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caso huawei & c

Guerra commerciale Usa-Cina: la Ue deve imporsi con le regole

La risposta che la Ue deve dare al conflitto tra la Cina e gli Usa sta nell’indirizzo normativo generale, come sta già accadendo in materia di sicurezza e privacy, e soprattutto nel potere di controllo delle autorità indipendenti: su questo terreno andrebbe spostato il confronto. Vediamo perché

10 Giu 2019

Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione


Con la Cina non bisogna continuare ad alzare il livello dello scontro di egemonia, ma passare a un confronto sulle regole della competizione e della tutela dei diritti di proprietà intellettuale ed è qui che l’Europa  – come ha già fatto nei settori della privacy e della cyber security – può e deve farsi sentire. Possibilmente con una sola voce.

Si nota infatti, sullo sfondo del braccio di ferro Usa-Cina, una sottovalutazione del ruolo dell’Europa nel necessario confronto sulle regole con la superpotenza asiatica così come c’è una sottovalutazione, molto italiana, dell’importanza del partner/competitor Cina.

La sottovalutazione si manifesta nei diversi settori: nel turismo non si è ancora realizzato che il turismo cinese è ormai il primo per capacità di spesa: mancano i servizi rivolti a questa gamma della domanda.

La sottovalutazione si manifesta nel ritardo con cui si è avviata l’interlocuzione sul progetto nuova via della seta Road and Belt, dagli accordi universitari, alle scelte infrastrutturali coerenti, alla individuazione per parte italiana di un disegno di valorizzazione della nostra posizione economica e geografica, su cui confrontarsi con le autorità cinesi, allo sviluppo di una strategia europea verso la Cina, la sola in grado di affrontare la dimensione mondiale delle sfide poste dalla crescita economica senza democrazia.

La Cina, tanto per cominciare, spende una quota del Pil nettamente superiore alla nostra per la ricerca anche se inferiore agli Stati Uniti. E la percentuale dei ricercatori sulla popolazione è inferiore anche alla nostra, ma su una popolazione gigantesca.  Ricerca e innovazione sono da anni una priorità della Cina, non lo sono in Italia.

La sottovalutazione investe oggi in particolare anche il tema delle tecnologie ICT: le nostre reti mobili (4G e soprattutto 5G) potrebbero dipendere in misura significativa da tecnologie cinesi, ma non abbiamo fiatato di fronte all’attacco di Trump contro Huawei, che si è tradotto recentemente nell’embargo su Android installato da Google sui telefonini prodotti da Huawei.

L’Italia delle TLC è afona da tempo, avendo perso il controllo di tutte, ma proprio tutte, le società telefoniche, un settore dove solo vent’anni fa era in posizione di leadership.

Ma, per cominciare a entrare nel merito della nostra riflessione, vediamo chi è Huawei e perché  Trump la mette al centro del suo attacco contro la Cina.  E, soprattutto, cerchiamo di capire perché l’Europa rimane muta di fronte a questo confronto.

L’attacco di Trump alla Cina

Gli Usa hanno aperto a metà maggio il confronto con Huawei, accusando l’azienda di violazione delle sanzioni all’Iran: due piccioni con una fava. I due maggiori avversari dell’amministrazione Usa vengono associati nell’addebito di violazione delle sanzioni, che ha già costretto agli arresti domiciliari in Canada Meng Wanzhou, figlia del fondatore e patron di Huawei Ren Zhengfei.

Huawei per effetto di tale attacco vede cessare l’aggiornamento del sistema Android sui telefoni di nuova produzione a partire da agosto. L’impatto maggiore per Huawei sarà nel mercato europeo, il principale dopo la Cina, dove parallelamente scendono le vendite degli iPhone di Apple, in un rigurgito sciovinistico dei consumatori cinesi.

Al di là dell’esito di questo confronto, che si inserisce al centro della contesa commerciale e industriale con la Cina, alcuni effetti saranno destinati a modificare nel medio periodo le relazioni tra la Cina e i paesi occidentali.

La misura della ristrettezza della prospettiva dei partiti e dei governi sovranisti europei emerge in modo eclatante in questo frangente: se gli Stati Uniti possono, giusto o sbagliato che sia, affrontate la Cina in modo diretto, i singoli Stati europei dove vanno senza un quadro normativo e giudiziario di tutela, come quello sviluppato sulla privacy e sulla cyber security? Come il quadro normativo e giurisdizionale di tutela della concorrenza, che ha dimostrato di tutelare gli interessi dei cittadini europei e delle imprese dal ruolo degli incumbent?

Perché il presidente Usa attacca Huawei?

Facciamo un passo indietro per capire come si colloca l’attacco contro Huawei all’interno del confronto più ampio degli Stati Uniti con la Cina.

La relazione Usa-Cina è caratterizzata da una complessità di vincoli elevata:

  • La Cina detiene una elevata quota di bond americani: il costo di emissione del debito pubblico degli Usa dipende quindi dalla propensione cinese a sottoscriverne l’emissione. D’altra parte questo significa anche che le oscillazioni del tasso di interesse stabilite dalla Federal Reserve influenzano il valore capitale delle riserve cinesi detenute in dollari e in titoli federali;
  • gli USA hanno un deficit commerciale enorme con la Cina, che non scarica compiutamente i suoi effetti sul tasso di cambio tra dollaro e renminbi in termini di svalutazione del dollaro proprio perché il deflusso di dollari della bilancia commerciale è controbilanciato dalla domanda di dollari per investimenti che affluiscono in conto capitale (titoli, obbligazioni, bond);
  • la Cina produce gran parte dei consumi finali delle famiglie e dei consumi intermedi dell’industria americana (tessile, informatica, telecom, etc): ciò significa che da un lato i bassi prezzi al consumo e lo stesso export americano non sono sostenibile senza le forniture cinesi;
  • la Cina ha imposto un regime di asimmetrie nella tutela dei diritti d’autore e della proprietà intellettuale che hanno consentito alle aziende cinesi di fare progressi tecnologici accelerati;
  • sul piano commerciale e di tutela dei diritti societari la Cina applica regole altrettanto asimmetriche, non consentendo ad aziende strategiche di entrare nel mercato cinese, se non con accordi specifici, limitanti la libertà degli investitori e delle imprese straniere;
  • la Cina esercita una efficace pressione verso aree di mondo dominate, fino ad oggi, dagli USA: il land grabbing in Africa, ossia l’acquisizione di larghissime estensioni di terra coltivabile per introdurre colture altamente standardizzate e con destinazione il mercato mondiale, la costruzione di infrastrutture essenziali ad innestare lo sviluppo dell’export e dell’import africano;
  • la Cina ricerca adesioni al grande progetto della nuova via della seta (One Road-One Belt) per coinvolgere i paesi dell’Asia e quelli europei con iniziative strategiche e realizzando infrastrutture che di fatto minano le fondamenta dell’egemonia americana e mirano a rafforzare il ruolo globale della Cina sotto il profilo commerciale e anche finanziario;
  • la Cina si muove anche in ambito militare, con le iniziative nell’area del Pacifico che destabilizzano i partner tradizionali americani come Corea del Sud e Giappone. Si può leggere il tentativo di avvicinamento di Trump al dittatore nordcoreano sia un tentativo di rompere questo accerchiamento, insinuandosi nel rapporto strettissimo, ma altresì critico, tra Cina e Nord-Corea.

L’Europa al centro dello scontro egemonico Usa-Cina-Russia

Anche chi non ha nessuna simpatia per il modo di governare del presidente Trump, come il sottoscritto, deve riconoscere che questo presidente ha messo in agenda una reazione all’ascesa dell’egemonia cinese, anche se sembra farlo, come nello stile della casa, solo con la propria indiscussa abilità tattica, privo di quella visione strategica che lo porterebbe a ricercare l’alleanza con l’Europa invece che tentare di disgregarla, come vuole Putin. E nell’ambiguità dei rapporti con la Russia di Putin sta l’altro punto di debolezza della politica estera americana, ambiguità che dipende dal ruolo che, fin dall’elezione alla presidenza, Putin ha giocato a favore di Trump.

In questo quadro della relazioni Usa- Cina, l’attacco americano a Huawei è di enorme portata. Infatti Huawei è decisiva all’interno in molti dei punti che abbiamo toccato sopra.

Ma come mai Huawei è così importante?

Huawei, il gigante tecnologico

Huawei è presente in 188 paesi, con infrastrutture di rete TLC che raggiungono 1/3 della popolazione mondiale, ha superato Ericsson nelle attrezzature di rete, e Apple negli smartphone.

L’azienda produce, oltre ai noti telefonini, che stanno incalzando Samsung e hanno superato Apple, anche tecnologie per la rete di telecomunicazioni: router, switch, antenne etc. E’ leader nelle tecnologie necessarie per la realizzazione della rete 5G, la rete di nuova generazione che renderà l’infrastruttura sufficientemente performante e flessibile per consentire lo sviluppo delle applicazioni e delle transazioni legate all’internet delle cose e allo sviluppo della diffusione dei contenuti digitali, sia di intrattenimento, sia i business (security, logistica, manifattura 4.0 etc).

Forse Cisco, la compagnia americana protagonista dello sviluppo iniziale della rete internet, con router e switch, che dal 2003 al 2018 ha avuto un tasso di crescita medio composto dell’8%, beneficerà del blocco imposto dal governo a Huawei. Rimane che Cisco cresce ad un tasso che è un terzo di quello di Huawei e oggi fattura la metà del gruppo cinese. Ma, soprattutto, è questa dell’attacco frontale la strada per livellare il campo di gioco, come dicono gli anglosassoni? O si rischia di balcanizzare il mercato, alla fine riducendo anche le prospettive di crescita del mercato globale, e rafforzare le tendenze isolazioniste e autarchiche, che sempre covano nell’anima conservatrice delle opinioni pubbliche occidentali, ma che alligna anche, forte e pericoloso, nell’animo nazionalista del Partito Comunista Cinese?

Il tema della balcanizzazione delle tecnologie ICT coinvolte nello sviluppo delle infrastrutture di rete e nei terminali mobili, in particolare, è stato evidenziato con preoccupazione da Will Knight su MIT Technology Review (24 maggio). La balcanizzazione comporta che sia le app, sia i prodotti, sia le infrastrutture faticheranno a parlarsi, con perdita di velocità nella diffusione delle innovazioni, di dimensione dei mercati sia dei prodotti sia dei servizi: i recenti ribassi dei titoli high tech sono un’eloquente dimostrazione che gli investitori stanno diventando prudenti.

Secondo John Naughton (The Guardian 2 giugno) tra gli effetti più significativi dell’embargo vi è il blocco potenziale delle CPU ARM, progettate nel Regno Unito, ma prodotte anche negli Stati Uniti e quindi soggette al blocco. Esse sono a bordo del 95% dei telefoni mobili e sostituirle sarebbe un problema non piccolo. D’altra parte, se il tema è il rischio a cui si esporrebbero le reti 5G fornite da Huawei, legata al partito-governo cinese in modo stringente, estendere la guerra ai laptop e ai telefonini di Huawei sembrerebbe una provocazione inutile. A meno che lo scontro non sia di egemonia: quella sull’economia della rete, dove fino ad oggi gli USA credevano di essere insuperabili, mentre, come abbiamo visto, Huawei stava accingendosi a dimostrare il contrario.

La storia di Huawei

Huawei, ha un nome polisemico, ossia con due significati: azione magnifica oppure la Cina è capace: questo duplice significato racchiude l’essenza della questione: il gigante sul mercato globale è anche, e fino a dove, strumento del partito-governo cinese?

L’azienda nasce nel 1987 in ambito apparecchiature per telefonia, dove Ren Zhengfei cominciò applicando il reverse engineering delle tecnologie più avanzate importate, dicendo nel 1994 al segretario del Partito Comunista Cinese Jiang Zhemin che “la tecnologia di commutazione è connessa alla sicurezza nazionale e una nazione che non ha una propria tecnologia di commutazione è come una nazione che non ha il suo esercito”.

Nel 2005 Huawei venne certificata come fornitore di Vodafone e British Telecom, mentre i primi segni di criticità nel rapporto tra Huawei e amministrazione americana risalgono almeno al 2012, quando Huawei dopo una joint venture con Symantec (Huawei Symantec) rilevò la quota Symantec, inducendo The New York Times ad evidenziare potenziali criticità sui dati sensibili che avrebbero preoccupato l’amministrazione americana.

Huawei è cresciuta, (2002-2018) ad un tasso composto medio del 28%, contro il 10% di Samsung (2006-2018). Ha 188.000 dipendenti, di cui 70.000 coinvolti nella ricerca e sviluppo. E’ una compagnia di diritto cinese, con una struttura della proprietà duale: da un lato il fondatore e patron Ren Zhengfei e dall’altro lato i dipendenti che detengono quote, con un segretario generale espressione del Partito Comunista.

Dal conflitto egemonico al confronto sulle regole

E’ la struttura della governance, e le asimmetrie del sistema cinese ricordate sopra, che costituiscono il motivo di potenziale conflitto con i governi occidentali e soprattutto con le loro autorità di regolazione. Qui viene il punto: nel Regno Unito la questione della affidabilità di Huawei e delle sue tecnologie è stata affrontata da una struttura tecnica, sia pure a riporto del governo, con l’obiettivo specifico di accertare se sussistono rischi effettivi di agevolare, con le sue strumentazione, il controllo e il trasferimento dei dati.

Al di là delle assicurazioni date da Ren Zhengfei negli ultimi anni, i temi della trasparenza finanziaria, della simmetria di trattamento giuridico della compagnia rispetto ai concorrenti, della neutralità rispetto alle vicende politiche dei paesi ove opera rimangono questioni aperte.

Naturalmente lo sono per tutte le aziende che operano nella rete: non ne sono affatto esenti le compagnie americane, a partire dalle Big Four. Ma esiste un check & balance fornito proprio dalle autorità di regolazione indipendenti, in Europa e negli Stati Uniti. Per questo la risposta sta nell’indirizzo normativo generale, come sta facendo l’Unione Europea in materia di sicurezza e privacy, e soprattutto nel potere di controllo delle autorità indipendenti: su questo terreno andrebbe spostato il confronto con le autorità cinesi: l’apertura dei mercati occidentali dovrebbe essere incanalata su questo sentiero, animato dal rispetto della rule of law e dal rispetto della concorrenza e delle normative di tutela dei consumatori e della privacy. Ma non è questo un sentiero che piace agli americani affezionati all’intervento dei giudici per difendere diritti lesi, ma contrari alla regolazione standard sviluppata dalle norme dell’Europa.

E’ elevato il rischio che la conflittualità aperta da Trump, che rimane un tattico, porti ad una crescita del livello di confronto con la Cina senza individuare una strategia di convivenza e di apertura reciproca di opportunità, come è stato invece nel trentennio trascorso. Inoltre, con l’attacco commerciale e l’avvio di una nuova ondata di protezionismo da parte americana, potrebbe rafforzarsi la propensione di Huawei, e delle aziende cinesi in generale, a sviluppare un proprio dominio tecnologico, col rischio della creazione di ambienti tecnologici segmentati e non comunicanti: quella balcanizzazione dei mercati evocata dai più pessimisti osservatori. E’ bene che le democrazie liberali ricordino che sul terreno della liberalizzazione vincono, su quello dell’autarchia perdono, mentre i regimi autoritari possono sopravvivere a lungo nelle fasi di chiusura.

Infine, i consumatori contano molto anche in Cina, ma poiché in Occidente i consumatori votano, essi contano due volte, come consumatori e come cittadini.

E in Europa dopo la famigerata data di agosto, se per i nuovi utenti di Huawei ci fossero problemi significativi con l’aggiornamento del sistema operativo Android, sicuramente si ridurranno le vendite di Huawei, ma sicuramente si ridurranno anche i voti destinati a chi sta limitando le loro possibilità di scelta sul mercato.

Huawei sarà spinta a sviluppare il proprio sistema operativo: sarà complicato perché, come riconosce lo stesso Ren Zhengfei, l’ecosistema non è solo un fatto tecnologico, ma Huawei ha ambizione, risorse e competenze per provarci. E ha l’enorme e protetto mercato cinese dietro le spalle. Ciò innalzerà nuove barriere volte a separare i mercati. Trump vuole farlo riportando i paesi europei, uno alla volta, sotto l’egemonia americana per confrontarsi poi, faccia a faccia con gli avversari. Ma l’obiettivo strategico è di avvicinare i poli e porre le aziende e i consumatori su piani di gioco livellati, ossia equi e trasparenti.

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