il quadro di fine anno

Sanità digitale, a che punto siamo. Corso: “Ecco le tre priorità 2018”

Il 2017 è quindi stato un anno positivo per la sanità digitale, sia per i progressi fatti nel FSE che nella ricetta elettronica, ma per essere soddisfati nel 2018 bisogna puntare su tre fattori: rafforzare la governance, rendere meno rigido il sistema di procurement e investire sulle competenze digitali

18 Dic 2017
Mariano Corso

Member of the Scientific Board at Osservatori Digital Innovation Polimi, Scientific Director at P4I

Chiara Sgarbossa

Direttore Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano

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Il 2017, secondo quanto definito dal piano “Strategia per la crescita digitale 2014-2020”, avrebbe dovuto essere l’anno di attuazione delle diverse azioni per la digitalizzazione della Sanità italiana, come, ad esempio, lo sviluppo del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) nelle diverse regioni italiane e il completamento del processo di dematerializzazione delle ricette.

A pochi giorni dalla fine del 2017 è possibile fare un bilancio di quanto è stato fatto sulla Sanità digitale e di quanto, invece, resta incompiuto e deve diventare prioritario per il 2018.

Cominciamo dai fatti positivi.

  1. Nel 2017 molte Regioni italiane si sono mosse per sviluppare i progetti di Fascicolo Sanitario Elettronico. Ad oggi, secondo quanto monitorato da AgID sul sito, 16 Regioni hanno un FSE attivo, con oltre 11 milioni di Fascicoli attivati. Le Regioni/Province Autonome in cui si registra un più elevato livello di attivazione dei FSE da parte dei cittadini sono la Provincia Autonoma di Trento (il 97% della popolazione lo ha attivato), Friuli Venezia Giulia (79%), Lombardia (66%), Toscana (60%) e Valle d’Aosta (50%). Rispetto al livello di utilizzo da parte dei MMG/PLS, le più virtuose sono Provincia Autonoma di Trento e Valle D’Aosta, dove la totalità dei medici lo ha utilizzato, seguite da Lombardia, Emilia Romagna, Puglia e Sardegna dove si sfiora il 100%.
  2. È proseguito il processo di dematerializzazione delle ricette. Secondo i dati diffusi da Promofarma a maggio sono state prodotte 42,2 milioni di prescrizioni dematerializzate, pari all’82,75% del totale. Interessante rilevare che la ricetta elettronica, ormaipresente in tutte le regioni italiane, presenta livelli di diffusionesuperiori in Campania e Sicilia, che pure non hanno ancora implementato il FSE.
  3. A fine maggio, dopo molti mesi di attesa, è stato pubblicato il Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica amministrazione 2017–2019, che ha costituito un passo importante per dare un indirizzo architetturale coerente e unitario ai piani di digitalizzazione delle PA. Nel Piano trova spazio anche una sezione dedicata alla Sanità, che rappresenta uno degli Ecosistemi della PA, nella quale si mette in luce quanto sia rilevante portare a termine lo sviluppo dei FSE nelle varie regioni (anche se la scadenza è stata posticipata alla fine del 2018).
  4. Dopo oltre un anno dall’approvazione in Conferenza Stato-Regioni del Piano Nazionale Cronicità (PNC), a ottobre è stato consegnato alle Regioni il “Manuale d’istruzioni, con la lista degli strumenti che consentiranno di verificare i dati e di procedere all’opportuna attività di benchmarking”. Il piano, che dovrebbe quindi entrare nella sua fase esecutiva, consentirà di migliorare la cura e la qualità della vita delle persone affette da malattie croniche, anche attraverso soluzioni digitali come la Telemedicina.

A fronte di questi passi avanti, occorre mettere in luce alcuni elementi di potenziale criticità.

I FSE rischiano di diventare dei semplici contenitori di scarsa utilità per il cittadino e per gli operatori sanitari, se il loro sviluppo non viene visto concepito e inserito nel quadro di un percorso di digitalizzazione dei processi e dei servizi sanitari. Lo testimonia il basso livello di utilizzo dei FSE da parte dei MMG nella maggior parte delle regioni italiane: in 10 regioni in cui il FSE è attivo meno di un medico su quattro ha utilizzato il FSE. È un segnale di quanto il FSE non sia ancora visto come una piattaforma di servizi utili per il medico, ma spesso come un adempimento normativo.

Rispetto al processo di dematerializzazione delle ricette, occorre, invece, far notare che ad oggi solo la Provincia Autonoma di Trento ha completamente digitalizzato le prescrizioni, mentre in tutti gli altri casi è ancora presente un promemoria cartaceo che il cittadino deve ritirare dal proprio medico. Dalla ricerca svolta dall’Osservatorio Innovazione Digitale in collaborazione con la FIMMG è emerso che l’85% dei medici auspica la scomparsa del promemoria cartaceo della cosiddetta ricetta “dematerializzata”. I MMG si attendono che tale scomparsa comporterebbe un’agevolazione per i pazienti nell’approvvigionamento delle terapie continuative, un aumento del tempo a disposizione del medico per dedicarsi ad aspetti più qualificanti della professione e una complessiva riduzione dei flussi ambulatoriali dei pazienti. Non pensano, invece, che ci sia il rischio per i pazienti di non ricevere i medicinali prescritti in caso di malfunzionamento del sistema.

Infine, le ricerche dell’Osservatorio hanno messo in luce come il percorso di digitalizzazione dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) per garantire una migliore continuità di cura, soprattutto ai pazienti cronici, sia solo iniziato. Ad oggi le soluzioni che abilitano l’interscambio informatizzato di dati e documenti sui pazienti attraverso PDTA sono ancora poco diffuse, seppur in crescita rispetto a quanto rilevato nel 2016: il 28% delle aziende lo fa all’interno di una rete di patologia, il 22% con altre aziende ospedaliere e il 16% con i MMG, mentre solo una minoranza con strutture che erogano cure intermedie (14%) o servizi socio-sanitari e/o socio/assistenziali (8%). Anche i servizi di Telemedicina sono ancora poco diffuse tra le strutture sanitarie italiane a solitamente si tratta di progetti sperimentali: le soluzioni di Tele-monitoraggio, ad esempio, sono presenti solo nel 39% delle aziende del campione, ma solo nel 10% di queste con servizi a regime.

Il 2017 è quindi stato un anno positivo per la Sanità digitale, ma non possiamo ancora ritenerci soddisfatti. Occorre intervenire in modo sostanziale su tre fattori, affinché nel 2018, si possa attuare il rinnovamento tecnologico e organizzativo che da anni ci aspettiamo:

  • Rafforzare la Governance a livello centrale o, almeno, a livello regionale: ciò consentirebbe di evitare la frammentazione nellescelte relative all’organizzazione dei servizi sanitari e alla loro digitalizzazione e di perdere efficienza e sinergie.
  • Rendere meno rigido il sistema di Public Procurement: il nuovo Codice dei Contratti Pubblici, approvato nell’aprile 2016 e da molti salutato come lo strumento che avrebbe facilitato una maggiore e migliore collaborazione tra pubblico e privato per la diffusione del digitale, si è rivelato ad oggi un generatore di incertezze interpretative e rigidità delle procedure che hanno rallentato le gare e frenato i progetti di innovazione.
  • Investire sulle competenze digitali di cittadini, medici e dirigenti sanitari: ciò consentirebbe di aumentare la cultura digitale sia tra gli utenti del digitale sia tra coloro che devono definire piani e azioni per l’innovazione digitale. Ad oggi, nonostante la consapevolezza dell’importanza del digitale per gli operatori sanitari, l’insegnamento di temi legati al digitale non trova spazio nelle scuole di specializzazione in ambito sanitario e non ci sono iniziative rilevanti a livello di sistema per colmare questi gap di competenza.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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