Fase 2

App anti-Covid: come convincere i cittadini a usarle ed evitare il rischio sorveglianza

Le app mobili saranno protagoniste della fase 2, per contenere i contagi e ricostruire i contatti e gli spostamenti dei casi positivi noti. Vediamo come sfruttare il potenziale della tecnologia per mitigare l’emergenza sanitaria e le conseguenze del lock down, in modo trasparente e collaborativo

20 Apr 2020
Alessandro Bogliolo

Docente di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni, Università di Urbino Carlo Bo


È ormai chiaro che le applicazioni mobili per il tracciamento dei contatti, contact tracing, faranno parte della strategia di contenimento epidemico nella cosiddetta fase due, post lock down. Si prepara anche l’Italia, con il previsto lancio (a maggio) dell’app Immuni.

Ma la parola “tracciamento”, soprattutto se abbinata ai termini “tecnologia” e “governo”, evoca distopie orwelliane che inducono diffidenza e sospetto.

Cerchiamo quindi di capire di cosa stiamo parlando evitando di usare la parola tracciamento e lasciando da parte la tecnologia.

Come contenere il virus nella fase 2

Per contenere il virus occorre ricostruire i contatti e gli spostamenti dei casi positivi noti, durante il periodo antecedente al test, in cui potevano trasmettere il contagio. Questo serve per isolare e testare le persone che possono essere state da questi contagiate, direttamente o indirettamente, tutelando la loro salute ed evitando che contagino altri. Non è una questione di tecnologia, ma di senso civico e di coesione sociale.

Immaginiamo che un paziente A, scoperto positivo al virus, abbia una memoria così formidabile da poter collaborare con l’autorità sanitaria al punto da risalire a tutte le persone con le quali ha avuto contatti potenzialmente utili alla trasmissione del virus. Tra questi ci sono B, che fortunatamente non ha contratto il virus ma non può ancora saperlo, C, che ha contratto il virus ma è ancora in fase di incubazione e quindi non lo sa, e D, caso asintomatico che potrebbe aver contagiato A o essere stato da questi contagiato. Grazie alla collaborazione di A, l’autorità sanitaria riesce a contattarli tutti, compresi B, C e D, che si sottopongono a test e a quarantena. B, trascorrerà la quarantena senza sviluppare il virus, C lo svilupperà durante la quarantena e lo affronterà in isolamento senza trasmettere il contagio, D offrirà alle autorità sanitarie la stessa collaborazione per verificare di non aver contagiato altri inconsapevolmente nel periodo precedente all’isolamento. Se io fossi A, vorrei avere la memoria formidabile necessaria a tutelare le persone con cui sono venuto in contatto. Se fossi B, C, o D, sarei grato ad A e al sistema sanitario per avermi avvertito tempestivamente, tutelando me e gli altri.

Se questo isolamento selettivo funzionasse in modo ideale e tempestivo, cioè prima che i contagiati diventino a loro volta contagiosi, il virus verrebbe eradicato senza lockdown. Ma nulla funziona in modo ideale, nessuno ha la memoria formidabile che abbiamo attribuito al paziente A e la ricostruzione dei contatti con metodi tradizionali richiede un impegno tale, ed è talmente imprecisa, da essere circoscritta ai familiari e ai pochi contatti più stretti. Per questo siamo in lock down, con tutte le conseguenze socioeconomiche che comporta.

Perché usare le app

A questo punto torna in campo la tecnologia, perché le famigerate app possono fare due cose. Possono aiutarci ad avere una memoria formidabile quasi quanto quella che abbiamo attribuito al paziente A e possono consentire all’autorità sanitaria di avvertire B, C, e D in modo immediato e molto più rispettoso della privacy rispetto a quanto ipotizzato nel nostro esempio. Infatti, con tecniche informatiche note, B, C e D potrebbero essere allertati incrociando dati anonimi/pseudonimi custoditi nei loro stessi telefoni, senza mai svelare le proprie identità, né tantomeno le proprie tracce, all’autorità sanitaria e senza sapere che all’origine dell’allerta c’era il paziente A.

Ma perché si pensa di usare proprio delle app? Per tante buone ragioni: perché i nostri smartphone sono dotati delle capacità di sensing, comunicazione, elaborazione e archiviazione necessarie a raccogliere dati utili al contenimento epidemico; perché gli smartphone, essendo dispositivi mobili personali per antonomasia, sono sempre con noi, al punto che i loro spostamenti e i loro contatti coincidono con i nostri; perché gli smartphone sono già disponibili e abitualmente in mano a buona parte dei cittadini, cosicché qualsiasi soluzione software che possa assumere la forma di un’app può idealmente essere adottata senza tempi e costi di distribuzione. Sarebbe scellerato non sfruttare questo straordinario potenziale per mitigare l’emergenza sanitaria globale e le conseguenze del lock down al quale siamo costretti.

Dieci principi per usare la tecnologia in modo trasparente e collaborativo

Ora si tratta di usare al meglio la tecnologia disponibile, in modo trasparente e collaborativo, per sviluppare app che siano davvero strumenti di emancipazione in mano a cittadini responsabili, piuttosto che strumenti opachi per il controllo di masse inconsapevoli.

Perché questo accada, vale la pena di iniziare dalle raccomandazioni europee e condurre il progetto rispettando alcuni requisiti e principi fondamentali. Eccone alcuni:

  • Intelligenza collettiva. Le soluzioni devono essere basate sulla partecipazione attiva dei cittadini, dalla quale scaturisca l’intelligenza collettiva necessaria al contenimento del virus.
  • Responsabilità sociale. Le soluzioni adottate devono dare agli utenti la percezione del valore sociale dei comportamenti individuali.
  • Consapevolezza e controllo agli utenti. Le tecnologie non sono infallibili e non sempre funzionano come ci aspettiamo. È importante che gli utenti abbiano pieno controllo degli strumenti e dei propri dati, potendo consultare i dati raccolti e arricchirli con qualsiasi informazione ritengano rilevante.
  • Privacy per costruzione. La protezione dei dati personali deve essere garantita per costruzione e non basata sulla fiducia nella buona fede dei gestori del servizio. Lasciare i dati nelle mani degli utenti è una prima garanzia in tal senso.
  • Anonimato per costruzione. I sistemi devono essere sviluppati in modo da non permettere l’identificazione degli utenti neanche al momento dell’incrocio dei dati per la ricostruzione dei contatti e neanche a posteriori, per scongiurare il rischio di qualsiasi forma di controllo e di stigmatizzazione.
  • Non una sola tecnologia. Nessuna tecnologia, da sola, offre tutte le garanzie necessarie allo scopo. La geolocalizzazione ha accuratezza limitata, il bluetooth richiede che tutti adottino lo stesso protocollo ed è inefficace a fronte di contagi indiretti, attraverso superfici. La soluzione adottata deve combinare geolocalizzazione e bluetooth ed essere aperta all’integrazione di ulteriori soluzioni.
  • Interoperabilità. Protocolli e standard aperti sono da preferire a soluzioni chiuse, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista organizzativo.
  • Open source. Solo i progetti software a codice aperto offrono garanzia di trasparenza e di sviluppo continuo. Se tutti gli sviluppatori possono esaminare il codice, possono contribuire a migliorarlo e verificare che l’applicazione faccia esattamente ciò che promette.
  • Open data. Le statistiche di utilizzo, raccolte nel rispetto della privacy e dell’anonimato, devono essere aperte allo studio e alla ricerca, per andare a vantaggio della collettività senza offrire alcun vantaggio competitivo ai gestori del sistema.
  • Proporzionalità. La soluzione adottata deve usare tutte le possibili cautele per evitare la diffusione di falsi allarmi che potrebbero diffondere il panico e congestionare il sistema sanitario.

Non è facile, ma è necessario, e richiede l’impegno di tutti. Io cerco di fare la mia parte, da informatico e da cittadino.

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