Dati al centro

Sanità digitale, Rizzo Nervo (PD): “PNRR occasione unica per la svolta: come colmare i ritardi”

L’Italia deve avviare processi di innovazione della sanità che hanno nell’AI e nel digitale i presupposti di cambiamento, per attivare servizi più efficienti e semplificati nella modalità di erogazione. I casi del FSE e di ARIA danno l’idea di quanto siamo ancora lontani da un modello di cura basato sui dati

30 Mar 2021
Luca Rizzo Nervo

deputato PD

sanità regione lazio ransomware - consenso informato

Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza diffusa di quanto i processi di innovazione e digitalizzazione possano essere efficaci driver di cambiamento e riforma dello Stato e conseguentemente dell’accessibilità e della qualità della performance dei suoi servizi.

Uno degli ambiti privilegiati in cui da sempre il cambiamento dei processi organizzativi e di presa in carico del bisogno è fortemente condizionato dall’evoluzione e dall’innovazione tecnologica è la Sanità, dove abbiamo assistito progressivamente ad una forte accelerazione del digitale con impatti tangibili sui servizi offerti e sulle modalità di erogazione.

Eppure, in molti ambiti la digitalizzazione della sanità è ancora largamente insufficiente.

Vediamo come si è evoluta la situazione anche in seguito alla pandemia e quali sono le aree su cui è più urgente intervenire per realizzare un modello di “connected care” basato sui dati.

Un tema che riteniamo importante e vi è dedicata la puntata del primo aprile della tv 360 on (qui per registrarsi).

Sanità, l’occasione da non perdere del PNRR

La pandemia, l’emergenza sanitaria conseguente e la pressione straordinaria sulle strutture sanitarie del Paese, nonché le soluzioni organizzative emergenziali che hanno prodotto, hanno fortemente aumentato la consapevolezza e l’attesa del management sanitario, dei professionisti sanitari in prima linea e dei cittadini sul contributo decisivo che possono offrire le tecnologie digitali nelle dinamiche di prevenzione, presa in carico, cura e assistenza. Sia per i bisogni nelle acuzie, sia per la gestione delle cronicità. Sia nella dimensione ospedaliera, sia nello sviluppo di risposte di prossimità o domiciliari.

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Serve una Sanità basata sui dati: per vaccinare e curare meglio

Questa più matura consapevolezza tuttavia non è sufficiente di per sé a far evolvere compiutamente la sanità italiana verso la cosiddetta Connected Care, ossia un sistema di salute integrato, connesso, e personalizzato attraverso l’utilizzo pieno delle potenzialità delle tecnologie digitali, l’acquisizione e gestione dei dati sanitari, ed un ripensamento dei processi di cura e assistenza in un’ ottica digitale, con una semplificazione che può incidere positivamente sulla compliance dei pazienti alle cure e ai percorsi terapeutici.

Come arrivare a una sanità data-driven

Per realizzare questa evoluzione servono una strategia nazionale, investimenti importanti in ricerca e sviluppo delle tecnologie, una organizzazione sanitaria data driven che aumenti la capacità predittiva e la medicina preventiva e di precisione, lo sviluppo della telemedicina come strumento della medicina di prossimità – in grado di sostenere l’ambizione di fare dell’Italia il primo Paese europeo per assistenza domiciliare, aumentando le prestazioni sociosanitarie offerte in un setting assistenziale domiciliare dall’attuale 4% al 6.7%, superando così la media OCSE. Serve poi consolidare lo sviluppo e l’ampliamento dei servizi del Fascicolo Sanitario Elettronico, un grande investimento per un Clinical Data Repository nazionale con una governance e una proprietà pubblica (affrontando necessariamente gli aspetti etici, legali e le necessità regolatorie che ne derivano) per portare a sintesi e organicità la quantità enorme di dati sanitari oggi raccolti in migliaia di database a scarsissima interoperabilità. Infine, vi è la necessità di un enorme sforzo formativo per offrire o aggiornare gli e-skills, le competenze digitali degli operatori sanitari da un lato e dei cittadini dall’altro. Niente meno che tutto questo.

Le risorse del Next Generation EU e la pianificazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) possono rappresentare un’occasione straordinaria e irripetibile per realizzare questo “libro dei sogni” e farne una concreta possibilità. Vi sono quasi 20 miliardi a disposizione. In particolare, quasi 8 miliardi per il progetto “assistenza di prossimità e telemedicina” e 12 miliardi sul progetto “Innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria”.

Il Ministro Speranza ha affermato che “nell’era dei big data e dell’intelligenza artificiale, è un imperativo pubblico ripensare il Servizio Sanitario Nazionale attorno a questi straordinari cambiamenti” e che “in tutti i progetti – di riforma dell’offerta sanitaria – l’innovazione digitale sarà elemento trasversale”.

Non si parte da zero. La spesa riguardante l’eHealth, che già aveva mostrato una tendenza di crescita negli ultimi anni, ha trovato una conferma nel 2019 arrivando a quasi 1,5 miliardi di euro (+3%) e nel 2020 il trend si è mantenuto costante, nonostante la crisi sanitaria. Anzi la crescita esponenziale dell’interesse per la telemedicina e le sue applicazioni per soluzioni innovative durante l’emergenza sanitaria hanno portato lungo questo anno ad una crescita importante delle sperimentazioni in riferimento sia al tele-monitoraggio, sia alla televisita.

Telemedicina alla conquista del SSN: cosa serve per un sistema di cura centrato sul paziente

Più in generale c’è fra i professionisti sanitari la convinzione che nei prossimi anni crescerà molto l’impatto sul sistema sanitario delle cosiddette terapie digitali, ossia le soluzioni tecnologiche in grado di migliorare la cura del paziente sia in modo diretto che in relazione con terapie farmacologiche ed altri dispositivi medici.

Le “falle” della sanità digitale italiana

Vi sono dunque risorse ingenti, volontà politica, sperimentazioni e il consenso di molti professionisti – anche se non mancano resistenze conservatrici – per una profonda rivoluzione digitale in ambito sanitario. Eppur tuttavia la digitalizzazione della sanità è ancora largamente insufficiente in moltissimi ambiti della sua offerta. L’Italia si posiziona al ventesimo posto nella classifica europea relativa al livello di digitalizzazione dei servizi sanitari, al di sotto, non solo dei paesi del nord Europa che sul digitale sono avanti sotto ogni punto di vista, ma dietro anche agli altri principali Stati Ue, che invece sono in rapida crescita.

Un ritardo che trova origine in una eccessiva frammentazione delle competenze tra i diversi livelli di governo coinvolti.

Manca una strategia complessiva che, oltre le singole esperienze virtuose, spinga tutto il sistema sanitario e la sua organizzazione a ridefinirsi in un’ottica digitale. E la gestione della pandemia è stata una fotografia, in molti casi impietosa, di come siano inespresse potenzialità, legate alla digitalizzazione della sanità che avrebbero aiutato ad attenuare i costi sanitari, sociali e relazionali dentro alla drammatica emergenza in corso.

È necessario uscire da logiche provinciali e parziali per riuscire a misurarsi con successo in Europa. Un limite che si estende anche ad altri settori della pubblica amministrazione italiana che avrebbe bisogno di puntare con decisione sulla digitalizzazione per aumentare l’efficienza e migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini.

Il “caso” del Fascicolo sanitario elettronico e delle prenotazioni digitali

Ed è anche necessario portare a compimento alcuni processi di digitalizzazione che non hanno ancora espresso in pieno le proprie potenzialità e sulle quali persiste una profonda differenza fra i diversi contesti territoriali e le diverse esperienze.

Il caso del Fascicolo Sanitario Elettronico è in questo senso emblematico. Nato oltre dieci anni fa, nella prima esperienza avveniristica – e ancor oggi una delle più avanzate – dell’Emilia-Romagna, si poneva l’obiettivo giusto di mettere insieme tutte le informazioni sanitarie del cittadino. Dal medico di medicina generale scelto, ai referti diagnostici, ai percorsi terapeutici e farmacologici. Ma anche e soprattutto di rendere gestibili e interrogabili questi dati in modo da costruire macroletture predittive e una programmazione sanitaria orientata dai dati.

Nelle sue recenti comunicazioni nell’Aula del Parlamento il Ministro Roberto Speranza ha affermato che vi sono 32 milioni di fascicoli sanitari elettronici registrati dai cittadini italiani. Ma in realtà sono assai di meno quelli realmente attivati, pochi gli operatori sanitari abilitati alla loro consultazione e pochissime le azioni di implementazione da parte dei medici di medicina generale e degli altri professionisti sanitari in molte realtà del Paese. Per cui i FSE, qualora siano attivati, rimangono troppo spesso pressoché vuoti. Ma il problema più rilevante è che non vi è una uniformità nazionale perché non sono gli stessi dati caricati da Regione a Regione e perché i diversi sistemi regionali “non si parlano”. Insomma, una grande intuizione che non ha fin qui trovato adeguato e uniforme sviluppo in tutto il Paese.

Finalmente sembra emergere la volontà di portare a compimento un intervento strutturale per consolidare lo strumento del Fascicolo Sanitario Elettronico, per diffonderne e semplificarne l’utilizzo da parte sia dei cittadini che dei professionisti della sanità, per ampliare gli strumenti e conseguentemente la capacità di raccolta di dati sanitari del cittadino. Un intervento che intende inoltre potenziare il Sistema Informativo Sanitario nazionale, che migliori la completezza dei dati, la capacità di analisi degli stessi e la costruzione di strumenti di simulazione con capacità predittiva del fabbisogno di salute degli italiani. Un intervento che prevede entro il 2021 piani regionali per il rafforzamento del FSE e per la realizzazione dei nuovi flussi a livello regionale e nazionale. L’ obiettivo dichiarato è arrivare ad avere entro il 2026, un miliardo di documenti digitalizzati.

Un altro esempio di “incompiuta” è il sistema di prenotazione digitale delle prestazioni sanitarie, venuto di nuovo alla ribalta in questi giorni per il clamoroso caso della Lombardia, con gli incredibili disservizi nel sistema di prenotazione delle vaccinazioni per gli ultraottantenni, gestito da ARIA (Agenzia regionale per l’innovazione e gli acquisti), società in house a capitale totalmente pubblico della Regione Lombardia non nuova a problemi di questa natura, con mancate conferme sms delle prenotazioni avvenute, sovra prenotazioni con conseguenti assembramenti davanti agli hub di vaccinazione, prenotazioni in punti vaccinali a chilometri di distanza dal proprio domicilio. Anche sull’evoluzione e l’efficientamento dei sistemi di prenotazione digitale è necessario offrire una maggiore uniformità su tutto il territorio nazionale che garantisca un diritto di accesso alle prestazioni sanitarie certo e semplificato per tutti gli italiani.

Cosa serve per un salto di qualità verso una Sanità data driven

Enormi potenzialità e ritardi sembrano dunque caratterizzare il processo di digitalizzazione della sanità italiana. È necessario, e l’occasione del Next Generation EU è imperdibile e irripetibile, imprimere una accelerazione e colmare progressivamente il gap tecnologico che oggi sussiste oggi rispetto agli altri Paesi europei. L’Italia deve mettersi nelle condizioni di essere alla testa di processi di innovazione dei propri servizi sanitari che avranno nell’AI e nelle tecnologie digitali i loro presupposti di cambiamento, per attivare servizi sanitari più efficienti e semplificati nella modalità di erogazione.

Non servono solo nuove applicazioni, non bastano singoli nuovi campi di applicazione tecnologica per fare questo salto di qualità. Serve ripensare il Servizio Sanitario Nazionale con questa visione e costruire una sanità data driven, in cui la gestione e l’elaborazione dei dati sanitari siano una direttrice strategica della sanità, non un fatto meramente tecnico.

Una sanità data driven è una sanità che si fa guidare dalle evidenze dei numeri, da un approccio basato sui dati, per assumere decisioni strategiche consapevoli ed informate, che variano al variare delle evidenze stesse, non al cambio di direzione di un AUSL. Questa trasformazione non può avvenire con la sola tecnologia, ma ha bisogno che la cultura del dato venga portata in tutti i luoghi decisionali della sanità attraverso un percorso di change management e supportato da nuove e aggiornate competenze dei professionisti sanitari. Affinché questo processo possa essere adeguatamente supportato e reso operativo nella quotidianità dei servizi sanitari, l’acquisizione e il continuo aggiornamento degli e-skills dovranno essere un ambito di investimento prioritario.

Ospedali ad alta tecnologia, medici e infermieri con dispositivi personali ad alta performance per una maggiore capacità di monitoraggio, di personalizzazione e di domiciliarità delle cure, una medicina di precisione che si avvarrà di strumenti digitali sempre più puntuali, un cittadino più consapevole, con feedback più immediati e supportato nei percorsi terapeutici, sistemi tecnologici a supporto dell’integrazione fra ospedale e territorio, che consentano una reale medicina di prossimità, e una capacità di elaborazione dei dati in grado di restituirci scenari probabili, sono il futuro prossimo che ci attende se sapremo fare seguire alle parole i fatti.

Solo così “l’innovazione dirompente nel settore sanitario” potrà diventare l’opportunità per migliorare la salute della popolazione, un’occasione per efficientare i servizi sanitari e migliorare l’equità d’accesso agli stessi, contribuendo a combattere le enormi diseguaglianze di salute che ancora attraversano il nostro Paese.

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