Il caso

Dopo il terremoto, ricostruire con l’open gov

Che fine fanno i finanziamenti per la ricostruzione in Emilia? Una partnership tra associazioni e istituzioni (Wikitalia, Anci Emilia Romagna, Action Aid, Cisco Italia e Open Polis) ha dato vita a Open Ricostruzione. Modello sperimentale applicato all’Emilia, ma che può essere replicato in altre situazioni dove sia necessario un rigoroso controllo delle opere

30 Gen 2014
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Oltre 371 milioni di euro la stima dei danni, 53 milioni e mezzo i finanziamenti privati finora raccolti grazie a più di 8800 donazioni, versate sui conti correnti dei comuni coinvolti.

Numeri dietro cui batte una laboriosa opera di ricostruzione in Emilia Romagna, dopo i due terremoti della primavera del 2012. Esaurita l’emergenza, e spenti i riflettori sul disastro, si è pensato che anche i dati e la tecnologia digitale potessero intervenire in modo virtuoso nella fase successiva, quella più delicata, della ricostruzione.

Proprio con questo obiettivo è nato Open Ricostruzione, progetto on e off line che celebra un anno dalla sua costituzione: il 24 gennaio del 2013 è stata lanciata la piattaforma.

L’idea si propone di seguire i progetti di ricostruzione, nel loro sviluppo, attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali, la raccolta e pubblicazione dei dati, la mappatura dei danni sul territorio, e la partecipazione dei cittadini, chiamati a monitorare il flusso dei finanziamenti, le azioni delle amministrazioni pubbliche, il coinvolgimento delle comunità locali, in un’ottica di trasparenza e apertura delle pa.

Una macchina che ha come ingranaggi associazioni e attori istituzionali: Wikitalia, Anci Emilia Romagna, Action Aid, Cisco Italia e Open Polis che ha scritto il software con lo stesso codice sorgente utilizzato per OpenCoesione, il progetto del Ministero per la Coesione Territoriale che rende accessibili i dati delle politiche di coesione, finanziate con denaro pubblico.

La piattaforma è ancora in versione beta – i contenuti sono in continuo aggiornamento – ma è un progetto pilota che può essere replicato, a costi contenuti (circa 6mila euro nel complesso), anche in altre aree colpite da calamità naturali o dolose in cui vi sia necessità di un’opera di ricostruzione e di un rigoroso controllo su di essa.

Come è possibile intervenire?

Attraverso un sito web, appunto – dove pubblicare i dati raccolti e la loro visualizzazione, lo stato d’avanzamento delle opere e la mappatura dei danni causati dal sisma – e grazie a dei “laboratori di comunità”, interamente gratuiti, che formino i cittadini delle aree colpite nel processo di monitoraggio civico sulla ricostruzione: uno degli aspetti più interessante dell’intero progetto.

Christian Quintili è il referente territoriale di ActionAid per l’Emilia Romagna. Con la sua associazione apartitica e indipendente – che si occupa in tutto il mondo dello sviluppo sostenibile di progetti in aree disagiate – guida i laboratori in Emilia.

“In questo primo anno, lo scorso 2013, abbiamo quasi concluso il lavoro sui 5 comuni più danneggiati del totale dei 61 coinvolti – racconta – e per il 2014 ci siamo proposti di seguirne altrettanti”. Delle località in cui è stato sperimentato finora il progetto – Crevalcore, Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Bondeno e Reggiolo – sono stati coinvolti cittadini, scuole, associazioni, mondo imprenditoriale e liberi professionisti che potessero contribuire con competenze specifiche. Il primo modulo formativo è partito il 29 giugno del 2013. Ognuno dei tre laboratori comprende tre seminari sulla trasmissione delle competenze necessarie per poter monitorare un appalto pubblico. Ci si può iscrivere a uno o più incontri, in maniera interamente gratuita, inviando una mail a info@openricostruzione.it.

“È necessario sottolineare – continua Quintili – che un progetto simile sarebbe stato impensabile senza la collaborazione e l’apertura delle pubbliche amministrazioni. C’è stata una prima fase di diffidenza da parte della politica, anche per il fatto che non agiamo con il patrocinio di alcun partito in particolare. Il senso è quello di lavorare con chiunque, senza pregiudizi o riserve di sorta. Una volta rotto il ghiaccio, però, è stato tutto molto fluido. Abbiamo posto una sola condizione: che ciascuna pa, dopo averci indicato un’opera da monitorare, di essa ci fornisse tutto il materiale disponibile: dai verbali alla documentazione sul bando. Il patto è stato rispettato. Abbiamo iniziato con appalti di piccola entità: tra i 5 e i 40 milioni di euro”.

Nel primo Lab, quello sull’appalto pubblico – coordinato dall’avvocato Boris Vitiello – i cittadini si esercitano nel seguire l’iter che percorre un’opera dalla fase di scrittura del bando, all’aggiudicazione dell’appalto, alle successive tappe (subappalti, controllo sulla sicurezza e procedure antimafia). Non solo acquisiscono nozioni di urbanistica, ma imparano ad analizzare una delibera di consiglio e giunta, esaminano i bandi, i capitolati, i contratti di aggiudicazione del lavoro, e studiano la normativa sulla trasparenza e la corruzione. I gruppo di lavoro sono, di norma, non oltre i 15 partecipanti, per poter consentire a tutti di essere seguiti con attenzione.

Anche la visualizzazione dei danni e la testimonianza fotografica è una costola importante del progetto. Si è pensato, quindi, nel secondo laboratorio sul fotogiornalismo, di insegnare a produrre testimonianze visive con una macchina fotografica o uno smartphone o un altro device, e condividerle in rete attraverso la piattaforma di storytelling Seejay per aggregare contenuti multimediali usergeneration: in modo da creare delle narrazioni visive cui chiunque può partecipare, anche con l’integrazione di nuove, preziose informazioni. Il software di crowdphotography è in betatest e a coordinare il lab è stata chiamata Shoot4change: un’organizzazione internazionale no-profit composta da fotografi, designer, artisti e professionisti che si occupano, a livello volontario, di reportage in ambito umanitario. In Emilia, durante il terremoto, hanno partecipato alla più grande raccolta di testimonianze per foto e immagini del sisma.

Ma la condivisione in rete non basta. Ecco perché si è cercato di non trascurare la possibilità di imparare a creare moduli pubblicabili dai media, nel terzo laboratorio, con un tutorial di datajournalism che insegna a realizzare mappe e costruire visualizzazioni interattive degli opendata raccolti, in modo che le stesse istituzioni e le amministrazioni possano riutilizzare il materiale lavorato. I dataset su cui si lavora sono quelli già pubblicati dalla regione Emilia, ma non in formato aperto: il piano delle opere pubbliche e i piani culturali. Una megatabella pdf da lavorare, che comprende i dati di tutta l’edilizia pubblica (opere d’arte ed ediliza scolastica la cui ricostruzione verrà finanziata con fondi regionali e governativi per un importo complessivo di circa un miliardo e mezzo di euro). Si analizzano i costi ipotizzati per ciascuna opera e quante risorse sono state stanziate in merito. È il dataset più completo in circolazione.

Il network Dataninja – chiamato a coordinare il terzo lab – ha disegnato un percorso di tre tappe principali: nel primo incontro, la visualizzazione dell’entità dei danni di ciascun comune, stimati per tipologia di edificio, durante il sisma, con aggiornamenti successivi. Nel secondo la creazione di una mappa che visualizza la dislocazione geografica degli edifici danneggiati, infine, nel terzo, un’altra mappa cromatica che incorpora grafici interattivi.

“La risposta è entusiastica – spiega Christian Quintili – Riuscire a visualizzare la condizione precisa della propria area di residenza è di grande impatto, anche dal punto di vista psicologico”.

Ma dove confluisce l’intero lavoro di raccolta dati e mappatura di ciascun comune?

Viene pubblicato sul sito, ovviamente, in modo che possa essere ripreso, integrato e aggiornato. Non solo. Il punto di forza è la collaborazione con Anci Emilia Romagna che raccoglie i dati (propri e partecipati) e li invia a una piattaforma di servizio utilizzata dagli addetti ai lavori per il controllo istituzionale delle opere di ricostruzione.

Il progetto, però, può essere migliorato ed è in continuo aggiornamento.

“Ciò che manca al momento – spiega il referente di Action Aid – è una fotografia precisa dello stato di avanzamento dei lavori, ma ci stiamo lavorando: in fondo sono trascorsi solo 8 mesi da quando siamo partiti. Se riuscissimo a rinnovare il progetto anche per gli altri comuni – come credo – saremmo in grado di apportare degli aggiustamenti e un arricchimento della piattaforma, dopo un primo bilancio di poco meno di un anno. Ma non intendiamo fermarci qui. Abbiamo già pensato che un modello simile si possa applicare non solo nelle situazioni emergenziali, come nel caso del sisma o di calamità naturali, ma anche per le nuove opere avviate in contesti di grandi appalti, come l’Expo, ad esempio. Sarebbe uno strumento molto utile per contrastare il rischio di infiltrazioni mafiose, nell’aggiudicazione degli appalti pubblici”.

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