Institute deve ricominciare da capo per vendere in Europa. Un protocollo comune con l’Ufficio europeo per l’IA permetterebbe di sostenere l’esame una volta sola, con validità su entrambe le sponde, come già avviene per diversi prodotti industriali.
Immaginiamo una chatbot che comincia a dare consigli pericolosi agli adolescenti dell’Ontario. Con un sistema di allerta precoce, la segnalazione arriverebbe a Bruxelles prima che lo stesso modello faccia danni a Lione o a Bologna. L’Europa lo fa da decenni con gli alimenti contaminati, ed è ciò che von der Leyen ha evocato a Strasburgo.
Infine, gli appalti. Il Cloud and AI Development Act è la proposta con cui la Commissione vuole ridurre la dipendenza della pubblica amministrazione da cloud e IA stranieri. Il testo apre una porta ai Paesi terzi “associati”. In concreto, un ministero tedesco o una regione italiana potrebbero affidare dati delicati a un fornitore canadese senza violare le nuove regole sulla sovranità.
Per passare quella porta servono però tre requisiti: il riconoscimento europeo che la privacy canadese è adeguata; nessuna legge che consenta a Ottawa di ordinare ai fornitori di interrompere il servizio; un mercato aperto alle imprese europee.
Il Canada l’adeguatezza la possiede dal 2001. La nuova legge sulla privacy, però, cambiando i controllori, costringerà Bruxelles a riesaminarla. La riforma della privacy, insomma, è il biglietto d’ingresso.
L’industria accelera la cooperazione tra Canada ed Europa sull’IA
Mentre i governi cercano le parole, le imprese firmano. Il 16 settembre, lo stesso giorno del “pas de deux” tra von der Leyen e Carney a Strasburgo, Cohere ha firmato l’accordo definitivo per incorporare la tedesca Aleph Alpha.
Cohere è il principale sviluppatore canadese di modelli linguistici per le imprese. Il nuovo gruppo avrà sedi a Toronto e Berlino, un impegno di 500 milioni di euro dal gruppo Schwarz, proprietario di Lidl, e i server sul cloud dello stesso gruppo. È l’esempio più concreto di sovranità digitale atlantica: un modello canadese-tedesco, su server europei, per clienti che non vogliono dipendere dai giganti americani.
Con un asterisco ben visibile. Il CLOUD Act statunitense consente alle autorità americane di chiedere dati ai fornitori sotto la loro giurisdizione. Guarda a chi controlla il fornitore, non a dove si trovano i server, e il nuovo gruppo opera anche negli Stati Uniti.
LoiZéro e la tecnologia sovrana tra Canada e Germania
Sempre il 16 settembre, a Montréal, Canada e Germania hanno stanziato 300 milioni di dollari canadesi per LoiZéro. È l’organizzazione senza scopo di lucro fondata da Yoshua Bengio, premio Turing e fondatore dell’istituto di ricerca Mila, che aprirà un ufficio a Berlino.
“Nessun Paese può costruire l’AI da solo”, ha detto Solomon presentando l’iniziativa insieme a Karsten Wildberger, ministro federale tedesco per la Trasformazione digitale; l’intesa segue l’Alleanza per la tecnologia sovrana firmata dai due governi a febbraio alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza e poi aperta a Norvegia e Finlandia.
Bengio ripete la stessa diagnosi da un anno, con meno diplomazia. “Il Canada è troppo piccolo da solo per avere influenza”, aveva detto nell’ottobre 2025, invitando Ottawa a stringere partenariati con l’Unione e gli altri alleati per scrivere regole comuni e sviluppare sistemi più sicuri.
Bengio chiede da tempo ciò che nessun governo ha ancora messo per legge: verifiche indipendenti e obbligatorie sui modelli. Per ora, a Ottawa come a Bruxelles e a Washington, il controllo dei modelli resta una gentilezza delle imprese.
Cloud e capacità di calcolo restano il punto debole
Resta infine la fragilità che le due sponde condividono e di cui si parla meno: il calcolo.
Secondo le stime del rapporto sul futuro della competitività europea redatto da Mario Draghi, riprese dalla stessa Virkkunen, circa il 70% del mercato europeo del cloud e dell’IA è in mano ai grandi fornitori statunitensi, e il Cloud and AI Development Act punta a triplicare la capacità dei centri dati europei entro il 2030.
Il Canada ha stanziato 705 milioni di dollari per un nuovo supercalcolatore e quasi 342 milioni per l’Alleanza per la ricerca digitale del Canada (Digital Research Alliance of Canada): cifre rispettabili, ma di un altro ordine di grandezza rispetto agli investimenti dei colossi americani.
Il precedente di Element AI, fondata a Montréal come campione nazionale con ampio sostegno pubblico e venduta nel 2020 all’americana ServiceNow, ricorda che senza capitale e infrastruttura proprie la sovranità finisce in un’acquisizione.
L’Italia tra cooperazione UE-Canada sull’IA e mancata ratifica del CETA
Resta un paradosso tutto nostro. Bruxelles offre al Canada uno status che i trattati non prevedono. L’Italia, intanto, non ha ancora ratificato l’accordo che i trattati prevedono eccome: il CETA, l’accordo economico e commerciale globale tra UE e Canada, applicato in via provvisoria dal 2017 e fermo nel nostro Parlamento dal 2018.
In buona compagnia, peraltro: il Parlamento cipriota l’ha bocciato nel 2020 e il Senato francese nel 2024, anche se nessuno dei due governi ha notificato il rifiuto a Bruxelles. L’Italia, però, non l’ha nemmeno messo ai voti. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani assicura che il governo vuole chiudere al più presto, senza indicare date. Carlo Fidanza, eurodeputato di Fratelli d’Italia, ammette che prima delle elezioni le possibilità sono poche.
Nel frattempo, secondo i dati della Camera dei deputati, l’interscambio con il Canada è cresciuto di oltre il 60%.
A Montréal, Roma potrebbe portare un’esperienza vera: la prima legge nazionale sull’IA dell’Unione. Ma è difficile proporsi come alleato strategico di un Paese con cui non si è ratificato nemmeno l’accordo commerciale firmato dagli altri partner europei.
Prima di discutere chi debba allinearsi a chi sull’intelligenza artificiale, forse converrebbe allinearsi con sé stessi.



























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