Il punto

Brevetti e copyright, cambiare dopo il covid: più umanità, meno soldi

Arricchimento personale o diffusione di benessere e cultura: questo è il problema al centro del dibattito sulla tutela brevettuale dei vaccini anti Covid. E non solo, in quanto la stessa dinamica coinvolge anche il tema della protezione del copyright. Serve una nuova posizione di compromesso. Come suggerisce il Papa

16 Apr 2021
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

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Tiene banco il dibattito sui vaccini anti Covid, con relativa tutela brevettuale. La disuguaglianza e la spasmodica ricerca del profitto sembrano essere i ragionamenti sottintesi, che aleggiano nei vari discorsi come ombre cupe, a testimoniare come l’interesse privato appaia avere la meglio su quello collettivo. La stessa dinamica sta avvenendo sul fronte della tutela del copyright. Nello scontro in atto tra editori e giganti del web sul diritto d’autore e, di conseguenza, sulla libertà di stampa, più che la tutela dei consumatori sembra essere infatti l’interesse privato il filo conduttore della diatriba.

Un punto di svolta potrà vedersi forse nelle prossime settimane; il covid-19 ha fatto da perno a un ripensamento dei massimi sistemi in materia, verso l’esigenza di un riequilibrio a favore di valori umani e interessi collettivi.

L’organizzazione mondiale del commercio il 6 giugno prossimo si riunirà per decidere se ricorrere all’articolo 9 del regolamento che consente di sospendere i diritti di proprietà nel commercio internazionale. Oltre cento Paesi hanno sottoscritto un appello in tal senso promosso da Sud Africa e India, a cui si sono aggiunti i premi Nobel Muhammad Yunus e Joseph Stiglitz. Gli Stati Uniti e le grandi case farmaceutiche si oppongono.

Sul fronte copyright, il tavolo da vedere è invece quello del recepimento della direttiva copyright, entro l’estate.

Il punto della situazione

Dalla salute alla cultura e all’accesso alle informazioni, c’è qualcosa che stona. Nel mondo si sta combattendo una vera e propria battaglia tra governi e multinazionali (colossi del web e big pharma). Uno scontro che ripropone il tema del potere che questi colossi hanno ormai raggiunto, al punto di ricattare stati e governi. Due questioni complesse, che mettono intere nazioni di fronte a dilemmi da risolvere e alla necessità di trovare un compromesso tra interesse collettivo e interesse privato.

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Le strade sono difficili da percorrere, tuttavia gli esempi da cui farsi ispirare non mancano. Sul fronte della salute, Albert Sabin rivelò, in un’intervista rilasciata nel 1992, le ragioni umanitarie che lo avevano spinto a non brevettare il vaccino antipolio per inseguire la ricchezza personale. Sul fronte dell’informazione, Wikipedia ha da poco festeggiato i 20 anni dalla fondazione e in tutti questi anni, pur con tutti i suoi limiti, ha diffuso cultura in maniera condivisa, con il solo obiettivo di essere utile per gli utenti. Un modo di vivere il web secondo l’idea originaria. Roba d’altri tempi? Forse, ma oggi dobbiamo sapere che modello di società vogliamo diventare e in quale direzione orientare le leggi del mercato, perché sulla base delle scelte di oggi dipenderà il futuro delle prossime generazioni.

Libertà di stampa: il caso di Facebook e il Parlamento australiano

La battaglia ingaggiata dal parlamento australiano contro Facebook è l’ennesima puntata in una storia che continua ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e dove a pagarne le spese maggiori molto probabilmente sarà il pubblico australiano, il quale dovrà accontentarsi di un’informazione filtrata e parziale.

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Il contesto è dei più spinosi: mentre le testate giornalistiche in tutto il mondo subiscono un costante declino, piattaforme digitali come Facebook e Google hanno il potere di decidere cosa pubblicare e con quale livello di priorità. Di conseguenza, la domanda che diversi legislatori si sono posti è sorta spontanea: non sarebbe giusto che i giganti del web paghino gli editori per poter condividere i loro contenuti su Internet?

Il parlamento australiano ha così deciso di legiferare in tal senso, approvando una legge, conosciuta ufficialmente come News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code, che richiederà alle piattaforme digitali come Facebook e Google di pagare i media locali e gli editori per collegare i loro contenuti ai feed di notizie o nei risultati di ricerca.

Facebook, come atto di ritorsione contro il disegno di legge, ha inizialmente deciso di bloccare le condivisioni di notizie, impedendo agli utenti di accedere tra l’altro a pagine di utilità pubblica come siti di servizi sanitari e governativi. Insomma un vero e proprio atto di ritorsione a danno dell’utenza. Anche Google aveva minacciato Canberra di limitare i suoi servizi per i cittadini australiani.

A quel punto il governo australiano è dovuto intervenire con una serie di emendamenti dell’ultima ora che hanno ridimensionato la portata della legge. In sostanza, l’Australia diventerà il primo paese in cui un arbitro nominato dal governo può decidere il prezzo finale che ciascuna piattaforma dovrà pagare agli editori di notizie, a condizione che un accordo commerciale non possa essere raggiunto in modo indipendente. Infatti, il codice si applicherà unicamente nel caso in cui non sia stato raggiunto un accordo con gli editori, il che dà ai giganti del web il potere discrezionale di decidere quando e con chi sedersi al tavolo delle trattative. Inoltre, sono state cambiate le tempistiche per i negoziati, concedendo più libertà e più tempo ai colossi digitali per scegliere quale editore sostenere e se sostenerlo.

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È prevista poi la possibilità di ricorrere al meccanismo dell’arbitrato solo dopo due mesi di trattative infruttuose tra i colossi dell’internet e gli editori, rendendolo di fatto una “ultima spiaggia” che sarà utilizzata in maniera estremamente rara. Da ultimo, è stata eliminata la clausola di “non-differenziazione”. Ciò significa che Facebook potrà decidere di pagare in modo diverso le testate, senza criterio di equità e senza alcun controllo esterno. Notizie anti-scientifiche, come la negazione del cambiamento climatico, potranno essere pagate molto di più di notizie di interesse pubblico, offerte però da testate minori.

Ottenute queste importanti modifiche, Facebook ha deciso di ripristinare le pagine di notizie, dichiarando che il governo australiano ha chiarito che “la società tecnologica manterrà la capacità di decidere se le notizie appaiono sulla sua piattaforma in modo che non siano automaticamente soggette a una negoziazione forzata”. Anche Google, che inizialmente aveva minacciato di ritirare la sua funzione di ricerca dall’Australia, nelle ultime settimane ha raggiunto una serie di importanti accordi commerciali con editori australiani, compreso il conglomerato mediatico di proprietà della famiglia Murdoch NewsCorp.

Un’occasione sprecata? In sostanza, nonostante le dichiarazioni vittoriose degli esponenti del governo australiano, a vincere sono risultati i giganti del web (che mirano ad organizzare e gestire la condivisione delle notizie) e i grandi gruppi editoriali, mentre a perdere è il pubblico australiano, il quale dovrà accontentarsi di una informazione filtrata e parziale.

Direttiva europea sul copyright, perché è importante recepirla

L’esempio australiano non è isolato. Gli amari sviluppi di questa vicenda hanno puntato i riflettori sull’Australia, ma la battaglia tra i governi nazionali e i giganti del web da tempo si combatte anche altrove. Basti pensare a Stati Uniti, Francia, India, e Canada, tra i tanti esempi. Ma anche all’Unione europea dove – due anni dopo la fine della battaglia sulla riforma del copyright – è in corso il dibattito sull’adozione del Digital Service Act

In Europa è la Francia l’esempio di riferimento. Primo paese a recepire la direttiva europea sul copyright del 2019, è stato anche il primo paese europeo in cui Google ha siglato un accordo con l’Alleanza della stampa francese (l’Apig rappresenta 300 quotidiani e settimanali). L’accordo ha stabilito i principi in base ai quali Google negozierà accordi di licenza individuali con i membri dell’Apig le cui pubblicazioni sono riconosciute come “informazioni politiche e generali”, nel rispetto dei principi stabiliti dalla legge. Si tratta di accordi di licenza che “copriranno i diritti connessi”, previsti dalla direttiva europea sul copyright.

La strada degli accordi sembra ormai la strada maestra. Anche in Italia, in attesa che il Parlamento affronti la questione e recepisca la direttiva Ue entro l’estate prossima, sono stati siglati accordi che coinvolgono 13 società editoriali italiane, consentendo agli utenti di Google Showcase di accedere ai contenuti di 76 testate nazionali e locali. All’iniziativa hanno aderito Rcs Media Group, Sole 24Ore, Gruppo Monrif, Caltagirone Editore, il Fatto Quotidiano, Libero, Il Foglio, Il Giornale, Il Tempo, Ciaopeople, Edinet, Gruppo Corriere, Citynews e Varese web. Gli accordi sono stati firmati su base individuale e, ha precisato il gruppo RCS, “tengono in considerazione i diritti previsti dall’articolo 15 della direttiva europea sul copyright in relazione agli usi specifici online delle pubblicazioni giornalistiche”.

Nessuna informazione sugli aspetti finanziari degli accordi né sui dettagli su come sarà calcolata la remunerazione. Google ha fatto sapere che i pagamenti andranno direttamente agli editori e i termini non verranno divulgati dal momento che sono strettamente riservati. Insomma la questione ritorna nelle mani dei contendenti, che potranno fronteggiarsi a suon di milioni.

La condivisione libera in rete

La tutela della proprietà intellettuale su Internet è oggi oggetto di un ampio dibattito. Attualmente e sin dai suoi sviluppi al grande pubblico, dalla metà degli anni Novanta, la rete Internet si è caratterizzata come una rete fondamentalmente “anarchica” cioè priva di regolamentazione effettiva ufficiale (ciascun utente può contribuire ai suoi contenuti secondo regole non sempre ben definite, chiare e omogenee). Secondo altri la Rete rappresenta invece un esempio di libertà di espressione e democrazia globale dei tempi moderni e per questo da tutelare.

Siamo perciò di fronte a un punto cruciale che secondo molti deve essere risolto nell’immediato futuro. Per questo, pur con tutti i suoi limiti, rimane un’impresa da applaudire quella che da poco ha festeggiato il suo ventesimo anno di attività. Si tratta di Wikipedia, l’enciclopedia online a contenuto libero nata il 15 gennaio 2001 dall’idea dei suoi fondatori Jimmy Wales e Larry Sanger. A un anno dal lancio aveva 18 edizioni in lingue diverse, per un totale di 19.598 voci. All’inizio del 2008, si contavano complessivamente oltre 7 milioni e mezzo di voci, che ha permesso a Wikipedia di entrare nel Guinness dei primati come l’enciclopedia più grande del mondo. Oggi le voci sono più di 55 milioni e le edizioni linguistiche sono oltre trecento. Un’enciclopedia online, la più grande del mondo, che ha aiutato lettori di tutto il mondo a consultare contenuti liberamente accessibili (e in continuo miglioramento) su innumerevoli campi dello scibile umano.

Con i suoi primati, innumerevoli premi e riconoscimenti, Wikipedia si è distinta per il suo contributo libero alla conoscenza e ha dimostrato che è possibile utilizzare la rete come veicolo a vantaggio dei frequentatori (come l’Internet della prima ora), e non solo come occasione opportunista di profitto.

Vaccini anti Covid: il dilemma delle vite da salvare e dei brevetti da tutelare

Lo stesso dilemma da risolvere si sta ponendo sui vaccini anti Covid. Nelle stesse ore in cui mezza Europa si interroga sull’efficacia della campagna vaccinale, i Paesi più ricchi che fanno parte dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) stanno facendo orecchie da mercante alla disperata richiesta dei Paesi più poveri per un’intesa sui brevetti per la produzione di vaccini contro il coronavirus. Un’eventuale accordo renderebbe più semplice la produzione in regioni del mondo a basso reddito, dove le campagne vaccinali faticano a partire.

È vero che la scarsità di vaccini è dovuta alla limitata capacità di produzione a livello globale, ma è anche vero che trova la sua origine nel sistema di monopoli con cui operano le case farmaceutiche, che al momento, con brevetti esclusivi, non condividono tecnologia e know-how. Se il Wto non farà un passo indietro, i Paesi più poveri si troveranno a trattare da soli, in evidente condizione di debolezza, con le case farmaceutiche. Circostanza che sposterebbe di molto l’orizzonte dell’immunità di gregge per questi paesi.

Insomma si tratta di non demonizzare l’iniziativa privata e le contestate Big Pharma, senza le quali non ci sarebbe la ricerca e non avremmo tanti brevetti, né tanto meno vaccini in così poco tempo. Al tempo stesso si tratta di irrobustire questo diritto indispensabile per il progresso, le cui basi giuridiche sarebbero socialmente più accettabili pensando a qualche tipo di eccezione o deroga. In fondo in tempi di emergenza collettiva come quello attuale, sarebbe giusto anteporre la salute pubblica al diritto dei privati di difendere i propri brevetti.

In un articolo apparso sul Corriere Economia (“Vaccini e Brevetti, la formula giusta per proteggere tutti”), Ferruccio de Bertoli ha ricordato la figura di Albert Sabin, l’inventore del vaccino antipolio, che nel corso di un’intervista rilasciata a Enzo Biagi, alla domanda che gli pose sul perché non avesse mai voluto brevettare la sua scoperta, lo scienziato rispose che voleva solo che il vaccino venisse distribuito su vasta scale e costasse poco, assicurando però un giusto profitto all’azienda produttrice. Lui non aveva mai pensato alla possibilità di arricchirsi personalmente.

Quello che stona nel dibattito sui vaccini, così come avviene, sul fronte della libertà di stampa per il copyright, è il furore ideologico che impedisce alle parti di trovare un compromesso e la spregiudicatezza di alcuni atteggiamenti opportunistici. È evidente, ma anche triste, che le diplomazie occidentali stiano ricorrendo proprio al vaccino come arma di pressione e influenza. Lo dimostra l’iniziativa lanciata da Stati Uniti, Giappone, India e Australia che, per contrastare l’egemonia cinese, hanno deciso di fornire entro il 2022 un miliardo di dosi di vaccini Johnson&Johnson ai Paesi del sud-est asiatico. In teoria una buona azione, in pratica un calcolo opportunistico.

Conclusioni

A fronte del dibattito sui vaccini e del prossimo incontro dell’organizzazione mondiale del commercio, il Papa ha parlato di internazionalizzazione dei vaccini come bene comune dell’umanità.

In un messaggio ha esortato a non far vincere le leggi del mercato sul diritto alla salute.

Anche su fronte della libertà di stampa, i Paesi europei dovranno legiferare e recepire la direttiva sul copyright entro l’estate del 2021, altrimenti la stessa produrrà i suoi effetti.

Il tema è controverso: da un lato c’è chi ritiene che la Rete, per le proprie peculiarità, debba essere un luogo di libero scambio e uso di contenuti affrancato da qualsiasi vincolo, senza però rinunciare all’uso indiscriminato della profilazione per conseguire il massimo profitto; dall’altro c’è chi difende il proprio diritto a essere equamente remunerato per il proprio lavoro intellettuale. La direttiva dell’Unione europea rappresenta una giusta maniera di conciliare le diverse esigenze e occorrerà trovare un accordo con le grandi piattaforme del web affinché rispettino la legge.

Staremo a vedere come andrà a finire. Sia sul fronte dell’informazione digitale che su quello della salute, ciò che resta da vedere, nei prossimi mesi, è quali Stati riusciranno con buon senso a tutelare interessi spesso contrapposti, quello pubblico e quello privato, scegliendo magari una strada di compromesso, senza dubbio più lunga, ma anche più meritevole di essere percorsa. Sarà una scelta difficile, con inevitabili implicazioni sul futuro modello di società che ne scaturirà. Ecco allora che torna di attualità l’annosa domanda: vale di più la borsa o la vita?

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