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Agenda digitale, Mochi: “Stop alla dialettica, serve dialogo tra le parti o sarà ancora caos”

Da Aipa a Agid, da Ragosa a Piacentini, nel corso degli anni si sono succedute agenzie, direttori, commissari straordinari votati alla missione di digitalizzare il Paese. Un’opera ancora incompiuta tanto che siamo a evocare il rischio di “stallo”. Come se ne esce? Passare dalla dialettica al dialogo sarebbe un buon inizio

Pubblicato il 06 Nov 2018

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Agenda digitale, Mochi: “Stop alla dialettica, serve dialogo tra le parti o sarà ancora caos”

Obiettivo di questo articolo, che tratta dell’annoso e mai risolto tema della governance dell’Agenda Digitale italiana, è di esaminare da dove viene questa situazione che rischia di essere di stallo; esaminarne le fonti normative per vedere se ci possono essere d’aiuto; disegnare infine una strada che non proceda per contrapposizioni dialettiche in vista di un’ipotetica e futura sintesi, ma approcci il metodo dialogico basato su un processo di scambio nel “qui e ora”, che possa servire a prendere coscienza delle proprie posizioni e ad ampliare la comprensione reciproca[1].

I fatti sono noti, ma vale la pena di ricordarli per sommi capi.

Da AIPA ad Agid

Nel 2012 (Governo Monti) il decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” 83/2012 istituisce l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) sopprimendo contemporaneamente sia la precedente “DigitPA” nata al tempo di Brunetta Ministro, ma a sua volta derivata dalla trasformazione di CNIPA e prima ancora di AIPA, sia l’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione. Il compito di AgID è chiaro: essa “è preposta alla realizzazione degli obiettivi dell’Agenda digitale italiana”. Successive e reiterate norme legislative e versioni del CAD (Codice Amministrazione Digitale) confermano questo compito e lo caricano di nuove e pesanti responsabilità che vanno dalla direzione di progetti specifici (come ad es. PagoPA) a compiti strategici quali il “Coordinamento informatico dell’amministrazione statale, regionale e locale, con la finalità di progettare e monitorare l’evoluzione strategica del sistema informativo della pubblica amministrazione” o la “Verifica dei risultati conseguiti dalle singole amministrazioni con particolare riferimento ai costi e benefici dei sistemi informatici”, ma anche compiti regolatori come la responsabilità della “adozione di linee guida e regole tecniche di attuazione di indirizzi strategici e progettuali relativi all’Agenda Digitale”.

Da Ragosa a Piacentini

A febbraio 2016, dopo pochi mesi dall’insediamento del terzo direttore generale dell’Agid in meno di tre anni (Antonio Samaritani nominato nel maggio 2015, succedendo a Alessandra Poggiani nominata a maggio 2014 e ad Agostino Ragosa nominato nel dicembre 2012), Matteo Renzi annuncia con un tweet di voler nominare Diego Piacentini, allora vice presidente mondiale di Amazon, come Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale. E’ una nomina importante (che poi troverà attuazione solo nel settembre di quell’anno), ma non è la prima: già il 15 giugno 2013, anche lì sei mesi dopo la nomina di Ragosa all’AgID, il Governo Letta nomina Francesco Caio come Commissario e istituisce una Struttura di missione per l’attuazione dell’Agenda digitale. Una girandola di entrate ed uscite degna di una pochade!

Ma torniamo a Piacentini. Mentre per Caio non erano stati definiti i compiti tranne che indicarlo come “Mister Agenda Digitale” (sic! così anche nel comunicato del CdM), le responsabilità e i poteri di Diego come Commissario Straordinario sono indicati chiaramente sia nel CAD, sia nel decreto di nomina. Non possiamo elencarli tutti, ma è utile leggerne alcuni, come ad esempio che “il Commissario esercita poteri di impulso e di coordinamento nei confronti delle pubbliche amministrazioni” o che “Al Commissario straordinario è attribuito il compito di (…) emanare regole tecniche e linee guida (…) per il conseguimento degli obiettivi dell’Agenda digitale” o ancora che “Il Commissario (…) può avvalersi della collaborazione di società a partecipazione pubblica operanti nel settore delle tecnologie dell’informatica e della comunicazione”. Immediatamente ci rendiamo conto che esiste una chiara sovrapposizione di ruoli tra AgID e Commissario che, per molte cose, sono chiamati a fare le stesse cose. Le posizioni non sono però omologhe perché il Commissario ha in più un’arma potente, il potere sostitutivo (come commissario ad acta) nei riguardi di chiunque non collabori. Leggiamo il comma: “In caso di inadempienze gestionali o amministrative relative all’attuazione delle misure necessarie ai fini del comma 3 (NB: attuazione dell’Agenda Digitale), il Commissario invita l’amministrazione competente ad adottare, entro il termine di trenta giorni dalla data della diffida, i provvedimenti dovuti; decorso inutilmente tale termine, il Commissario, su autorizzazione resa con decreto del Presidente del Consiglio, previa comunicazione al Consiglio dei ministri, esercita il potere sostitutivo.” Come si vede è un’arma potente, ma abbastanza ingombrante (un bazooka piuttosto che una pistola) perché richiede un decreto del Presidente del CdM e una comunicazione al Consiglio dei Ministri.

La ratio della nomina di Piacentini

Forse proprio qui possiamo intuire la ratio che c’era, al di là dell’indiscusso valore di Piacentini come manager internazionale, dietro la nomina renziana. L’AgID, più o meno efficace ed efficiente che fosse, non aveva, a suo parere, sufficiente grip sulle altre amministrazioni per “costringerle” ad una trasformazione digitale che era (ed è) vista spesso come un pericolo. Ecco quindi che nasce la necessità di un Commissario straordinario, diretta espressione del Presidente, che possa avere, seppure per tempi tutto sommato brevi, quell’autorità e quel potere per riportare tutti sulla giusta strada.

La storia di questi anni ci mostra una realtà abbastanza diversa. Piacentini non ha usato mai il suo bazooka ed ha interpretato egregiamente il suo ruolo secondo una visione precisa “Creare il “sistema operativo” del Paese, ovvero una serie di componenti fondamentali sui quali costruire servizi più semplici ed efficaci per i cittadini, la Pubblica Amministrazione e le imprese”. Da questa visione nasce il bisogno di un team snello, ma eccezionalmente competente e motivato, e di un’azione che è stata di carattere eminentemente tecnologico e tesa a “Rendere i servizi pubblici per i cittadini e le imprese accessibili nel modo più semplice possibile, tramite dispositivi mobili (approccio “mobile first”), con architetture sicure, scalabili, altamente affidabili e basate su interfacce applicative (API) chiaramente definite.”

Lo scenario odierno

Da questa sommaria anamnesi esce una diagnosi semplice: le leggi esistenti da sole non ci possono aiutare a fare chiarezza, come potevamo ingenuamente sperare, perché la bulimia legislativa ha colpito ancora ed il legislatore ha scritto tutto e il contrario di tutto (a volte nella stessa legge).

Ora però si apre un altro capitolo: Samaritani è stato colpito, incolpevole, dal vento della discontinuità e al suo posto è arrivata Teresa Alvaro. Piacentini è tornato a Seattle, sostituito da Luca Attias. Sono entrambe persone che unanimemente stimiamo, e che personalmente mi sono vicine, ma ciò nonostante, come giustamente sottolineato proprio su queste pagine, il rischio dello stallo c’è e difficilmente ci può salvare solo una dialettica tra le parti in causa o un richiamo alla “simpatia” o al “volemose bbene”.
E’ necessario procedere piuttosto attraverso un metodo dialogico e affidarci all’empatia.

La differenza tra dialettica e dialogo

La differenza sostanziale tra metodo dialettico e metodo dialogico è che nel primo la contrapposizione di tesi ed antitesi tende ad una nuova posizione che, nel mondo ideale, diventa appannaggio di entrambe le parti. Nel metodo dialogico invece ciascuno può tranquillamente restare della propria idea, basta che con “empatia” capisca sino in fondo la posizione dell’altro. La prima conseguenza che se ne trae è che il metodo dialogico non ha verità da raggiungere, ma percorsi di negoziazione da trovare. La dialettica tende ad una auspicata unanimità, il dialogo a comporre posizioni diverse. La prima tende a convincere, il secondo punta al reciproco riconoscimento.

Ecco, al di là della pure vitale questione relativa alla trasformazione digitale del Paese, questa necessaria ricerca del reciproco fattivo riconoscimento in questo campo può essere, se realizzato con l’onestà intellettuale che è appannaggio dei due dirigenti apicali, un ottimo esempio per un Paese che tende ahimè più ad usare l’urlo, lo slogan, l’affermazione perentoria, le scorciatoie dialettiche, la contrapposizione frontale piuttosto che la paziente e faticosa comprensione delle opinioni anche diverse.

Quando quasi trent’anni fa (nell’edizione 2019 festeggeremo il trentennale) mettemmo su il Forum PA, ancora agli inizi dell’incompiuta trasformazione dell’amministrazione pubblica, proprio questo era il principio che ci guidava e per cui decidemmo di indire proprio un “forum” ossia una piazza di dialogo e di scambio. Questa speranza e questo impegno, non “buonista”, ma saldamente fondato sull’ascolto e il rispetto, ancora ci anima e sia Teresa Alvaro, sia Luca Attias sanno bene che su questa strada ci troveranno sempre alleati e positivamente coinvolti.

PA digitale al bivio, tra rischio paralisi (politica) e speranza di una svolta

  1. Sulla differenza tra conversazione dialettica e conversazione dialogica, il magistrale libro di Richard Sennett “Insieme: rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli Editore. ↑

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