Scorza: “Executive order di Biden, ecco i punti critici, quelli positivi e quelli da chiarire”

L’ordine esecutivo di Biden per un nuovo accordo dopo il privacy shield ha elementi di novità positivi, ma anche elementi critici. E altri che andranno chiariti, analizzati nei prossimi mesi. Un primo giudizio da Guido Scorza del Garante Privacy

10 Ott 2022
Guido Scorza

Autorità Garante Privacy

Tre punti e sulla privacy tra Usa ed Europa si apre una nuova pagina di un libro ancora lungo da scrivere.

  • “Gli Stati Uniti raccolgono informazioni in modo che i responsabili delle decisioni sulla sicurezza nazionale abbiano accesso a informazioni tempestive, accurate e approfondite necessarie per curare gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e per proteggere i nostri cittadini e i cittadini dei nostri alleati e partner da ogni rischio.
  • Le capacità di intelligence sono uno dei motivi principali per cui siamo stati in grado di adattarci a un ambiente di sicurezza dinamico e in continua evoluzione e gli Stati Uniti devono preservare e continuare a sviluppare capacità di intelligence solide e tecnologicamente avanzate per proteggere la propria sicurezza e quella dei nostri alleati e partner.
  • Allo stesso tempo, gli Stati Uniti riconoscono che le attività di intelligence devono tenere conto del fatto che tutte le persone dovrebbero essere trattate con dignità e rispetto, indipendentemente dalla loro nazionalità e ovunque risiedano, e che tutte le persone hanno legittimi interessi alla privacy nella gestione delle loro informazioni personali. Pertanto, questo ordine stabilisce salvaguardie per tali attività di intelligence basate sulla raccolta dei dati”.

Inizia così l’executive order firmato nei giorni scorsi dal Presidente Biden e pubblicato sul sito della Casa Bianca.

Dati Europa-Usa, ecco l’ordine esecutivo di Biden: un primo giudizio

Ordine esecutivo Biden sulla privacy: la posta in gioco

Si tratta del provvedimento con il quale l’accordo politico raggiunto nella scorsa primavera tra Stati Uniti e Europa in materia di trasferimento dei dati personali dal vecchio al nuovo continente inizia – o, almeno, dovrebbe iniziare – a prendere forma e a essere tradotto in gesti concreti e produttivi di effetti giuridici. Il futuro insomma dopo la rottura del privacy shield.

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Nella migliore delle ipotesi, insomma, almeno sotto il profilo tecnico-giuridico siamo all’inizio di un processo e non alla fine.

Guai, naturalmente, a negare che politicamente l’adozione dell’executive order significa molto di più perché rappresenta, almeno, un gesto di buona volontà e concretezza in trattative che si trascinano ormai da troppo tempo e che, a tratti, sono sembrate più di forma che di sostanza.

Troppo presto per avanzare giudizi circa la serietà e consistenza del gesto dell’amministrazione americana e per avanzare valutazioni sull’epilogo della vicenda.

Siamo in uno di quei classici momenti nei quali, probabilmente, sbaglia solo chi si sbilancia da una parte o dall’altra: chi considera la partita a un passo dalla soluzione e chi – come per la verità ha immediatamente fatto Max Schrems l’attivista-avvocato austriaco che ha dato il via, si fa per dire, alle danze – bolla l’executive order come insufficiente a definire la partita.

La posta in gioco è troppo alta per cedere alla tentazione di giudizi affrettati.

Gli Stati Uniti d’America, a due anno da quel luglio del 2020 nel quale la Corte di Giustizia dell’Unione europea li ha, per la seconda volta in una manciata di anni, giudicati un approdo non sufficientemente sicuro per i dati personali dei cittadini europei hanno fatto una mossa significativa, importante, non scontata che andrà ora analizzata a fondo, passata ai raggi X nel metodo e nel merito, da parte delle istituzioni europee, le autorità di protezione dei dati personali, i Governi dei diversi Paesi dell’Unione.

Pro e contro dell’executive order americano su data transfer

Una prima lettura del provvedimento firmato da Biden restituisce impressioni positive e impressioni meno positive.

I punti critici

L’incipit dell’executive order come diversi suoi passaggi, tanto per cominciare, suggeriscono, per la verità senza grandi sorprese, che gli Stati Uniti restano tendenzialmente delle loro idee in fatto di intelligence e convinti di non aver commesso sin qui grandi errori né sottovalutato il rispetto della privacy delle persone ma di essere, comunque, disponibili a cambiare qualcosa per garantire meglio e di più la dignità delle persone.

Nella colonna dei profili che lasciano perplessi c’è certamente la forma scelta, dalla Casa Bianca, per fare questa mossa: un ordine esecutivo e non una legge.

La mossa era nell’aria da mesi.

È, probabilmente, il più semplice e veloce tra gli interventi “regolamentari” – in senso lato, per la verità – possibile e, però, non si può con rilevare che, nella sostanza, è un atto di indirizzo per quanto autorevole, per quanto importante, per quanto significativo.

Ora, il punto – per stare al metodo prima di passare al merito – è che la Corte di Giustizia UE ha annullato il famoso Privacy Schield, l’accordo che aveva, fino ad allora, garantito l’esportazione di dati personali verso gli Stati Uniti d’America, sulla base dell’accertamento di un disallineamento importante tra le leggi americane e quelle europee.

Un ordine esecutivo che non è una legge e non può modificare le leggi potrà considerarsi sufficiente a risolvere un problema di disallineamento tra leggi?

Impossibile non porsi questa domanda.

Tanto più che nell’executive order firmato l’altro giorno da Biden c’è scritto nero su bianco – ma sarebbe stato comunque così – che non interviene sulla disciplina vigente incluse, tra le altre, proprio le leggi, “pietra dello scandalo”.

I punti positivi

Gettandosi alle spalle il metodo e guardando al merito è innegabile che con l’executive order in questione entrano nell’Ordinamento americano, concetti e principi di chiara impronta europea come quelli di necessità dei trattamenti, minimizzazione, proporzionalità, diritto dei cittadini europei a un ricorso per le ipotesi in cui sospettino una violazione della loro privacy, necessità per le agenzie di intelligence di più stringenti basi giuridiche prima di fare incetta di dati personali per finalità variamente nobili e importanti.

Ma ciascuno di questi profili, come si è anticipato, andrà approfondito, studiato, esaminato.

Anche perché, questa volta, più che in passato, fare in fretta – anche se dirlo due anni dopo la sentenza della Corte di Giustizia potrebbe far sorridere – è importante ma far bene è più importante perché nessuno, né da questa, né da quella parte dell’oceano, può permettersi di correre il rischio che i Giudici europei, davanti ai quali Schrems ha già annunciato di voler tornare, tra qualche anno sentenzino che gli Stati Uniti continuano a essere un approdo insicuro per i dati dei cittadini europei.

A quel punto saremmo alla tragicommedia.

I punti da chiarire

Nel merito, per evitare che uno scenario di questo genere sia verosimile, bisognerà soprattutto capire quanto stringenti sono per davvero i nuovi limiti imposti – anche se “solo” a livello di direttiva – alle agenzie di intelligence che, certamente, sono tenute a rispettare rigorosamente l’executive order, quanto i procedimenti – che non sono neppure compiutamente definitivi nell’executive order ma che dovranno essere definiti nei prossimi mesi – di ricorso da parte dei cittadini europei nel caso di possibili violazioni siano effettivamente accessibili e, anche, quanto saprà essere effettivamente indipendente la “corte speciale” nominata da un braccio del Governo e destinata a occuparsi, in seconda istanza, dei ricorsi dei cittadini europei.

Sulla carta, alcune garanzie, come quella di inamovibilità dei suoi componenti una volta nominati, non sembrano troppo lontane da quelle che garantiscono l’indipendenza delle nostre Autorità.

Inutile, comunque, avanzare pronostici.

È il tempo dell’analisi e dello studio e ci vorrà qualche mese per riuscire a avere un quadro più stabile della situazione.

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