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Industria 4.0 in Legge di Bilancio: occhio alle competenze o si rischia un flop

La Fase2 del Piano nazionale doveva essere dedicata alla creazione delle skill per l’Industria 4.0 di cui l’Italia è sempre stata carente. La risposta del Governo è stata proseguire sulla vecchia strada degli incentivi per gli investimenti fissi nei macchinari e meno risorse alla formazione. I rischi di questo approccio

Pubblicato il 31 Ott 2019

Giacomo Bandini

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Dopo essere scomparsa dai radar nell’ultimo anno e mezzo, l’Industria 4.0 sembra essere tornata una priorità per il nuovo Governo PD-5Stelle che vuole rilanciare il Piano nazionale di sostegno al cambiamento tecnologico.

Il problema è che, per quanto apprezzabile il tentativo di riportare attenzione alle politiche industriali, le nuove misure sembrano una minestra riscaldata – poco a dire il vero – della Fase1 promossa dall’allora Ministro Calenda. Il sistema di innovazione italiano avrebbe bisogno di stimoli nuovi – e soprattutto delle competenze adeguate – per poter procedere verso una maggiore produttività delle proprie risorse e di venire incontro alle esigenze tecniche di cui l’automazione necessita per poter essere sfruttata a pieno.

I progetti del Governo su Industria 4.0

Nella Nadef (Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2018) che traccia le linee programmatiche del Governo giallo-rosso, l’esecutivo confermava la sua volontà di sostenere il Piano Impresa 4.0. Maggiori dettagli sono contenuti nel Documento Programmatico di Bilancio 2020. Al suo interno si trovano fondamentalmente due ordini di politiche: una a sostegno degli investimenti materiali, una a sostegno delle competenze.

Riguardo la prima sono previsti le seguenti misure:

  • Nuovi indefiniti investimenti per il Piano ‘Impresa 4.0’, le Strategie nazionali sulla tecnologia Blockchain e sull’Intelligenza Artificiale e la sperimentazione del 5G;
  • Erogazione del voucher per le PMI per le prestazioni di consulenza finalizzate a implementare i processi di trasformazione tecnologica e digitale nell’ambito del Piano nazionale ‘Impresa 4.0’.
  • Estensione al dell’iperammortamento fino al 2022 con una supervalutazione del 170% degli investimenti in beni nuovi strumentali ad alto tasso tecnologico e del Superammortamento, con una valutazione del 130% degli investimenti nei beni strumentali generici;
  • Possibilità di usufruire di una supervalutazione del 140% per gli investimenti in beni strumentali immateriali (software e sistemi IT).

Per quanto concerne le competenze 4.0, è stata prevista una proroga del credito di imposta per la formazione digitale nell’ambito del Piano ‘Impresa 4.0’.

Questo impianto è stato riconfermato nella bozza della Legge di Bilancio attualmente circolante con l’unica differenza della restrizione temporale che vede la proroga non più su base triennale, ma su base annuale come richiesto – a quanto pare – dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Le misure aggiuntive del testo programmatico riguardano gli investimenti green, anche di entità modesta, la Nuova Sabatini, con credito d’imposta maggiorato per il Sud, e un non meglio definito piano per la promozione del Made in Italy.

Una valutazione di merito

Una valutazione di merito è necessaria visto il divario clamoroso di misure tra la parte più materiale, i macchinari, e quella meno tangibile, il capitale umano.

Il Piano Industria 4.0, come ideato nel 2016, aveva come obiettivo primario non solo l’automatizzazione e la digitalizzazione dei processi produttivi, ma anche l’ammodernamento del parco macchinari che aveva un’età media superiore ai 15 anni. L’iniziativa ebbe successo. Secondo quanto riportato dal Ministero dello Sviluppo Economico, il Piano ha avuto molteplici effetti tra cui l’aumento degli investimenti del settore privato sia nel rinnovamento del parco macchinari sia nell’acquisto di nuovi asset fisici automatizzati (inclusi software).

Vi è stata, infatti, una significativa variazione negli investimenti fissi lordi in macchinari (+11% gennaio-giugno 2017 rispetto al 2016) e apparecchiature elettriche ed elettroniche (+10,7% medesimo periodo considerato) per un totale di circa 80 miliardi lordi di euro. Negli anni successivi, il volume degli investimenti, nonostante la presenza dell’incentivo pubblico, è andata progressivamente calando. Cosa vuol dire questo? Che le aziende hanno acquisito nuovi macchinari seguendo le agevolazioni e le proprie strategie di sviluppo. Una volta effettuato il ricambio, tale necessità è naturalmente svanita.

Il nodo delle competenze

Quale problema è rimasto? Quello delle competenze.

La Fase2 del Piano doveva essere dedicata alla creazione e alla diffusione delle skill per l’Industria 4.0 di cui l’Italia è sempre stata carente. I successivi governi, però, non hanno portato avanti alcuna iniziativa per la realizzazione di questa linea strategica, lasciando la il Piano incompleto. E questo è evidente dai dati sulla presenza di specialisti ICT nelle aziende di tutte le categorie (piccole, medie e grandi) che rimangono tra i più bassi in Europa e nei Paesi OECD. Le aziende lamentano una carenza di manodopera qualificata per gestire i nuovi processi automatizzati e innovativi da anni.

La risposta del Governo giallo-rosso alle richieste dell’industria è stata proseguire con la vecchia strada, lastricata di incentivi per gli investimenti fissi nei macchinari, e limitare l’intervento per la formazione. È prevedibile che in un sistema di imprese con scarsa propensione a formare internamente i dipendenti, aumenti il ricorso a soluzioni provvisorie ed esternalizzate (consulenze, impieghi temporanei specializzati) che peraltro vengono incentivate dalla politica stessa con l’introduzione di un voucher per le prestazioni esterne.

L’Industria 4.0 doveva essere un pilastro per il rilancio dell’industria italiana. Rischia di trasformarsi nel classico “vorrei, ma non posso” a causa della scarsa lungimiranza politica e della limitata capacità nostrana di costruire un sistema più compatto e produttivo. La trasformazione tecnologica ha bisogno dell’essere umano per funzionare ed egli deve essere adeguatamente preparato per incidere nei processi di digitalizzazione. Non è solo una questione di occupazione, ma di funzionalità.

Senza politiche adeguate per la creazione di nuove competenze e lasciando alle sole imprese questo fardello, l’Industria 4.0 rimarrà un eterno incompiuto e l’economia italiana potrebbe diminuire ulteriormente la propria quota di manifatturiero a vantaggio delle nuove realtà emergenti.

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