EDITORIALE

Che cosa è mancato (finora) all’Agenda digitale italiana

Pubblicato il 21 Apr 2017

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Che cosa è mancato (finora) all’Agenda digitale italiana

Attuare la trasformazione digitale concentrando il fuoco su alcuni punti nodali da cui poi – si spera – sarà possibile smuovere quell’immobile montagna che è da sempre l’Italia.

È questa, in soldoni, la ricetta che caratterizza la nostra Agenda digitale. Dapprima con il commissario Francesco Caio (governo Letta) e poi ereditata dal nuovo commissario Diego Piacentini (Renzi e ora Gentiloni). È una ricetta pragmatica. Parte dall’idea che l’impresa di cambiare l’Italia è improba: troppe complessità territoriali, resistenze culturali, arretratezze e conflitti istituzionali. Quindi ci si è detti: partiamo da ciò che possiamo modificare, con l’intervento normativo o investimenti diretti, e speriamo che siano tasselli sufficienti a fare da volano per il resto. Ecco perché si è partiti da qualche pilastro della pubblica amministrazione digitale, si è investito su un grande piano banda ultra larga e, adesso, Industry 4.0.

La sensazione che si sta facendo strada, tra commentatori e addetti ai lavori, è che questa ricetta si stia rivelando un po’ troppo semplicistica. Almeno per quanto riguarda la trasformazione della PA. È stata sottovalutata molta complessità dell’esistente. Il bisogno di una chiara ed efficace, oltre che condivisa, governance dei processi. Prova ne sono i numerosi cambi di rotta che hanno caratterizzato la catena di comando dell’Agenda (la breve durata del commissario Agid Poggiani, l’arrivo-spariglio di carte che è stato Piacentini); l’iter a zig zag di alcune norme (siamo al correttivo del Codice Appalti e a breve il Correttivo del Cad). Ci sono stati ritardi (il piano triennale Ict arriverà ora a fine aprile, si dice, ma chissà: il testo è finito, ma pare che toccherà aspettare un decreto in un prossimo Consiglio dei ministri), rinvii di attuazioni di norme digitali (l’addio alla carta nella PA, l’obbligatorietà di PagoPa…), passi falsi (Anpr). Progetti che si sviluppano con (ancora) dubbio impatto di sistema (Spid). Fino ad arrivare all’ultima denuncia: l’assenza degli (obbligatori per legge) responsabili digitali negli enti pubblici.

A questo punto ci possono essere due scuole di pensiero. La prima, più massimalista, ci dice che sarebbe stato possibile innovare la PA con il digitale solo con una volontà forte di Governo, capace a suon di “switch off” di scardinare rendite di posizione. E – al tempo stesso – disposta a un lavoro umile e certosino di ascolto e empowerment dei tanti innovatori presenti negli enti pubblici, formazione e accompagnamento digitale (vedi gli ultimi articoli in fatto di governance e project management). Forse finora sono mancate entrambe le cose, all’Italia. La prima delle due condizioni si è percepita, per un tratto, nell’ultima fase del Governo Renzi, con la Legge di Stabilità 2016 e l’arrivo di Piacentini.

La seconda probabilmente non c’è stata mai, davvero, fino in fondo. Sono due aspetti che solo a torto e per pregiudizio possiamo essere tentati a considerare tra loro contraddittori. In realtà tutti i cambiamenti duraturi nella Storia hanno visto la presenza di entrambi: una leadership forte e condivisa.

Una seconda scuola di pensiero è più ottimistica. Ci dice che se sperare in questa miracolosa coincidenza dei due fattori è forse troppo, magari è possibile fare molto anche solo con un paziente lavoro di ascolto e condivisione. Con gli strumenti (e la politica) che ci è già dato avere.

In quest’ultima fase, c’è stato un primo tentativo di aumentare l’ascolto, l’accompagnamento e l’empowerment degli enti pubblici, anche se solo su alcuni temi e meno su altri (si veda il patto tra il Team Digital Piacentini e sette Comuni). Forse, come abbiamo detto il mese scorso, è il primo esempio di una buona ricetta.

Il timore però è che non ci si sia discostati ancora troppo da quella ricetta iniziale. Che ancora un po’ ci si illuda basti lavorare bene con qualche ente e su uno o due progetti perché il resto segua (come se bastasse avere qualche mock-up di innovazione, direbbero i tecnici, per sognare la rivoluzione).

È vero che le leve, le risorse e l’empowerment di cui dispongono i decisori del digitale, in questo Paese, sono limitati. Però c’è anche la sensazione che non siamo riusciti a utilizzare a meglio quanto avevamo a disposizione. Che non si sia fatto uno sforzo sufficiente di ascolto e chiamata a raccolta di tutti i possibili attuatori del cambiamento. Su questo, siamo alla resa dei conti. Vedremo se, una volta avute sul tavolo ormai tutte le norme necessarie, l’attuazione sarà condivisa, estesa e aperta quanto basta per genere il cambiamento. Uno dei banchi di prova sarà proprio il piano triennale. Vuole rivoluzionare l’architettura IT pubblica e ancora non è chiaro quanto saranno coinvolti i territori, in questo processo; considerato che le Regioni nel frattempo (dal 2014) sono andate avanti su questa strada.

Una rete ampia pro-innovazione, che guidi e accompagni il cambiamento. Nelle istituzioni centrali come nei territori. È quello di cui l’Italia ha più bisogno per abbracciare la trasformazione. Ed è anche quello che è mancato di più finora.

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