La disinformazione è doppiamente legata alla crisi migratoria in corso a Ceuta, enclave spagnola nei confini marocchini, dove da fine luglio 2026 si sono riversate oltre sessantamila persone provenienti da Marocco e altri Paesi africani ed è alta l’allerta per nuove ondate. Da una parte, come rivela un’inchiesta di Maldita ripresa anche dal New York Times, i social network hanno avuto un ruolo nel triggerare la crisi. D’altra parte, la crisi stessa è stata un terreno fertile per il successivo dilagare di teorie del complotto e fake news. E sono emerse successive nuove campagne online per spingere a una nuova migrazione di massa a Ferragosto, tanto che Meta e TikTok hanno avviato protocolli di crisi per gestire le numerose fake news sul tema.
A chi conviene, ci si chiede analizzando casi di disinformazione come questo. Soprattutto, allargando lo sguardo, a chi è convenuto colpire la coesione UE, dividere sul fronte dell’immigrazione i Paesi membri, considerando i bisticci diplomatici tra Spagna, Italia e Germania.
Infatti, “alla luce della costante evoluzione delle minacce ibride, in alcuni scenari non risulta necessario un unico centro di comando, ma che più attori possono agire contemporaneamente in domini diversi e produrre effetti a cascata, il che ne aumenta la complessità sia in termini di resilienza che di analisi – spiega Arije Antinori, professore di Criminologia all’università La Sapienza di Roma e senior expert dell’EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation -. La novità più significativa evidenziata dai fatti di Ceuta è rappresentata dalla trasformazione del dominio informativo da elemento di contesto e accelerazione a meccanismo cinetico, capace quindi di produrre effetti fisici sulla frontiera, e in un secondo tempo di trasformare la crisi fisica in un moltiplicatore di polarizzazione politica europea”.
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La fake news sull’apertura del confine e l’allerta per Ferragosto
“Dichiarazione rilasciata dal governo spagnolo: ‘È stato deciso di aprire i valichi di frontiera il 15 agosto, in via temporanea e per un periodo determinato non superiore a 15 ore, dalle 10 del mattino alle 23 di sera, al fine di far fronte a casi di urgenza e agevolare lo smaltimento del traffico accumulato’”. Un’informazione falsissima, come rivela la fondazione giornalistica senza scopo di lucro Maldita.es, diffusa su social e piattaforme di messaggistica dai primi giorni di agosto.
Una fake news in piena regola su una presunta apertura straordinaria della frontiera tra Marocco e Ceuta, che sta alimentando nuove aspettative tra persone che sperano di entrare in territorio spagnolo. Secondo i messaggi circolati sui social, il governo di Madrid avrebbe deciso di lasciare il confine “libero” per 15 ore il 15 agosto 2026, consentendo di fatto il passaggio. Una ricostruzione falsa, smentita dalle autorità: la frontiera di Ceuta e Melilla è normalmente operativa 24 ore su 24, ma gli attraversamenti restano soggetti ai controlli previsti dalla legge. Non esiste quindi alcuna finestra temporanea durante la quale sarebbe possibile entrare liberamente in Spagna.
Da Instagram ai gruppi WhatsApp
L’indagine di Maldita.es mostra però come la notizia falsa non sia rimasta confinata ai post pubblici sui social. Il messaggio è penetrato in gruppi WhatsApp utilizzati per scambiarsi informazioni e coordinare possibili tentativi di attraversamento. La fondazione spagnola ha monitorato 29 gruppi nei quali gli utenti discutono date, itinerari, mezzi di trasporto e condizioni alla frontiera, rilanciando spesso video e post provenienti da Instagram.
La disinformazione diventa così parte del processo decisionale: una notizia priva di fondamento può essere interpretata come un’informazione operativa e spingere gruppi di persone a organizzare concretamente il viaggio. In alcune chat sono stati persino utilizzati sondaggi per scegliere i giorni considerati più favorevoli, con particolare attenzione al periodo compreso tra il 9 e il 15 agosto.
Le false aspettative sull’ingresso in Spagna
Alla fake news sull’apertura del confine si aggiungono altre informazioni fuorvianti, come la convinzione che chi riesce a raggiungere Ceuta venga automaticamente trasferito nella Spagna continentale. Non è così: la situazione giuridica varia in base all’età e alle condizioni individuali.
Particolarmente delicata è la presenza di minorenni nelle conversazioni analizzate. Alcuni utenti dichiarano di avere appena 14 o 16 anni, segnale di quanto contenuti falsi e promesse irrealistiche possano influenzare anche persone molto giovani.
Il processo in corso individuato da Maldita è caratteristico del passaggio dalla dimensione virtuale della disinformazione al piano della realtà e all’innesco dell’azione: una fake news nasce o viene amplificata sui social in post pubblici, passa poi nelle chat private e finisce per orientare comportamenti reali. Relativamente al caso di Ceuta, quindi, la disinformazione non si limita quindi a deformare il racconto della crisi migratoria, ma diventa un fattore concreto di mobilitazione.
La migrazione di massa di fine luglio 2026 e il ruolo dei social
Già riguardo all’arrivo in massa di oltre sessantamila persone a fine luglio era stato evidenziato come la disinformazione via social network avesse spinto gli eventi, alimentando la tragedia umana avvenuta in quei giorni. Online sono circolati messaggi, video e indicazioni sulle modalità con cui raggiungere e attraversare il confine tra Marocco e territorio spagnolo, contribuendo a creare la percezione che fosse possibile entrare in Spagna con relativa facilità.
Come riporta il New York Times, tra i fattori che avrebbero alimentato questa mobilitazione figura la convinzione, diffusa attraverso le piattaforme digitali, che alcune recenti decisioni spagnole rendessero più conveniente tentare l’ingresso. In particolare, la politica del governo di Pedro Sánchez annunciata a febbraio per la regolarizzazione di circa 500.000 migranti privi di documenti è stata ampiamente discussa e spesso distorta online. La misura riguardava persone già presenti in Spagna e non costituiva un’autorizzazione per nuovi ingressi irregolari, ma sui social è stata talvolta interpretata come il segnale di una gestione più permissiva delle frontiere.
La decisione della Corte Suprema spagnola al centro della questione
A questa percezione si sarebbe aggiunta una decisione della Corte Suprema spagnola relativa alle modalità di respingimento delle persone che raggiungono Ceuta e Melilla via mare. L’interazione e la distorsione tra le informazioni giudiziarie e politiche e la loro amplificazione sui social avrebbe contribuito a convincere molte persone che esistesse una particolare opportunità per raggiungere il territorio spagnolo.
Il 29 giugno, la Corte ha sancito che le autorità non possono espellere in modo sommario i migranti arrivati in Spagna via mare senza sottoporli a un regolare procedimento, in quanto non hanno attraversato le infrastrutture di confine fisiche individuate dalla legislazione spagnola. Questo non significa però che abbiano diritto a rimanere in Spagna automaticamente. Le autorità possono identificare queste persone, avviare una procedura amministrativa di rimpatrio e, se necessario, disporne il ritorno nel rispetto delle garanzie legali, compreso il diritto a un avvocato e a un interprete.
La decisione però è stata distorta online, semplificata e distorta, trasformata in una fake news relativa a un presunto via libera agli arrivi via mare in Spagna. Con conseguenze fatali.
L’innesco di un opportunistic hybrid exploitation
Tecnicamente, spiega Antinori, “quello a cui abbiamo assistito sembra essere un opportunistic hybrid exploitation, che si è determinato nella forma di una crisi migratoria digitalmente innescata, amplificata, che viene successivamente ibridizzata e sfruttata da diversi attori, all’interno di una vulnerabilità geopolitica strutturale Spagna–Marocco, e politica interna all’EU“.
Lo sfruttamento opportunistico delle condizioni di vulnerabilità si è svolto in diverse fasi: “Da una prima analisi, possiamo osservare una fase di upstream, ex ante e concomitante con gli attraversamenti della frontiera, in cui l’informazione favorisce il mutamento del comportamento, e una di downstream, in cui le tragiche immagini ampiamente mediatizzate divengono terreno fertile per altre campagne informative, rivolte soprattutto alle società europee – prosegue il professore -. Lo sfruttamento delle dinamiche sottosoglia e dell’influenza (cyber-)socio-culturale con i domini informativo, sociale, politico, diplomatico e legale fa sì che la stessa crisi operi contemporaneamente come risultato di un ecosistema informativo alterato e come innesco per nuove operazioni di influenza, determinando così un feedback loop”.
Il quale si sviluppa “dalla vulnerabilità sociale, passando per informazione falsa e/o distorta, percezione di opportunità, mobilitazione cyber-sociale, (auto-)mobilitazione fisica, saturazione della frontiera, ampia diffusione delle immagini traumatiche, polarizzazione e brutalizzazione del tessuto sociale, amplificazione FIMI, decisioni politiche divergenti, frattura interna all’EU”, sino a determinare “nuove vulnerabilità informative tuttora sfruttate e/o sfruttabili, grazie anche a linee di frattura già esistenti”.
La caccia social agli organizzatori della crisi
Parallelamente alla crisi, un diverso filone di disinformazione si è mosso sui social network in concomitanza con la migrazione. La caccia ai mandanti della crisi. Diversi account hanno additato in particolare Israele e gli Usa.
Lo screenshot attribuito al Mossad
Come riporta NewsGuard, hanno iniziato a circolare su diversi account, già noti per essere orientati a narrazioni complottiste, accuse specifiche secondo cui il Mossad, i servizi segreti israeliani, avrebbe organizzato l’ingresso dei migranti come ritorsione contro il governo di Pedro Sánchez, più volte critico verso Israele per l’aggressione alla Palestina.
A sostegno della tesi, riportano i fact checker di NewsGuard, è stato diffuso lo screenshot di un post attribuito all’account X @MossadInterpol, contenente immagini della crisi di Ceuta e di una manifestazione anti-israeliana in Spagna, accompagnate dalla frase secondo cui sarebbe iniziata la “caduta della Spagna”. Diversi utenti hanno interpretato il messaggio come una rivendicazione dell’operazione. NewsGuard ha però sottolineato che non ci sono prove che l’account sia effettivamente collegato al Mossad, inoltre il post è stato rimosso dal 3 agosto. NewsGuard ha inoltre esaminato l’account X ufficiale del Mossad, @mossad_career, e ha riscontrato che non pubblica post dal settembre 2020.
La narrazione è stata amplificata anche da figure molto seguite sui social. Spiegano i fact checker che “Alex Jones, teorico della cospirazione di estrema destra e fondatore di Infowars, ha pubblicato su X: «Pensate che sia stata una buona idea da parte di Trump e di Israele sostenere l’invasione musulmana della Spagna come vendetta?»”. Il post ha ottenuto 461.000 visualizzazioni e 1.500 like.
La teoria dei 40 milioni di dollari dagli Stati Uniti
Una seconda narrativa ha attribuito invece agli Stati Uniti la responsabilità dell’arrivo dei migranti a Ceuta, sostenendo che Washington avrebbe versato 40 milioni di dollari al Marocco per favorire la pressione migratoria sulla Spagna. L’accusa si basa su un disegno di legge sugli stanziamenti approvato dalla Camera dei Rappresentanti il 15 luglio.
Secondo NewsGuard, l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene ha sostenuto che i repubblicani avrebbero finanziato con denaro pubblico un’“invasione” della Spagna. Anche Alex Jones ha rilanciato la tesi, presentando il provvedimento e il relativo rapporto parlamentare come prova di un presunto via libera statunitense alle azioni marocchine.
Cosa finanziano realmente gli stanziamenti
Il testo prevede effettivamente 40 milioni di dollari destinati al Marocco, ma i fondi non riguardano la gestione dei flussi migratori né il controllo del confine con Ceuta. Un rapporto della commissione della Camera osserva che Ceuta e Melilla si trovano sulla costa nordafricana e sono oggetto di una storica rivendicazione marocchina. Alcuni utenti hanno interpretato questa formulazione come una sorta di riconoscimento americano delle pretese territoriali di Rabat.
L’analisi del documento mostra però che i 40 milioni sono suddivisi in due stanziamenti da 20 milioni destinati a programmi statunitensi legati alla cooperazione militare, allo sviluppo economico e a iniziative umanitarie. Non risultano fondi destinati a facilitare l’ingresso di migranti a Ceuta.
Un ulteriore elemento indebolisce la teoria del finanziamento statunitense: il provvedimento non era ancora diventato legge, perché doveva essere approvato anche dal Senato. Inoltre, gli stanziamenti riguardano l’anno fiscale 2027, con inizio il primo ottobre 2026, quindi successivamente agli eventi avvenuti a fine luglio. Il legame temporale tra i finanziamenti e la crisi di Ceuta risulta quindi privo di fondamento.
La propaganda filorussa sfrutta la crisi di Ceuta
La crisi migratoria di Ceuta è stata rapidamente sfruttata da account social che sarebbero riconducibili a un orientamento filorusso, per amplificare narrative dell’estrema destra sull’immigrazione. Secondo un’analisi del gruppo anti-disinformazione 411 citata dal Guardian, profili che avrebbero legami con l’apparato militare russo hanno raggiunto oltre 500.000 persone nei giorni successivi agli attraversamenti di massa.
La campagna è esplosa il primo agosto 2026, presentando gli arrivi come un’azione organizzata e deliberata contro la Spagna e insinuando una presunta complicità delle autorità. A questa narrazione si sono aggiunti contenuti islamofobi, antisemiti e complottisti. In appena sei ore, messaggi simili tradotti in sette lingue hanno totalizzato oltre 720.000 visualizzazioni, secondo l’analisi di circa 4,5 milioni di post.
Uno dei principali punti di origine della propaganda sarebbe stato il canale Telegram Rybar. I suoi contenuti sarebbero poi stati rilanciati da una rete di account “ripetitori”, tra cui profili che sarebbero riconducibili al network Pravda, noto per diffondere propaganda del Cremlino a livello internazionale.
Una plausibile spiegazione della crisi: cosa dicono gli analisti
Come spiega l’analisi del Guardian, però, le conversazioni online sulle modalità per raggiungere Ceuta sembrano essere nate soprattutto spontaneamente tra piccoli account anonimi. La preoccupazione principale riguarda quindi l’esistenza di una struttura di amplificazione già organizzata, capace di trasformare rapidamente una crisi locale in una potente narrativa transnazionale.
Le testimonianze raccolte tra i migranti da parte dei fact checker indicano che l’attraversamento sarebbe stato favorito da controlli meno rigidi da parte delle autorità marocchine e il New York Times riporta che alcuni analisti hanno ipotizzato che Rabat potesse utilizzare la pressione migratoria come strumento politico nei confronti della Spagna, anche nel contesto del rafforzamento dei rapporti tra Madrid e l’Algeria, quest’ultimo Paese storicamente rivale del Marocco.
Geopolitica e storia: note sulla sovranità di Ceuta e Melilla
E pochi giorni fa il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha ribadito ad Asharq News che Rabat considera ancora aperta la questione della sovranità del Regno del Marocco su Ceuta e Melilla. Secondo Ouahbi, il Marocco punta a una strategia di lungo periodo per ottenere attraverso il dialogo quelle che considera proprie terre. Ha inoltre chiesto alla Spagna il rimpatrio dei minori marocchini non accompagnati presenti nei centri spagnoli.
Va però precisato che, storicamente, Ceuta e Melilla non sono mai appartenute al moderno Regno del Marocco. Certamente sono nordafricane, trovandosi geograficamente in Maghreb, e sono state incluse nei grandi imperi islamici medievali come quello degli Omayyadi, ma Melilla è sotto sovranità spagnola dal 1497 e Ceuta prima è stata portoghese dal 1415 per poi diventare spagnola dal 1580, mentre il moderno Regno del Marocco è stato fondato nel 1956.
Disinformazione e crisi, lo scenario
Al di là di dispute e congetture, ci si augura “che quanto accaduto faccia definitivamente comprendere che non siamo più dinanzi al modello comunicativo emittente-messaggio-destinatario, ma in un ecosistema informativo ampiamente cyber-socializzato in cui logiche algoritmiche di raccomandazione segmentano e costruiscono audience tra piattaforme mainstream e fringe per attivare a livello individuale comportamenti connettivi, e non semplicemente di massa”, spiega Antinori.
Risulta necessario, infatti, essere “sempre in grado di poter distinguere tra mobilitazione peer-to-peer e weaponizzazione, così come tra misinformation, disinformation e FIMI. Se non comprendiamo tutto ciò, non siamo in grado di ricostruire l’architettura ibrida di tali minacce, in cui un attore non deve più necessariamente possedere una catena di media, o una botnet da milioni di account, come in passato, poiché talvolta, a seconda del target, basta immettere e/o selezionare contenuti ad alto potenziale emozionale e/o comportamentale in un ecosistema algoritmico già predisposto all’amplificazione all’interno di un tessuto sociale già compromesso”, aggiunge.
In tal senso non va scordato che “ci troviamo ancora in un contesto post-pandemico, per svariati aspetti, tra cui in particolare la ricorrente inadeguatezza a governare le crisi, interne ed esterne, attraverso il ricorso all’utilizzo inappropriatamente colpevole di strumenti AI, con il risultato di vulnerabilizzare sul piano reputazionale le istituzioni democratiche”.
Leggere la crisi di Ceuta: i tre livelli di operatività
Prendendo in esame gli effetti prodotti dai fatti di Ceuta, ossia “ambiguità di attribuzione, transito simultaneo su più domini, sfruttamento di vulnerabilità preesistenti, amplificazione cyber-sociale, polarizzazione sociale, pressione sulle istituzioni e divisione fra Stati Membri”, prosegue l’esperto, emergono “tre livelli di operativizzazione ibrida. Il primo costituito da una crisi sociale e migratoria autentica, in cui soprattutto persone giovani reagiscono a opportunità percepite, precarietà, informazioni vere e/o false e segnali ambigui provenienti dai loro coetanei”.
Il secondo livello “si sostanzierebbe in una possibile opportunità coercitiva, all’interno della relazione di lungo termine tra Spagna e Marocco che possiede un controllo di fatto determinante sulla pressione migratoria, nonché una serie di dossier negoziali particolarmente rilevanti tra cui la questione di Ceuta e Melilla, Sahara Occidentale, Algeria, cooperazione di sicurezza e migrazione, che rendono ogni variazione nell’attività di controllo di frontiera strategicamente interpretabile, anche se al momento in assenza di attribuzioni certe”.
Il terzo, quello più osservabile, “si determina nella weaponizzazione informativa della crisi, da parte di ecosistemi estremistico-interni e reti di influenza straniere, con la finalità di trasformare una tragedia locale in polarizzazione transnazionale e vulnerabilizzazione interna/esterna e divisione EU”, aggiunge.
Gli impatti sull’UE
La complessità dell’analisi delle minacce ibride oggi, aggiunge il professore, “risiede in particolare, non tanto nella ricerca ex post dell’autore dell’attacco, l’identificazione del primo vettore e dominio target, ma nella necessità, cogente a livello ecosistemico, di osservare in modo dinamico e individuare rispettivamente chi possiede la capacità di innescare una vulnerabilità, chi decide di amplificarla, chi ne trae beneficio e quali effetti cumulativi produce sugli altri domini“.
Chiedersi quindi chi ha organizzato la crisi è poco efficace. Ha più senso domandarsi, conclude Antinori, “chi ha trasformato, e ne sta ancora sfruttando gli impatti, Ceuta da crisi migratoria in effetto strategico contro la coesione interna e la postura globale dell’EU”.





















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