Regole banda larga per una buona Agenda digitale

Il commento

Le reti di nuova generazione sono fondamentali per l'innovazione del Paese. Ma non potranno mai svilupparsi se permangono condizioni impari a svantaggio degli operatori alternativi

di Massimo La Rovere, responsabile Affari Regolamentari e Antitrust, Wind

Negli ultimi tempi si è sentito molto parlare dell’Agenda Digitale come la strada maestra che consentirà di risolvere gran parte dei problemi del Paese, così come del fatto che lo sviluppo della rete in Fibra, la cd. rete di nuova generazione, è assolutamente necessario per aumentare il Prodotto interno lordo.

Può sembrare una provocazione, ma queste affermazioni vanno assolutamente contestualizzate rispetto alla situazione reale distinguendo tra la situazione della rete mobile da quella fissa che hanno caratteristiche di sensibilmente differenti.

Il mercato radiomobile italiano come noto è altamente competitivo con prezzi significativamente decrescenti ed un tasso di innovazione senza pari in Europa. In Italia abbiamo infatti piu’ reti sovrapposte di seconda e terza generazione alle quali si aggiungeranno le nuovi reti LTE di quarta generazione, delle quali tre ad 800 MHz. Anche i numeri (fonte AGcom) testimoniano la situazione con un investimento di 42 miliardi di euro in poco piu’ di un decennio ai quali aggiungere 16 miliardi di euro per le dispendiose aste frequenze del 2000 e 2011. Complessivamente nel mobile sono stati investiti quasi sessanta miliardi di euro nel periodo 1999-2011! e investimenti molto significativi ci attendono ancora nei prossimi anni per la realizzazione delle nuove reti radiomobili. Il tutto con limiti di impatto elettromagnetico tra i piu’ restrittivi in Europa (6 V/metro vs 61 V/metro in alcuni paesi e 41/Vmetro nella media) che implicano la realizzazione di almeno il doppio di antenne con difficoltà evidenti di realizzazione di infrastrutture comuni a causa di detti limiti.

Nel fisso invece esiste una sola rete di accesso in rame. Questo dato di fatto merita una riflessione in più al fine di consentire di intraprendere un corretto percorso di sviluppo della nuova rete in fibra.  Una scelta miope e non ben ponderata che non tenga conto della situazione esistente sul rame e l’attuale stallo del contesto competitivo, può produrre effetti dirompenti.

Per meglio comprendere questa affermazione bisogna ricordare le peculiarità e le specificità del nostro Paese sul fisso, diverso per molti aspetti da altri paesi europei. Uno tra tutti ricordiamo infatti che in Italia non esistono reti di televisione via cavo al contrario di quanto è avvenuto negli altri paesi europei. Infatti, in Italia per ragioni storiche la TV si è sviluppata via etere e non via cavo. Ciò non ha permesso ad operatori concorrenti di potersi rivolgere a fornitori diversi dall’operatore dominante per l’acquisizione di servizi di accesso all’ingrosso di rete fissa. Meccanismi autonomi concorrenziali non si sono potuti quindi sviluppare. L’effetto evidente è quindi quello di avere una sola rete di accesso fissa in rame peraltro tra le più corte d’Europa (1,5 KM dell’Italia vs 2,5 Km). Gli operatori concorrenti hanno predisposto nel tempo i propri impianti di rete fissa nelle centrali rese disponibili dall’operatore dominante adattando la loro architettura di rete a quella dell’operatore dominante che hanno trovato.

La disponibilità di una rete di accesso corta in rame dovrebbe avere evidenti impatti positivi in termini di costi di affitto, anche se al momento non trasferiti agli operatori concorrenti, elementi che devono essere tenuti in conto nel contesto del quadro di insieme che si prepara per  la realizzazione della nuova rete in fibra.

Non si vuole, e non si può, qui in poche righe fare un trattato di economia ricordando gli investimenti, ampliamente ammortizzati, fatti dall’operatore incumbent per sviluppare tutta la rete in rame durante il periodo di monopolio legale, né i minori costi legati alla lunghezza limitata della rete di accesso.

Certo è che il lungo percorso di liberalizzazione delle telecomunicazioni, che faticosamente ha permesso ai cittadini di beneficiare di offerte di concorrenti, sta vivendo un momento critico per il fatto che i benefici derivanti dalle caratteristiche peculiari della rete in rame esistente non sono da tutti condivisi e a farne le spese sono più che mai gli operatori alternativi che invece con il loro ingresso nel mercato e i loro investimenti: 18 miliardi di euro in poco piu’ di un decennio! (con significativi stranded cost da recuperare) hanno reso possibile ai consumatori di avere una più ampia scelta di servizi, riducendo la loro spesa ed innovando i prodotti/servizi, ma nonostante ciò ancora la cassa generata nel fisso è nella quasi totalità nelle mani dell’operatore dominante che genera marginalità nel fisso molto significative piu’ del doppio  superiori agli operatori alternativi..

Si ricorda infatti che è lo stimolo della concorrenza che crea l’innovazione di tutti, basti pensare al servizio di free Internet di fine degli anni ‘90 che è stato introdotto dai concorrenti ed i benefici di quella azione sulla rete fissa hanno consentito di poter creare un insieme di clienti poi migrati progressivamente sulle reti ADSL.

La concorrenza si è sviluppata facendo ricorso a reti in unbundling che hanno permesso agli operatori di installare propri apparati, come mai adesso per lo sviluppo della fibra si parla di reti che non consentono l’unbundling? Forse la concorrenza è un problema?

Non occorre essere innamorati della tecnologia, i clienti non hanno necessità di sapere a quale mezzo tecnologico o protocollo sono connessi ma di certo vogliono e vorranno servizi all’avanguardia potendo scegliere tra diversi operatori. Ricordo a me stesso  l’esperienza del DECT del 1997 che comportò la copertura dell’Italia con 300.000 antenne con altrettanti doppini in rame per collegarle poi rimaste tutte inutilizzate poiché dopo l’installazione della rete il servizio non partì perché furono introdotte offerte radiomobili di rete intelligente che permettevano tariffe specifiche per le chiamate urbane. Pertanto prima di intraprendere una strada bisogna essere consapevoli e riflettere su ciò che serve al mercato e degli effetti sulla concorrenza e sui consumatori che la strada intrapresa avrà.

Occorre un percorso di piccoli passi, prima senza dubbio ridistribuendo al mercato i benefici derivanti dalle caratteristiche peculiari del Paese, riducendo i prezzi, che ritengo eccessivi, che gli operatori alternativi pagano all’incumbent per acquistare l’ultimo miglio della rete in rame. Occorre poi essere ben consci degli effetti economici, industriali e competitivi che lo sviluppo di soluzioni architetturali in fibra prive dell’unbundling avranno nel medio periodo anche nella migrazione da rame a fibra trasformando inoltre gli operatori alternativi da unbundlers a bitstreamers e cioè  da concorrenti a “grandi clienti”. Occorre quindi garantire un riequilibrio dell’esistente sul rame e la predisposizione di soluzioni a prova di futuro che permettano la contendibilità vera dei clienti, che consentano gli investimenti, la redditività, la marginalità e la capacità di generazione di cassa di tutti offrendo al mercato progressivamente maggiore velocità di accesso ma anche una possibilità di scelta del migliore fornitore di servizi adatto alle esigenze dei consumatori,

Innalzando o mantenendo artificialmente alti i prezzi all’ingrosso dei servizi esistenti in rame non si garantisce lo sviluppo di una rete futura da costruire che, peraltro,  non sembra permettere l’accesso disaggregato secondo le soluzioni tecnologiche all’esame. Peraltro sul radiomobile nonostante l’enorme massa di investimenti da fare nel prossimo futuro non vedo politiche incentivanti. 

22 Gennaio 2013

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