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Scuola digitale, l’Italia ha frenato: ecco le prospettive 2019

Innovare a basso tasso di spesa: sembra questa la linea del governo sulla scuola digitale. Molte dichiarazioni, un solo provvedimento e pochi investimenti. Per il 2019, l’auspicio è la piena realizzazione ai presupposti teorici e metodologici del Piano Nazionale Scuola Digitale. Un elenco delle cose da fare

07 Gen 2019
Paolo Maria Ferri

Università degli Studi Milano Bicocca

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Sembra che il Piano Nazionale Scuola Digitale e il processo di “aumento digitale” della didattica nella scuola italiana sia uscito dall’orizzonte del governo giallo-verde, o meglio sia presente solo nelle dichiarazioni, spesso condivisibili, del Ministro Bussetti.

E forse non solo la Scuola digitale ma la Scuola tout court è lontana dalle priorità del Governo, se saranno confermati i tagli di 4 miliardi di euro di cui si parla in Legge di Bilancio 2019.

In ogni caso, dare piena realizzazione ai presupposti teorici e metodologici del Piano e investire tutte le poste di bilancio individuate è invece un obiettivo essenziale per il futuro di una Scuola obbligata a confrontarsi con una rivoluzione culturale e metodologica che la costringe a riflettere su sé stessa e sulle modalità attraverso le quali ri-media e veicola il sapere e favorisce l’apprendimento. Un elenco delle cose da fare per raggiungere l’obiettivo.

Scuola e digitale: entusiasmo ma pochi fondi

Da quando si è insediato il nuovo esecutivo e da quando non lavorano più al PNSD i suoi autori e animatori, Damien Lanfrey e Donatella Solda, l’attenzione del Governo sulla “didattica digitalmente aumentata” è scemata. Restano solo alcune “dichiarazioni” di principio ed interviste e, come vedremo, un singolo provvedimento in sette mesi che investe solo 35 dei circa 500 milioni che la “Buona Scuola” e i ministri del centro-sinistra avevano lasciato in eredità per il biennio 2018-2020, dopo aver investito tra il 2016 e il 2018 i primi 500 milioni.

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figura 1. Gli stanziamenti del Governo Renzi ammontavano a un 1 miliardo e 94 milioni, circa 500 milioni sono stati spesi nel biennio 2016-2018, altri 500 milioni restavano da spendere (Fonte Piano Nazionale Scuola Digitale)

Analizziamo prima le “dichiarazioni” del ministro e le sue prese di posizione pubbliche. In effetti, Marco Bussetti e il suo sottosegretario Salvatore Giuliano hanno, a più riprese, in interviste e convegni, sostenuto la necessità dell’innovazione digitale sia dal punto di vista metodologico che infrastrutturale, anche se sono stati meno chiari e un po’ evasivi sui fondi da stanziare.

Ad esempio, in un’intervista a Tecniche della scuola del 30 agosto Bussetti afferma: “cambiare impostazione della didattica, usare le nuove tecnologie, insegnare a relazionarsi con i social media, valorizzare il public speaking e il debate, puntare sulle materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)”: ottimi propositi anche se seguiti da una frase un po’ preoccupante, “non credo che servano molti investimenti, il tablet sarà il nuovo quaderno tra pochi anni, possiamo usare meglio gli investimenti fatti”.

Ancora, in occasione dell’inaugurazione di Didacta 2018 (la kermesse fiorentina della scuola digitale organizzata a Firenze da INDIRE tra il 18 e il 20 Ottobre) Bussetti ha aperto, come del resto l’ex ministro Fedeli, all’utilizzo didattico del cellulare a scuola: “Non dobbiamo guardare alla tecnologia come ad un nemico – afferma in un’intervista a Repubblica  – Dobbiamo farne un’alleata. E questo vale anche per lo smartphone. Se serve per scopi didattici perché non utilizzarlo. Tra l’altro molte scuole hanno già regolamenti in proposito” – e prosegue – “costruiamo una scuola smart, con connessioni più veloci e strumentazioni adeguate, con metodologie didattiche al passo con i tempi”. In questa materia, come in tema di finanziamenti dei progetti, Bussetti sembra lasciare ampia autonomia alle scuole, ammettendo implicitamente che i finanziamenti del governo per attuare questi propositi non saranno ingenti (sic!) …  e sicuramente nulla a che vedere con quelli stanziati dalla precedente cabina di regia del PNSD. Questa impressione sembra essere anche confermata dell’unico provvedimento finanziato in tema di “Scuola digitale” in questi primi sette mesi di governo.  Come conferma anche lo stesso Bussetti, in un recente  intervento su Agendadigitale.eu, vengono, cioè, stanziati complessivamente 35 milioni di euro. Speriamo sia una rondine che fa primavera.

L’unico provvedimento del governo sulla Scuola digitale 

Vediamo come potrà essere utilizzata questa “piccola” cifra. Le risorse sono allocate da un decreto firmato dal Ministro e già tradotto in “avvisi” per le scuole che sono consultabili sul sito del Piano Nazionale Scuola digitale. La posta di bilancio relativamente più alta, 22 milioni di euro, è dedicata agli Ambienti digitali didattici innovativi.  

I fondi sono destinati alle scuole statali di ogni ordine e grado per finanziare la progettazione e creazione di ambienti innovativi di apprendimento (uno per scuola) capaci di integrare nella didattica l’innovazione metodologica e tecnologica.

I progetti che sono stati già presentati dalle scuole (gli avvisi hanno scadenza 17 dicembre 2018) sono rivolti alla realizzazione di uno o più ambienti “aumentati digitalmente”. A un primo sguardo di una persona competente in materia, è subito evidente la disparità tra gli investimenti voluti da Marco Bussetti e Salvatore Giuliano e le misure nella stessa direzione adottate dai tanto criticati governi precedenti.  I precedenti ministri Giannini e Fedeli, nell’ambito dell’attuazione della Buona Scuola, avevano dedicato a questo obiettivo – compreso nell’Azione #4 del PNSD – una cifra di gran lunga maggiore, ben 223 milioni di euro complessivi. Sono i finanziamenti già erogati relativi ad Ambienti digitali innovativi: 140 milioni; ai Laboratori territoriali innovativi:  45 milioni; agli Atelier creativi nella scuola primaria: 28 milioni; alle Biblioteche scolastiche innovative: 10 milioni.

Innovare a basso tasso di investimento: questa parrebbe essere la linea del governo giallo-verde. Non si può credere o far credere, infatti, che le risorse allocate dai precedenti governi abbiano completato la transizione al digitale della Scuola italiana.

Secondo l’indagine del 2017 di Riccardo Luna solo poco più del 10% delle scuole italiane ha raggiunto un buon livello di trasformazione digitale nella didattica e nell’organizzazione. Questo approccio, eufemisticamente minimalista, è confermato anche dalle altre misure del pacchetto.

Vengono, infatti, stanziati 7,5 milioni per potenziare la formazione delle competenze digitali degli studenti e per realizzare iniziative di diffusione territoriale e formazione degli insegnanti sul PNSD. Anche qui davvero poco rispetto ai 27 milioni investiti solo dal PNSD nel corso del biennio 2016-2018 per la formazione dei docenti, e senza contare i finanziamenti del Piano per la formazione in servizio dei docenti 2016-2019 che, sul triennio, ammontano a più di 18 milioni di euro (in gran parte ancora da erogare).

Ora le dichiarazioni che accompagnano i pochi investimenti operati sono condivisibili, ma viene da chiedersi perché il Governo non si limiti ad attuare il PNSD e a stanziare davvero le poste di bilancio che La buona scuola aveva ipotizzato per il biennio 2019 e 2020, di cui, pare, non si trovi traccia nella “tormentata” manovra finanziaria di Salvini-Di Maio.

La ragione di questa “avarizia” non può essere solo ricercata nella necessità del governo giallo-verde di trovare le coperture finanziarie per misure molto discusse e discutibili come il Reddito di cittadinanza o Quota cento. Come ha ben notato Roberto Maragliano su Agendadigitale.eu è necessario comprendere come la scuola italiana, i suoi insegnanti e i suoi dirigenti hanno spesso ancora il terrore del digitale: sì proprio il terrore! Un terrore di cui, forse, il “governo del cambiamento” è consapevole e che utilizza, colludendo con un gran numero di insegnanti e dirigenti, per non spingere sul versante di un’innovazione più che necessaria ma ancora osteggiata.  Insegnanti e dirigenti, nella loro maggioranza, temono ancora l’“aumento digitale” delle nostre istituzioni formative perché esso ne mette radicalmente in discussione i presupposti, la cultura e i fondamenti metodologici oltre che gli strumenti di lavoro.

Perché anche la scuola deve essere 4.0

La scuola, dopo la rivoluzione digitale, non può più essere quella di prima e non basta, ovviamente, inserire come palliativo una LIM e o dei tablet spesso con valore esclusivamente “ornamentale”.  La “crisi dei fondamenti” della didattica nell’epoca della Digital augmented education è infatti molto radicale, vediamo in che senso. Nell’epoca della “rivoluzione informazionale” dispiegata del Social Web, dei Big Data e della Internet of things, non è solo l’industria italiana a dover divenire 4.0.Vediamo in che senso.

La scuola, cioè, non può più essere “mono-codicale” e fondata esclusivamente sulla scrittura, in un mondo sempre più ipermediale e audio-visuale (a questo proposito sempre su questa testata l’articolo di Vittorio Midoro).

Le istituzioni formative non possono più adottare un modello di didattica nozionistica e trasmissiva (nel senso gentiliano del termine) in un mondo in cui tutto il sapere è, almeno potenzialmente, a disposizione ed accessibile in formato ipertestuale, navigabile e condivisibile.

Ancora la scuola non può più misurare i risultati dei suoi allievi valutandone l’apprendimento astratto di contenuti in un mondo che ormai valorizza le competenze operative di creazione, utilizzo e comunicazione di contenuti.

Inoltre, lo stile di apprendimento partecipativo dei “nativi digitali” non è più compatibile con l’idea che lo stesso sia un fatto individuale in un mondo in cui viene sempre più enfatizzata l’attitudine alla condivisione dei saperi ed al team working.

Oggi, come afferma Maragliano, il digitale “è una realtà che ha conquistato il mondo. Anzi, è il mondo, ormai. Non lo si può ignorare. Non lo si deve sottovalutare. Né si può pensare di addomesticarlo troppo facilmente”. Se sono veri, come noi crediamo fermamente, questi presupposti, chiediamo al Ministro Marco Bussetti e al sottosegretario Salvatore Giuliano di porre rimedio e non di “cavalcare” in modo “populistico” il dato culturale ed epistemologico del “terrore del digitale” della scuola (fatte salve ovviamente le virtuose ma ancora minoritarie eccezioni).

Gli auspici per il 2019

Per farlo occorre spingere sull’innovazione culturale e sulla formazione alla cultura tecnologica e scientifica prima che sulla innovazione didattica stessa. E’ necessario, cioè, che venga data piena realizzazione ai presupposti teorici e metodologici del Piano Nazionale Scuola Digitale e che vengano investite tutte le poste di bilancio che sono state individuate dal suo piano attuativo quadriennale.

Per giungere a questo obiettivo restano ancora molte cose da fare. Le elenchiamo come abbiamo fatto tante volte, ma questa volta correlando le priorità alle Azioni già ben descritte nel PNSD:

  • Connettere a banda larga o ultra-larga tutte le scuole e plessi delle scuole italiane: un obiettivo di base che, tuttavia, come dimostra la ricerca – seppur parziale  – condotta da Riccardo Luna nel 2017, e citata più sopra, è ancora tutto da realizzare (Azioni #1, #2, #3 del PNSD);
  • Dotare tutte le scuole d’Italia, comprese le scuole dell’Infanzia, di ambienti e strumenti per l’apprendimento che permettano di sviluppare una didattica aumentata digitalmente (Azioni #4, #5, #6, #7 del PNDS);
  • Allineare la scuola italiana alle competenze digitali di cittadinanza e apprendimento che sono contenute nei documenti dell’Unione Europea sulle competenze digitali DigiComp 2.0 e DigiCom.Edu (Azioni #14, #15, #17, #18 del PNSD)
  • Dotare tutte le scuole italiane di Ambienti digitali per l’apprendimento (LMS, VLE) e promuovere la creazione di contenuti digitali di qualità (Azioni #22, #23, #24 del PNSD)
  • Dare piena attuazione alla formazione degli insegnanti sulla didattica innovativa e cooperativa abilitata dalle tecnologie (#Azione 25, #26 del PNSD) e al  Piano per la formazione in servizio dei docenti 2016-2019.
  • Costruire strumenti di monitoraggio dell’attuazione dell’innovazione digitale nella scuola e di valutazione della qualità della formazione “aumentata digitalmente” erogata (Azione #33, #34, #35 del PNSD)

Devono inoltre essere promossi in ogni modo e anche al di là del PNSD tutte quelle azioni che possano favorire l’acquisizione da parte dei nostri insegnati, studenti e genitori di una cittadinanza digitale consapevole e critica e non solo le capacità di integrare il digitale nei contesti di apprendimento.

Dal 27 ottobre del 2015, con il Decreto Ministeriale n. 851 (PNSD), la scuola italiana ha una roadmap chiara ed efficace per colmare il suo Gap digitale con i paesi più avanzati d’Europa. Riuscirà l’attuale Governo a portare a compimento questa innovazione? Ce lo auguriamo per il bene della scuola, della società italiana e dei nostri figli.

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