Le scelte da fare

Covid-19, la scuola a un bivio: come cambiarla per la società digitale

Questa esperienza sgangherata con le tecnologie per l’educazione non sarà stata inutile per il mondo della scuola, perché lo ha messo di fronte a problemi che pretendono una soluzione al di là dell’emergenza e perché sarà occasione per fare i conti seriamente con la rivoluzione digitale

02 Apr 2020
Vittorio Midoro

già dirigente di ricerca CNR presso l'Istituto Tecnologie Didattiche

Fondo nuove competenze

In poche settimane, il Covid-19 ha fatto emergere un’esigenza che 40 anni di politiche scolastiche hanno ignorato: fare seriamente i conti con la rivoluzione digitale.

Centrata sul docente, la scuola tradizionale è basata su un’idea di apprendimento come trasmissione di conoscenza da chi sa (docente e autori di libri testo) a chi non sa, tramite lezioni a scuola e compiti a casa, con attività laboratoriali nelle scuole tecniche. In questo schema, la valutazione mira ad assegnare un voto, verificando sia quello che gli studenti ricordano, sia l’abilità di svolgere determinati compiti. Ovviamente, ci sono anche alcune zone franche, in cui la prassi è diversa.

La rivoluzione digitale rende possibile la realizzazione di una scuola centrata sul discente, che impara interagendo con un ambiente di apprendimento, inteso come l’insieme delle entità con cui interagisce e delle attività che svolge, così come un bambino impara la lingua madre interagendo con l’ambiente familiare. Questa interazione richiede un coinvolgimento attivo dello studente che partecipa alla costruzione della propria conoscenza mediante un fare significativo per lui, come significativo è per un bambino comunicare con i propri familiari.

Apprendimento attivo, prima e dopo il digitale

L’idea di apprendimento attivo è nata prima della rivoluzione digitale, con pedagogisti come Dewey, Piaget, Freire, Bruner, Papert, Montessori, Malaguzzi, De Bartolomeis, e maestri come don Milani e Lodi, e ha trovato applicazione in alcuni contesti, come le scuole Montessoriane o quelle dell’infanzia di Reggio Emilia. Oggi, la rivoluzione digitale mette a disposizione strumenti e metodi che facilitano la creazione di una scuola fondata su questa idea, rendendo praticabile il passaggio da una scuola centrata su docente e lezione a una basata su discente e ambienti di apprendimento innovativi; passaggio che implica anche la transizione da una scuola forgiata dalle caratteristiche della cultura scritta a una che rispecchia le caratteristiche degli oggetti digitali.

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Gli ambienti di apprendimento innovativi consentono sia un apprendimento personalizzato, sia un apprendimento cooperativo, in cui gruppi di studenti lavorano insieme per realizzare un prodotto, un servizio o la soluzione di un problema. Sono ambienti che richiedono e sviluppano non solo la memoria, ma soprattutto abilità di alto livello, come creatività, capacità di porsi e risolvere problemi, di ragionare e argomentare in modo appropriato, di godere dei beni della cultura. Sono ambienti che coinvolgono sia la sfera cognitiva che quella affettiva e artistica, permettendo agli studenti di accedere a risorse finora rimaste ai margini della scuola, come rappresentazioni teatrali, film, concerti, opere liriche, esplorazioni della terra e dell’universo, simulazioni di fenomeni naturali e di fenomeni sociali, viaggi nel tempo e nella storia. Infiniti strumenti amplificano le facoltà degli studenti in tutti i campi, come editori di testi, traduttori automatici, fogli di calcolo, editori musicali, sistemi CAD, editori grafici, editori video, registratori audio, audiolibri, ebook, social media, bussole, altimetri, magnetometri e mille altri. Negli ambienti di apprendimento, più che assegnare un voto, la valutazione, supportata anche dalle tecnologie, mira a migliorare l’apprendimento, tramite un feedback costante su quello che il discente impara e sulle sue eventuali lacune. Abbiamo oggi una ricchezza di risorse per l’apprendimento come mai nella storia, ma bisogna saperla apprezzare ed usare.

I nodi che dovevano essere risolti prima del covid-19

Il Covid-19 ha imposto la chiusura delle scuole e l’unico modo per “fare scuola”, ma “non a scuola” (nota 388 del MIUR) è attingere a questa ricchezza. Il Ministero dà l’indicazione alle scuole di usare quelle risorse che permettono di fare a distanza quello che si faceva in presenza (lezioni, studio, interrogazioni), quindi piattaforme di comunicazione e condivisione a distanza, cloud, ecc., per riprodurre situazioni di aula. Ma già qui nascono i primi problemi a cui si sarebbe dovuto pensare prima del virus, innanzitutto il digital divide. Hanno gli studenti un dispositivo personale per comunicare e condividere? A scuola non era richiesto. E se non ce l’hanno, come fare? Ecco pronto uno stanziamento per fornirlo in comodato d’uso. Ma quale dispositivo? Uno smartphone, un tablet o un pc? Non sono equivalenti. E poi siamo sicuri che gli studenti li sappiano usare in modo appropriato? Si dà per scontato che siano digital literate, ma questa è un’assunzione arbitraria. Si potrebbe andare avanti ancora per molto con questioni di accesso dei ragazzi alle tecnologie, ma vediamo altri problemi.

Possiamo assumere che tutti gli insegnanti abbiano familiarità con le tecnologie e le sappiano usare per una didattica a distanza? Facciamo l’ipotesi ottimistica che tutti siano in grado di usare una piattaforma. Come la useranno? Per fare lezione come in classe? Ma questo è irragionevole per molti motivi. Il primo è che non si può costringere un ragazzo ad ascoltare per tante ore insegnanti che parlano sullo schermo, ammesso che a casa abbia la disponibilità del dispositivo per tanto tempo. Su uno schermo i ragazzi sono abituati a vedere ben altro e molto più attraente di un mezzobusto che parla. Allora, tra le risorse in rete, l’insegnante intelligente cercherà qualcosa che tratta l’argomento della sua lezione in modo motivante e lo proporrà agli studenti. Ma quanto tempo ha a disposizione un ragazzo? E che cosa fargli fare oltre che vedere un video? E quanto tempo si suppone debba studiare? E come distribuire il tempo tra le diverse materie?

È evidente che gli insegnanti debbano “riesaminare le progettazioni definite all’inizio d’anno, al fine di rimodulare gli obiettivi formativi sulla base delle nuove attuali esigenze… ogni docente riprogetta in modalità a distanza le attività didattiche, evidenzia i materiali di studio e la tipologia di gestione delle interazioni con gli alunni” (nota 388).

Ma possiamo assumere che tutti gli insegnanti sappiano progettare attività didattiche in modalità a distanza, coordinandosi anche con i colleghi? Ogni lavoro si struttura sulla base degli strumenti a disposizione. Anche se all’inizio si cerca di usare strumenti nuovi per fare cose vecchie (Bell pensava che il telefono fosse utile per ascoltare concerti a distanza), prima o poi ci si rende conto che questo è irragionevole. Nel settore delle tecnologie didattiche da anni si studiano problematiche e strumenti del learning design. Può un docente non tenerne conto e inventarsi tutto daccapo, “declinando in modalità telematica gli aspetti che caratterizzano il profilo professionale docente” (nota 388)?

Il MIUR sembra ignorare che il profilo professionale di un docente della scuola della società digitale è diverso da quello del docente che opera nella scuola tradizionale. Fatto di cui molti docenti stanno prendendo coscienza in questa emergenza.

Cosa resterà di questa esperienza

Dal quadro delineato possiamo dedurre che questa esperienza sgangherata con le tecnologie per l’educazione sarà stata inutile per il mondo della scuola? Penso di no, perché lo ha messo di fronte a problemi che pretendono una soluzione al di là dell’emergenza. Oltre al già ricordato digital divide, ne cito qualcun altro in ordine sparso:

  • lo sviluppo di un profilo professionale dei docenti adeguato alla scuola della società digitale;
  • il cambiamento del ruolo degli insegnanti;
  • il coordinamento sistematico tra docenti, supportato anche dalle tecnologie;
  • l’implementazione generalizzata delle condizioni tecnologiche per realizzare e usare ambienti di apprendimento innovativi (banda larga, dispositivi personali ecc.);
  • il ripensamento degli spazi di apprendimento, ibridando quelli in presenza con quelli a distanza; la riorganizzazione dei tempi di apprendimento, articolandoli in momenti sincroni e asincroni;
  • il senso e i modi della valutazione degli studenti negli ambienti di apprendimento innovativi.

Mi fermo qui perché un elenco esauriente di tutti i problemi sarebbe lunghissimo.

Conclusioni

È chiaro che l’affrontarli non può essere demandato alle singole scuole, che pure in questa emergenza si stanno dimostrando encomiabili. L’impresa rivolta all’ideazione, progettazione, realizzazione e sperimentazione di un nuovo sistema educativo, richiede, da un lato, la convergenza di scelte politiche dall’alto (dal governo verso le scuole) con un’azione dal basso (dalle scuole verso il governo), e dall’altro lato, il coinvolgimento delle migliori risorse intellettuali del paese.

Il Covid-19 ha portato il mondo della scuola a un bivio. Se, passata l’emergenza, riterrà che tutto dovrà tornare come prima, avrà perso l’occasione per fare i conti seriamente con la rivoluzione digitale, rimanendo invischiata nella crisi in cui si dibatte. Se invece vorrà affrontare i problemi messi a nudo dall’emergenza, ne uscirà con la consapevolezza della necessità di imboccare la strada che conduce a una nuova scuola per la società digitale.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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