Anteprima

Startup, a chi vanno i soldi? Ecco lo studio che rivela lo stato dell’arte in Italia

Investimenti molto concentrati su poche fortunate aziende. Scarso il ruolo di Venture Capital e Private Equity. Ci sono queste tra le scoperte di uno studio dell’università Bocconi di Milano, in anteprima per Agendadigitale.eu

15 Set 2016
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Il 25 per cento delle startup italiane prende l’89 per cento dei finanziamenti. La maggior parte delle startup ha tra i soci fondatori individui (il 95% delle startup), mentre solo appena il 5% delle società è partecipata da Venture Capital o Private Equity. Sono le caratteristiche salienti, del mercato italiano, che emergono da questo nostro studio. Il primo dettagliato sugli investimenti in startup italiane.

QUI L’INFOGRAFICA

E’ ormai noto che le startup possono rappresentare un motore di sviluppo per l’economia, ma per trasformare le loro invenzioni in innovazioni commerciabili e crescere in vere e proprie aziende, hanno bisogno di capitali. Non solo, gli operatori finanziari più specializzati quali venture capitalist e private equity, ma anche in larga parte individui facoltosi, cosiddetti business angels, trovano interesse ad investire nella startup nella misura in cui possono poi a distanza di pochi anni smobilizzare il proprio investimento tramite una exit, vale a dire la vendita dell’azienda (o della propria quota) ad altri investitori. Difficilmente quindi questi operatori investono in progetti appena avviati, con pochi risultati all’attivo. La raccolta del capitale (equity e/o debito) presso altri investitori ed anche operatori tradizionali quali banche è quindi essenziale a che la startup possa muovere i primi passi e rendersi “appetibile” ad investitori di taglio maggiore.

Il dibattito in Italia sul tema finanziamenti oscilla tra gli idealisti disillusi e i darwiniani cinici. I primi ritengono che nel Bel Paese non vi siano risorse sufficienti a finanziare le startup vuoi per le limitate risorse di venture capitalists e business angels, vuoi per la scarsa possibilità di reperire i capitali necessari presso banche. Questi normalmente credono nell’ideale della mano pubblica (leggi finanziamenti statali) come soluzione ai “fallimenti” del mercato del credito. Gli altri, i darwiniani cinici, ritengono che come in tutti i mercati, siano domanda ed offerta a dettare le regole del gioco: i capitali, soprattutto il taglio per finanziare le fasi iniziali di sviluppo della startup, ci sarebbero; quello che spesso manca è un team valido cui affidare i propri capitali o la possibilità di exit, ovvero di smobilizzo in breve tempo dei loro investimenti. La soluzione al problema andrebbe ricercata quindi più in misure che possano facilitare la crescita di una startup e l’exit.

Prima ancora di sposare una o l’altra tesi ed avanzare proposte di soluzioni al problema dei finanziamenti è utile forse partire dai dati. Qual è quindi lo stato dell’arte sulla raccolta di capitale da parte delle startup in Italia? Abbiamo cercato di dare risposta a questa domanda attraverso un’analisi di un campione rappresentativo delle startup innovative al 2014, condotto dal dott. Umberto Fasano sotto la mia supervisione, e parte di una più ampia ricerca sul tema.

I dati della ricerca

Il campione analizzato. L’analisi è stata incentrata sulle startup innovative italiane cosi come risultanti dal registro delle imprese, sezione speciale, a fine 2014 (ad oggi – i dati di bilancio per il 2015 su Aida oggi sono stati aggiornati solo per 1795 startup contro le 5000+ presenti nel registro). Ovvero su 3.179 startup innovative. Abbiamo poi incrociato questi dati con quelli di bilancio riportati da Aida (Analisi Informatizzata delle Aziende). I dati disponibili in Aida si riferiscono solo a 2.937 startup innovative, che è quindi la dimensione del campione analizzato. Per quanto riguarda i settori, è stata utilizzata la classificazione ATECO (standard a livello nazionale) e il settore più frequente è quello informatico (software, hosting dei dati, portali web, consulenza IT) nel 39.9% delle startup analizzate, seguito da attività professionali, scientifiche e tecniche (ricerca e sviluppo, pubblicità e ricerche di mercato, attività di architettura) con il 28.7%, e infine da attività manifatturiere con il 18.1% – una piacevole sorpresa. La Lombardia si conferma la regione con maggiore concentrazione di startup (22.2% del campione analizzato). In media, le startup nel campione hanno 4 soci, un dipendente, e 18 mesi di vita.

Azionariato. Si conferma il dato che la maggior parte delle startup ha tra i soci fondatori individui (il 95% delle startup), mentre solo appena il 5% delle società è partecipata da Venture Capital o Private Equity. Questo dato, da solo, si presta a duplice interpretazione; da un lato può confermare la tesi della scarsità di risorse di “capitali di ventura”, e quindi la bassa rappresentazione degli stessi all’interno del capitale delle startup; dall’altro, può indicare il basso numero di startup ritenute appetibili per tali operatori. Un dato interessante e certamente positivo è la crescente presenza tra i soci di società industriali (Il 31%).

Finanziamenti. Nel 2014, il totale dei finanziamenti raccolti (nell’anno) dalle startup nel campione è 149 milioni di euro, 93 milioni in capitale e 56 milioni in debito (prestiti da parte dei soci, banca o altri tipi). Questa non è la cifra totale dei finanziamenti raccolti durante il ciclo di vita della startup, ma solo quelli correnti dell’anno. Ciononostante, molti riterranno questa cifra irrisoria, in quanto non adeguata a sostenere lo sviluppo di progetti altamente innovativi delle startup. Questa opinione va rivista però alla luce del seguente dato: la maggior parte dei finanziamenti finisce in poche startup; precisamente, dei 149 milioni, l’89% (e 133 milioni) è stato ottenuto da un quarto delle startup. Ciò significa che poche, selezionate startup ricevono finanziamenti molto alti (450.000 in media), mentre la maggior parte raccoglie ben poco. Questo dato sembra confutare la tesi della selezione del mercato e della scarsità di offerta (di startup e team) adeguata. Andando a studiare più nel dettaglio le differenze tra le startup che hanno ricevuto più finanziamenti nel 2014 (top 25%) e le altre si nota che le prime (il top 25%) hanno una concentrazione maggiore di VC e società industriali nel proprio azionariato (66.9%) rispetto alle altre (27.7%). Questo dato è un po’ fisiologico, visto che a fronte del capitale versato alla startup corrisponde una quota societaria nella stessa; maggiore il capitale raccolto, maggiore sarà la diluzione della quota dei soci individuali a favore degli investitori. È interessante notare però che la quota detenuta da parte dei VC nelle startup che raccolgono più finanziamenti è solo del 20.3% in media, a fronte del 46.6% in mano a società industriali. Quindi, contrariamente all’immaginario collettivo che vuole i venture capitalist come i “predatori finanziari” che decidono del destino di una startup tramite le loro quote di maggioranza, nel caso nostrano, rappresentano di fatto la minoranza del capitale societario. Forse, siamo di fronte alla “terza via” italiana? Che i VC investano solo in startup partecipate anche e massicciamente da società industriali che meglio possono supportare lo sviluppo della startup e rappresentare anche una possibile exit?

Siamo di fronte ad una nuova forma di co-partecipazione tra venture capitalist tradizionali e corporate venture capital (ovvero società industriali che investono sempre più in attività di venturing quali startup)? Del resto il fenomeno è in forte crescita anche negli Stati Uniti, con le aziende che vedono negli investimenti in startup una nuova forma per esplorare nuove idee, fare innovazione, e testare nuovi mercati e prodotti. Infatti, più del 25% delle startup che raccolgono più finanziamenti opera nel settore di attività manifatturiere, in netto contrasto con la media del campione.

Inoltre, a conferma della tesi darwiniana, le startup che raccolgono più capitale hanno ricavi (3x), asset (4.3x) e un numero di dipendenti (2x) di gran lunga maggiore rispetto alla media delle altre startup. Sorprende che non vi siano differenze statisticamente significative con rispetto al numero di brevetti/privative industriali tra i due gruppi. Un’interpretazione di questo dato può essere che le startup che raccolgono più capitale e le altre sono equamente innovative (se prendiamo come proxy dell’innovazione il numero di brevetti/privative industriali), ma differiscono nella capacità manageriale di commercializzare tale innovazione, come dimostra la marcata differenza in termini di ricavi tra i due gruppi. Se corretta questa interpretazione, questi dati confermano ancora una volta che sono le startup con un team in grado di implementare l’idea innovativa ed intercettare il mercato target ad avere successo, prima ancora che tramite la raccolta di capitale.

Debito. Per quanto attiene all’altro canale di finanziamento, il debito, il 41.5% del campione fa ricorso al debito bancario mentre il 6.4% non fa ricorso a nessuna forma di debito. Anche qui, le startup che raccolgono finanziamenti in termini di debito hanno ricavi e asset maggiori, e più dipendenti, ma anche maggiori perdite. Andando a valutare le differenze tra i due gruppi, rileva anche qui la presenza marcata delle società industriali nell’azionariato delle startup che ricorrono di più al debito, con un peso del 46.2% in media verso il 26% nelle altre aziende. Inoltre il 32% di queste startup opera nel settore delle attività manifatturiere (contro il 18% della media del campione). In linea con quanto riscontrato per la raccolta di equity, sembrerebbe che la presenza di società industriali nel capitale sociale della startup giochi un ruolo fondamentale per la raccolta di capitale, in questo caso agevolando l’accesso al credito presso istituti bancari. Questo riscontro merita certamente maggiori approfondimenti. Ma il dato resta e sottolinea l’importanza delle società industriali nell’azionariato delle startup, e il ruolo chiave che possono svolgere nella raccolta e veicolazione di quei capitali (equity e debito) vitali allo sviluppo di una startup. Forse, nel valutare cosa fare per agevolare il “nuovo” (le startup), è il caso che si cominci a riconsiderare il “vecchio” (le società industriali del nostro tessuto economico) e costruire dei ponti tra i due mondi?

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