startup e innovazione

Italia in recessione, la salvezza è digitale: il Governo continui a crederci

Il futuro dell’economia sarà più difficile di quel che ci si aspettava solo qualche mese fa: l’Italia è di nuovo in recessione, ma le politiche per l’innovazione avviate dal Governo possono rappresentare un’occasione per ritornare a crescere e farlo su un terreno più solido. Ecco perché

12 Mar 2019
Francesco Sacco

docente di management consulting all'Università Bocconi di Milano

StartUp

Qualcuno comincia a dire che nuvole tempestose si stanno accumulando all’orizzonte del mondo tecnologico, arrivando a prevedere una nuova implosione come quella che nel 2000 interessò le dot-com.

Nubi minacciose, dicevamo, che in Italia, stando alle previsioni dei principali analisti, si addensano sull’intera economia in maniera anche peggiore di come ci si aspettava appena qualche mese addietro: il nostro Paese si prepara infatti, ad affrontare una nuova recessione, la terza in dieci anni, come appena certificato anche dall’Ocse.

Il tutto mentre il Governo italiano sta accelerando sulle misure per sostenere l’innovazione (vedi il fondo per l’innovazione presentato a Torino pochi giorni fa), con un focus sulla trasformazione digitale delle piccole e medie imprese. Una buona notizia, nonostante tutto, perché la politica può ribaltare le sentenze. 

E non lo diciamo per eccesso di ottimismo, ma perché sono le recessioni momenti in cui si discutono le posizioni consolidate. Anche quelle posizioni, come la nostra, che appaiono da troppo tempo consolidate in negativo.

Proviamo perciò di seguito a fare il punto sul quadro economico italiano e mondiale e a capire perché, anche se non può reggere il parallelo con la bolla delle dot-com, l’Italia non deve cambiare la direzione intrapresa in termini di sostegno all’innovazione e alle startup.

Siamo di fronte a una nuova bolla?

MoneyTree ha appena pubblicato i dati sull’attività di venture capital negli Usa che, a prima vista, ha solo buone notizie. Nel 2018 gli investimenti dei venture capital statunitensi hanno raggiunto i 99,5 miliardi di dollari, il secondo anno per investimenti totali registrato dal picco delle dot-com nel 2000. Il numero di deal chiusi (5.536) è sceso al livello più basso dal 2013, una tendenza che è stata compensata da un aumento dei mega-round da più di 100 milioni di dollari, che ha invece toccato il record di 184. Ci sono stati investimenti record in Healthcare e Mobile & Telecommunications, che hanno ricevuto rispettivamente 20,3 e 14,8 miliardi di dollari dal venture capital. Il solo parallelo con il 2000 e la bolla delle dot.com, però, è riuscito ad evocare oscuri presagi negativi. Qualcuno ha cominciato a chiedersi: siamo di fronte a una nuova bolla delle startup?

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Le prime vittime dello scontro commerciale Usa-Cina

Su un altro fronte, lo scontro commerciale del presidente Usa Donald Trump con la Cina, sta provocando le prime vittime nel mondo della tecnologia. I consumatori cinesi si sono fatti da parte, creando un buco da 9 miliardi di dollari nei conti trimestrali di Apple. Sempre la Cina è il punto di riferimento degli analisti per il profit warning di Nvidia, anche se il produttore di chip grafici ha anche incolpato la scarsa domanda da parte dei miner di Bitcoin e dei data center in cloud.

Intel, ha citato l’intensificarsi delle “preoccupazioni commerciali e macroeconomiche” per i risultati finanziari a gennaio che non hanno soddisfatto le aspettative. E Samsung ha detto che le vendite sono crollate del 10% nel quarto trimestre a causa dell’indebolimento della domanda di chip di memoria da data center e smartphone. Altre notizie negative sul rallentamento delle vendite sono arrivate nelle ultime settimane dai grandi fornitori di componenti tra cui Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, Micron Technology e Western Digital. Guardare i produttori di componenti è importante perché tendono ad anticipare gli andamenti del mercato.

L’anno scorso, i produttori hanno spedito in totale 1 trilione di chip e altri semiconduttori, il 10% in più rispetto all’anno precedente, secondo le stime di IC Insights. Un’enormità in valori assoluti. Ma il 2019 già si preannuncia come una storia molto diversa, ora che molte importanti fonti di domanda di chip sembrano ridimensionarsi. È un brusco cambiamento dopo i risultati stellari del 2018. Proprio la Cina, gli smartphone, i bitcoin e il cloud computing erano stati tra i principali driver del lunghissimo boom tecnologico che, a sua volta, in buona parte aveva alimentato l’economia globale nell’ultimo decennio. Quindi, potremmo essere all’inizio di una inversione nel trend favorevole al mondo della tecnologia?

In Italia ancora i postumi della bolla del 2000

Le cose sembrano stare diversamente. Come ha detto recentemente, in una dichiarazione pubblicata dal New York Times, Gene Munster, direttore della ricerca di Loup Ventures, un’importante società di venture capital, pur riconoscendo i paralleli con il 2000, questa volta è diverso. A quei tempi, vi erano soprattutto startup, che avevano più sogni che entrate. Quando le startup hanno iniziato a vacillare, le aziende tecnologiche si sono trovate in pericolo e la tempesta è durata per anni. “Queste sono tutte società reali ora, con clienti reali”, ha detto Munster. “Le persone sono disposte a guardare oltre alcuni mesi negativi”.

Anche se le nubi dovessero diradarsi all’orizzonte, i problemi sono sempre un memento che la domanda non è eterna e non può esserlo. Ma noi siamo in Italia. Lo sboom della new economy ci ha fatto malissimo. Quando si fermò nel mondo delle new economy non solo si fermarono gli investimenti in venture capital, che ci hanno messo circa 15 anni per riprendersi, ma si fermarono tutti gli investimenti nel mondo ICT. Nel resto del mondo gli investimenti rallentarono per un paio d’anni ma poi ripresero a crescere con lo stesso ritmo precedente al crollo. In Italia, invece, ci sono voluti quasi dieci anni solo per ritornare agli stessi livelli. Siamo più indietro degli altri. Non serve neanche fare l’elenco delle classifiche che ce lo dicono.

Quindi, su questo tema dobbiamo mettere un punto fermo: qualunque cosa succeda lungo l’orizzonte del mondo tecnologico, per noi la direzione non deve cambiare. La strada per la modernizzazione della nostra economia e del nostro Paese è ancora lunghissima. Non possiamo permetterci il lusso di lasciarci distrarre dalle cattive notizie. Per noi devono essere opportunità da cogliere per avere condizioni migliori per il nostro futuro, non per rimettere in discussione quel che è già chiaro. Abbiamo una lunga e gloriosa storia alle spalle. Ma il futuro davanti a noi è ancora tutto da costruire e non dobbiamo dimenticarcelo.

L’articolo di Riccardo Scarfato, qualche giorno fa su AgendaDigitale.eu, faceva il punto sugli aiuti alle startup nel nostro Paese. Finalmente hanno strumenti comparabili con quelli che hanno a disposizione startup di altri paesi e il livello di attenzione che meriterebbero. Giustamente, Scarfato concludeva sottolineando che ci sono più strade che conducono allo stesso risultato: “Alcuni Stati puntano sui finanziamenti pubblici e sulle esenzioni, altri si propongono come collanti tra domanda ed offerta nella ricerca di capitale proprio (in questo caso di venture capital). Alcuni Stati, come la Germania, addirittura vanno oltre, implementando il sostrato imprenditoriale alla radice, ovvero nei banchi di scuola tramite lo sviluppo delle politiche d’istruzione orientate all’innovazione e al Business”. Molte di queste iniziative meriterebbero approfondimenti da parte delle nostre autorità, ma resta il fatto che finalmente l’Italia comincia ad avere una politica industriale verso le startup.

Nubi sul futuro dell’economia italiana

Ci sono tre elementi che fanno pensare che il futuro dell’economia sarà più difficile di quel che ci si aspettava solo qualche mese fa:

L’andamento delle previsioni e della produzione industriale

Aveva iniziato a metà novembre Goldman Sachs che stimava per il 2019 una brusca decelerazione della crescita del PIL appena allo 0,4% (le previsioni di consensus parlavano ancora di un +1%, e l’ISTAT poco dopo, a dicembre, aveva rivisto le stime allo 0,9%). Poi, la Banca d’Italia, a causa del peso dello spread aveva rivisto le stime di crescita del Pil per il 2018 portandole dall’1,2% allo 0,9%, mentre per il 2019 aveva lasciato invariate le previsioni all’1% con una crescita dell’economia intorno all’1% annuo per tutto il triennio 2019-2021. Ma gli effetti sull’attività economica delle misure espansive contenute nella manovra di bilancio sarebbero contrastati dai maggiori tassi d’interesse fino ad oggi registrati e attesi che frenerebbero l’espansione della domanda interna.

Poi è arrivata un’altra raffica di cattive notizie. Giovedì 14 febbraio era stata Moody’s a tagliare le previsioni sulla crescita economica italiana nel 2019, portandole tra zero e 0,5%. Il 15 febbraio si è aggiunta Fitch: secondo l’agenzia di rating l’Italia crescerà quest’anno dello 0,3% (le sue precedenti stime erano per una crescita all’1,1%). Non siamo purtroppo i soli ad avere subito un taglio. Fitch ha tagliato le previsioni di tutta l’Eurozona, che è passata da 1,7% a 1%, e di molti paesi: la Germania nel 2019 crescerà solo dell’1% (in precedenza era 1,7%). Ma il caso dell’Italia spicca perché siamo entrati nella terza recessione degli ultimi 10 anni e perché in Italia c’è anche un rallentamento nel credito alle imprese anche a causa dello spread dei BTp. Inoltre, è in calo oltre le attese anche la produzione industriale italiana, che a novembre, come riporta l’Istat, si è ridotta dell’1,6% sul mese precedente. Su base annua la frenata è del 2,6%: il calo maggiore dall’ottobre 2014. La situazione è difficile soprattutto per il settore auto (-19,5% sull’anno) ma anche per la meccanica e i macchinari.

Il contesto internazionale

Il calo della produzione in Germania è anche più forte che in Italia. Anche la Francia non è messa bene pur godendo di una condizione migliore rispetto alla nostra. La Germania rappresenta per l’Italia il primo partner commerciale, assorbendo il 12% delle nostre vendite all’estero. Nel 2017 abbiamo toccato il nuovo record, superano i 56 miliardi di vendite a Berlino. Livello che nel 2018 potremmo aver superato, anche se saranno cruciali i dati dell’ultimo bimestre. Tra gennaio e ottobre la crescita è stata pari al 4,4%, con valori superiori ai 49 miliardi. Solo in un paio di comparti, abbigliamento e chimica, i valori arretrano rispetto al 2017. Mentre altrove vi sono soltanto segni positivi, a partire dalla filiera meccanica, con i metalli in crescita del 10,5%. Anche le prospettive dell’economia mondiale volgono al peggio. Qualche giorno fa il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta secondo la quale oltre il 50% degli intervistati sono certi di una recessione americana entro il 2020 e un altro 24% entro il 2021. Se anche gli USA entrano in recessione, dopo Europa e Cina, ci sarà inevitabilmente una recessione mondiale.

L’andamento dell’indice composite Pmi (Purchasing managers index)

È un indice costruito intervistando i responsabili degli acquisti di beni e servizi e tiene conto di nuovi ordini, produzione, occupazione, consegne e scorte nel settore manifatturiero e dei servizi delle imprese. È indicativo delle aspettative delle imprese. Un valore inferiore a 50 indica una probabilità di contrazione, mentre un valore superiore al 50 indica una possibile espansione. Il Pmi composto dell’Italia è inferiore a 50 anche in novembre (49,3), dopo il dato ugualmente negativo di ottobre. Il che fa salire la probabilità di un quarto trimestre negativo, e quindi che l’Italia entri ufficialmente in recessione dopo la piccola contrazione del Pil osservata nel terzo trimestre. A rallentare tra i grandi paesi europei, ancora una volta, è la Germania, il cui indice Pmi ha un andamento declinante simile a quello dell’Italia, pur rimanendo superiore a 50 (per l’esattezza, 52,3, il minimo da quattro anni) ma pur sempre sopra alla soglia che indicherebbe l’arrivo di una recessione. Francia e Spagna, invece, non rallentano, ma confermano la crescita del trimestre precedente.

La politica può ribaltare le previsioni

Le previsioni, però, non sono sentenze. Possono essere cambiate dalle politiche, dalle reazioni collettive, dalle decisioni delle imprese e anche da quelle degli innovatori. Non è un mistero per nessuno che la debolezza della crescita ultradecennale del nostro Paese è dovuta soprattutto ad un’economia debole sui fronti più esposti all’innovazione, da una parte, incapace di fare sistema, dall’altra troppo prudente nello svecchiare il proprio sistema produttivo. In questo senso, la presentazione a Torino del fondo per l’innovazione, organizzata dal ministero dello Sviluppo Economico, con la partecipazione del vice premier Di Maio, è una buona notizia. Il fondo, con la partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti, mette a disposizione un miliardo in tre anni. Non è poco. È ancora presto per giudicare, anche perché ancora mancano i dettagli, ma è un passo nella giusta direzione.

Quando il governo ha rinnovato a fine 2018 le misure su Industria 4.0, ha fatto una chiara scelta di politica industriale, per certi versi discutibile: preferire le piccole e medie imprese. Anche la decisione del fondo dovrebbe andare nella stessa direzione. L’importante, però, è che finalmente il settore pubblico, il mondo della ricerca, CdP e le imprese si muovano in modo coordinato per dare efficacia e concretezza a queste misure. Ma, soprattutto, per fare un fronte unico per resistere e non cambiare direzione quando il quadro economico dovesse peggiorare. Le recessioni non portano buone notizie, perché sono un momento di selezione. Se una volta tanto ci arriveremo preparati, avendo investito adeguatamente in innovazione, potrebbe però addirittura essere un’occasione per ritornare a crescere e farlo su un terreno più solido.

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