LO SCENARIO

La scuola rilanci la sfida delle tecnologie: uno smartphone per gli “svogliati”

Il rapporto conflittuale tra insegnanti e studenti non può risolversi nella proibizione del cellulare. Serve valorizzare la lezione di don Milani: dare uno scopo ai ragazzi annoiati. Con un nuovo sistema d’istruzione più coinvolgente e che guardi al futuro

08 Mar 2019
Antonio Fini

dirigente scolastico

scuola
Smartphone a scuola: sì o no? Gli insegnanti si trovano a fare i conti da un lato con la diffusione di tecnologie, dall’altra con sistemi di insegnamento che non assicurano il coinvolgimento degli studenti. In questo senso serve rilanciare la lezione di don Milani: agli svogliati bisogna dare uno scopo. E non è certo l’interdizione del cellulare in classe il metodo vincente.
Vediamo lo scenario attuale e le possibili soluzioni, in questa fase in cui si moltiplicano gli appelli, le consultazioni sui forum dedicati, gli interventi di pediatri, psicologi, esperti vari. Tutti uniti, contro l’uso degli smartphone a scuola.

I dirigenti scolastici ricevono le lamentele dei docenti e sono facilmente presi tra due fuochi: non è raro infatti che qualche genitore contesti i “sequestri” di apparecchi, spesso la contromisura d’elezione contro l’uso dilagante.

Si va dalla “cassettina” sulla cattedra (nella quale finiscono però spesso o il telefono della nonna o quello, rotto, dell’anno precedente) ad armadietti hi-tech (come quelli esposti durante l’ultima edizione di Didacta, a Firenze) passando per soluzioni più “morbide” come tenerli spenti e dentro lo zaino, oppure ancora spenti ma sul banco, in bella vista.

Il lato oscuro dello smartphone in classe

I problemi sono di vario tipo e gli usi impropri hanno diverse gradazioni di gravità: si va dalla semplice distrazione, alle copiature durante prove di verifica, all’accesso a contenuti non adatti fino alla diffusione non autorizzata di immagini e video riguardanti la vita della scuola per giungere ai fenomeni di cyberbullismo.

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Il fenomeno sembra angosciare tutti e contemporaneamente polarizzare le opinioni, sia tra i genitori che tra i docenti. Le famiglie, si sostiene, non dovrebbero permettere ai ragazzi, soprattutto i più piccoli, di portare i propri dispositivi a scuola. Molti docenti dicono: “a scuola non servono, li lascino a casa”. Alcuni insegnanti, tuttavia, utilizzano da tempo gli smartphone durante le lezioni: in fin dei conti, sono veri e propri computer, per di più dotati di sensori e app che ne fanno strumenti con notevoli potenzialità didattiche.

Anche le opinioni dei genitori, a loro volta, oscillano: “A scuola si deve far lezione e basta!”. Lo smartphone viene quindi percepito come pericolosa fonte di distrazione. D’altra parte, non vogliono privarsi della possibilità di contatto permanente con i figli, anche nel tragitto tra casa e scuola.

Lasciarlo a casa, dunque, sembra una proposta impossibile da realizzare.

In fondo, perché dovrebbero farlo? La maggior parte degli adulti ha sperimentato almeno una volta la nomofobia, quella sensazione di disagio (per qualcuno di autentico panico) che si prova scoprendo di aver dimenticato il proprio dispositivo da qualche altra parte.

Ragazzi in simbiosi con la tecnologia?

Vi è poi il tema dell’educazione all’uso responsabile, ampiamente sviluppato e proposto dal “decalogo” ministeriale del gennaio 2018: “educare alla cittadinanza digitale”, vi si legge, “è un dovere per la scuola”. Si richiamano la partecipazione attiva e responsabile, l’uso critico, la consapevolezza. Come si fa, ad educare, tenendo tutto spento o addirittura a casa?

Tutti argomenti convincenti che stridono tuttavia con la realtà osservata da molti docenti e dirigenti: i ragazzi vivono (troppo) in simbiosi con i loro dispositivi mobili, al punto da esserne talvolta dipendenti in modo in qualche modo riconducibile alle dipendenze “classiche” indotte da sostanze. Si tratta di questioni serie, reali, importanti. Sottovalutarle, in nome di un’entusiastica quanto ingenua tecnofilia sarebbe pericoloso.

A scuola, pertanto, evitiamo di farglieli usare. Sembrerebbe una posizione di buon senso, se non fosse che la proibizione, storicamente, non è mai stata un’alleata efficace, nella lotta contro ogni tipo di dipendenza. Il percorso è più complesso ed è di tipo relazionale ed educativo.

Rimane però il problema del dilagare degli usi scorretti: durante la lezione uno si distrae giocando o vagando per i social, un altro scatta un paio di foto e magari un video, destinati a finire subito su qualche servizio online. Inaccettabile.

Riflettiamo: perché la maggior parte di questi studenti non trova di meglio da fare che rivolgere la propria attenzione allo smartphone? Certo, i social, le notifiche, il meccanismo perverso della nomofobia e della dipendenza da “like”. Ma è sufficiente a spiegare tanti casi di utilizzo scorretto in classe?

La noia, grande protagonista

Proviamo a cambiare scenario, pensando ad una sala nella quale si svolge un convegno. Spesso, tra le mani dei partecipanti, a cominciare dai relatori al tavolo (a meno che non sia il loro turno di parola) fino al pubblico, compare lo smartphone. Dipendenti, anche loro?

Sembra abbastanza evidente che alla base dell’uso compulsivo vi sia un’ampia motivazione legata alla noia. Si usa lo smartphone come antidoto ad una conferenza soporifera, ma anche ad una lezione noiosa.

Peraltro, provare noia a scuola è un’esperienza comune e diffusa ben prima dell’era degli smartphone.

Lo studente “svogliato” ha sempre trovato mille modi per distrarsi: dal “chiacchierare” a elaborati “lavori di intaglio” sul banco, fino al banale scarabocchio e a qualche partita di battaglia navale con il compagno. I più dotati di vena artistica, quelli che oggi magari si improvvisano registi riprendendo qualche scena (secondo loro) divertente, si spingevano forse a realizzare qualche caricatura del prof di turno.

Ecco però che l’invito di Don Milani a “dare lo scopo” agli svogliati diventa oggi praticamente indispensabile. Lo svogliato pre-tecnologico tutto sommato poteva essere anche ignorato (e spesso lo era… ). Non faceva danni, se non a sé stesso: stava in classe talvolta più o meno come elemento dell’arredo.

Lo svogliato dotato di smartphone, invece, è “pericoloso”. Perché spesso è maleducato, è fuori controllo, non si sa cosa faccia, con quello strumento diabolico. A quanto pare, è una vera e propria piaga.

Come superare lo stallo

Certo, possiamo trasformare le scuole in posti di polizia, e magari accadrà. Può darsi che il futuro ci riservi, da un lato, un mercato rutilante di gadget tecnologici (chissà cosa faremo “consegnare”, quando i dispositivi diventeranno sempre più “invisibili” e  “indossabili… ), dall’altro, a scuola, contromisure tanto più ingegnose quanto, in fondo, patetiche.

E’ dunque in gioco il senso stesso della scuola e faremmo meglio ad esserne consapevoli.

Durante un recente corso di formazione al quale chi scrive ha partecipato, la maggior parte dei discenti (quasi tutti dirigenti scolastici…) usava sistematicamente lo smartphone, molto probabilmente per esigenze urgenti di lavoro. In ogni caso, non erano (non eravamo) così “attenti”.

Tutto questo però, guarda caso, non è accaduto nei due/tre momenti “laboratoriali”, durante i quali, a gruppi di tre/quattro, siamo stati chiamati a “produrre” un breve documento. Non più fermi e zitti ad ascoltare un (peraltro ottimo) relatore e a vedere una serie di cangianti slide ma impegnati attivamente.

Allora, forse, siano benedetti questi oggetti, “contro” i quali sembra piuttosto chiaro che ogni “battaglia” è persa. Forse si capirà finalmente quanto ci si annoia, a scuola. Quanto poco, spesso, gli studenti sono chiamati a “lavorare”.

Certo, come abbiamo ricordato, è stato sempre così, ma “prima” c’erano al più carta, matita e testa fra le nuvole. Ora ci sono questi aggeggi infernali.

Bisogna cambiare radicalmente il setting, via il docente dalla cattedra, studenti a lavorare attivamente, anche con i dispositivi, ma tanto anche SENZA. Il NON USO diventi consapevole e naturale corollario dell’uso, non una costrizione densa di tentazioni.

E le “lezioni”? Indispensabili, ma durino max 10/15 minuti. Probabilmente, ci sarà poco tempo per annoiarsi.

“Agli svogliati basta dargli uno scopo”. Lettera ad una professoressa – Scuola di Barbiana – 1967

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@RIPRODUZIONE RISERVATA

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